LIBRI, DUNQUE

Intanto, una scoperta (per me, almeno): Dorothy Hewett, scrittrice australiana (femminista e comunista, per inciso) di cui una piccola casa editrice, Giano, pubblica La marea delle quadrature. Una storia, anche, di passioni e presenze alla Giro di Vite, e la lotta degli aborigeni sullo sfondo. Bello.
Poi. Fernandel annuncia Resistenza60: “16 racconti per 16 autori contemporanei tutti nati dopo il ’45, sedici modi diversi di raccontare cosa significa Resistenza oggi per chi sessanta anni fa non c’era ancora.”  Gli autori sono Marco Aliprandini, Vanessa Ambrosecchio, Davide Bregola, Massimo Cacciapuoti , Giuseppe Caliceti, Gianluca Di Dio, Michele Governatori, Carlo Lucarelli, Gianluca Morozzi, Piersandro Pallavicini, Elio Paoloni, Francesco Permunian, Laura Pugno, Michele Rossi, Pietro Spirito.
Ancora. Il Miserabile scrittore parla di Matthew Sharpe e del suo romanzo Gli Schwartz, in arrivo in primavera per Stile Libero Einaudi. Due cose su cui riflettere: anzitutto la tendenza del romanzo americano a rappresentare crisi, fobie, divisioni del paese attraverso la famiglia:
Non serve sottolineare che la grandissima letteratura americana è una narrativa che ha sullo sfondo la famiglia, e soprattutto la famiglia disfunzionale, come scena emblematica in cui tutto il gigante statunitense si riassume, in un’allucinogena corsa al rialzo di traumi politici e ricadute domestiche, di angoscia e hilarotragoedia che fanno della narrativa a stelle e strisce l’autentico erede letterario di Kafka e di Joyce….Chi ha lucrato maggiormente da questo nesso inscindibile che fa la letteratura americana, negli ultimi anni, è, ça va sans dire, Jonathan Franzen con Le correzioni. Se però pensiamo, correndo a ritroso, agli impazzimenti neoborghesi e sottoproletari del profeta Carver, di quelli borghesi del suo padre nobile Cheever, di quelli preborghesi del suo nonno nobile Gaddis nelle Perizie, degli idiosincranismi familistici di Bellow e dei divorzi formativi di Roth, delle fughe dal nucleo domestico del Paradise di Kerouac, dell’elezione coniugale sulla strada della rivoluzione cantata da Yates, su su fino alle saghe faulkneriane e alla coppia di Madox Ford – allora ci rendiamo conto che la letteratura americana è soltanto una sterminata varianza sul proscenio della famiglia”.

Poi, istruttiva, la vicenda editoriale del libro:

“Ventitré case editrici hanno rifiutato il masterwork di Sharpe, finché un genio che noi bene conosciamo, e cioè Dennis Cooper, lo ha pubblicato nella sua Soft Skull Press. Di lì, un passaparola che ha pochi riscontri negli ultimi vent’anni. Grazie al passaparola e al montare dello tsunami popolare, il Village Voice, il New York Times, Publishers Weekly – e via via tutte le testate più prestigiose del comparto letterario americano – hanno scoperto di avere un capolavoro in casa. E’ bastato il decreto del Village Voice, che ha sancito la superiorità de Gli Schwartz su Le correzioni, per lanciare nella stratosfera l’amico americano di Marcel Proust”.

129 pensieri su “LIBRI, DUNQUE

  1. Scusate, insomma, parla un libraio (vedi sopra), presenta il resoconto dello sfacelo, e che fanno gli scrittori o presunti tali? Si inventano palle. Vivono di fantasia. Sharpe che vende più di Dan Brown e roba così (già che ci siamo, perché non Jim Thompson più di Faletti e gli aforismi di Bierce più della LIttizzetto?). Poi, colti in flagrante, un atteggiamento da “ah, ma a me questa discussione non interessa, perché atteggiarsi ad apocalittici”. Prego dado di comunicare quanto spera di vendere degli Schwartz. Mi dispiace, ma puri con toni e conclusioni discutibili, Carla Benedetti ha più che ragione. Ed è inutile che la Lipperini si inviperisca. A me piacerebbe vedere certi libri di nicchia trasformarsi in long seller, ma adesso questo non è più possibile. Una volta sì. Ora no, o comunque molto raramente. Punto e basta. Se persino gli spintissimi Pinketts, Santacroce o (rarissimi) altri italiani in Strade Blu sudano sangue a vendere le ottomila/novemila copie, quando proprio va di lusso, che cosa pensate che sia degli altri? Ma ve lo siete mai fatto un giro in libreria?

  2. Lo stato delle cose (e uso il termine cose perché sono della stessa opinione di Loredana, le parole pesano) è inquietante. I librai che attaccano i best seller. Scrittori o presunti tali che invece che presentare libri laddove li invitano, cioé negli Ipermercati, dovrebbero immaginarsi di presentarli e poi scriverne il reportage invece che andare in loco e cercare di incontrare le persone che decidono di passare un’ora e mezzo (non dieci minuti, un’ora e mezzo) con loro per parlare di libri. La televisione che è cattiva perché parla di libri spazzatura invece che di capolavori di nicchia. Allora, facciamo il punto della situazione. Da una parte c’è la critica alta, quella seria. Anzi, la Critica. Poi ci sono i pennivendoli, quelli che recensiscono pure Faletti. Poi ci sono le merde (qui cito Vassalli). Poi ci sono gli scrittori o presunti tali, che se parlano di Sharpe fanno male, e se parlano di best seller fanno male lo stesso. Poi ci sono i librai illuminati ma costretti a vendere libri brutti. Poi ci sono quelli degli Ipermercati, che vendono libri e saponi per i pavimenti. Poi ci sono gli Aldi Busi che parlano della Lessing da Maria de Filippi (ha parlato anche di Morozzi, per altro). Tutti individuano negli altri i colpevoli. Colpevoli poi di cosa? Non si è ben capito. In questo ha perfettamente ragione Scarpa con la sua cover di Ti tirano le pietre, come ti muovi sbagli.

  3. Precisiamo: ho detto di essere basita, non inviperita. Perdonami la pignoleria, ma per me le parole pesano. E basita solo per un termine(depistaggio) che non ritengo adeguata. detto questo: forse le cose tirate fuori in queste settimane non sono state espresse con sufficiente chiarezza. Non intendo sottrarmi, e mi ripeto, spero per l’ultima volta. Gojira: ci sono libri e scrittori di nicchia che sono diventati long seller (scusami, ma non posso non fare l’esempio di Q). ce ne sono molti altri che non lo diventano, è vero. Ma questo non è colpa nè di Faletti, nè della paraletteratura e di quanto abbiamo discusso fino a questo momento.
    Dado individua un problema di comunicazione: per quanto riguarda la televisione, è assolutamente e totalmente vero. Non è ancora stato trovato (non si è voluto) un modo per coniugare comunicazione sui libri e linguaggio televisivo. Per anni, a RadioTre, abbiamo dato (e Marino continua egregiamente a farlo) tutta l’informazione possibile. Ma la radio, e Radiotre soprattutto, è una nicchia e si rivolge già a lettori forti. Servirebbe la televisione, è vero. Anch’io penso (e l’ho scritto qualche giorno fa) che l’operazione Busi abbia un peso, per criticabile che sia il contesto dove viene svolta. Va comunque studiata con attenzione (ed è, maledizione, questo che intendevo per non disprezzare il popolare).
    Per quanto riguarda i giornali, e le terze pagine, scusate se insisto: ma quante volte vedete recensito un best seller sui grandi quotidiani? Personalmente, alla sottoscritta è capitato una sola volta in quindici anni: appunto con Faletti.
    Si può fare di più? Evidentemente sì: nessuno, mai, in nessun momento ha sostenuto qui che questo è il migliore dei mondi possibili. Ma non è neppure la catastrofica e desolata landa che si vuol sostenere. Insisto: a mio parere, rispetto a dieci anni fa, ci sono maggiori possibilità di pubblicazione per un autore esordiente, c’è una maggiore attenzione per la cosiddetta paraletteratura, e son due punti importanti.
    Prima di chiudere (e non mi sto sottraendo, sto semplicemente sostenendo che molto è stato detto, e auspicabilmente in termini chiari) ho una domanda per Dado: quanti librai illuminati, come te, caldeggiano morozzi e biondillo?

  4. allora con ordine:
    – i librai non attaccano i best-sellers (ci mancherebbe); solo che le parole e le pagine spese per promuoverli sono pleonastiche: grisham va da solo… altri hanno bisogno e meritano più attenzione
    – presentare un libro al supermercato è quanto di più umiliante per un libro e uno scrittore genna ha toccato con mano e spero se ne sia accorto (e cmq la prossima volta che non scriverà di divi televisivi la casalinga mica lo comprerà, cosa crede?) [credo che la frase “siete parte dell’ambaradan” fosse significativa]
    – la tv è cattiva perchè parla poco di libri e quando ne parla sono quasi solo instant book dei vips
    – la rivista di genna (miserabili) è bellissima e ricca di spunti
    – la situazione è quella descritta da carla senza usare termini apocalittici (io credevo che fosse una cosa scontata invece evidentemente non tutti si sono accorti che il re è nudo)
    – i colpevoli sono i manager di alcune case editrici tipo mondadori, la grande distribuzione, i mass media e i nostri connazionali che si fanno ipnotizzare da tutto quanto la scatola nera passi…
    spero di essere stato chiaro.

  5. per loredana: tutti i librai (grazie per l’illuminato) caldeggiano la vendita di bei libri perchè fanno il lavoro con passione e, pur con i loro gusti che posso variare, amano i libri e le storie e gli autori.
    certo non quelli che vendono i libri nelle grandi catene che potrebbero vendere ugualmente prosciutti e che i libri non li leggono neppure.
    Noi per esempio tra librai ci scambiamo sempre informazioni su libri validi, bufale, chicche;
    e ho imparato più dai colleghi che leggendo i lanci dei giornali.
    e sai perchè preferisco vendere libri belli? perchè quando io do un bel libro guardo in faccia il cliente e penso: “amico tu da domani non sei più lo stesso!!!” ma se gli do la fallaci domani sto qui cosa diventa? una parte dell’ingranaggio e non il famoso granello di polvere.
    per chiudere un caso non ancora citato: vespa. il caso vespa è sintomatico di come funzionino le cose da noi: uno che è in onda mille ore l’anno scrive libri banali che da gennaio ci puoi incartare il pesce eppure come strenna a dicembre è irrinunciabile… ma come, cazzo, lo senti già tutto l’anno e poi appena leggi il tuo unico libro nell’anno cosa fai compri vespa? allora stai messo male…ma peoprio male. e andate a vedere le vendite di vespa.

  6. Dado, la cosa buffa è che in realtà siamo quasi tutti d’accordo su molte cose. Ribadisco: è evidente che il problema numero uno è la televisione. I giornali, anche se facessero ogni giorno paginate su Vespa, non ne decreterebbero comunque il successo. Quando qualcuno m’invita a fare un giro in libreria (grazie) mi vien voglia di ricambiare con l’invito ad un meno allettante giretto fra i dati vendita dei quotidiani. Cifre che, se riportate ad un programma televisivo, ne decreterebbero l’immediata soppressione.

  7. sai dove invece vorrei invitarvi tutti? dai miei distributori. entrando, visivamente ci si rende conto di quello che si “DEVE” vendere. è come un piramide all’ingresso bancali colmi di hardcover da classifica (5 bancali da 500 libri) poi si scende ad un bancale e poi si finisce nell’angolino con i libri che se arrivi il giorno dopo il libro non c’è più perchè dal distributore ne hanno ordinate 2 copie… (io sto aspettando ancora quello di lester bang della minumum fax)

  8. Caro Dado, dici “presentare un libro al supermercato è quanto di più umiliante per un libro e uno scrittore genna ha toccato con mano e spero se ne sia accorto (e cmq la prossima volta che non scriverà di divi televisivi la casalinga mica lo comprerà, cosa crede?) [credo che la frase “siete parte dell’ambaradan” fosse significativa]”. Visto e considerato che lì, con Genna, c’ero anche io, posso assicurarti che di si situazioni ben più umilianti ne ho vissute molte, nella vita, sia come persona che dal punto di vista professionale. Fidati. A parte il fatto che il libro in questione, temo, non parli di divi della televisione, ma non sono io la persona più adatta a
    parlarne, il fatto che la casalinga lo compri o meno, e che poi compri o meno il suo/o mio prossimo libro non mi sembra così scontato. E neanche prescindibile. Già si fatica a combattere la spocchia dei colleghi, se dobbiamo imbatterci anche nella spocchia dei librai siamo proprio messi bene…

  9. Per Loredana: Q è partito con una tiratura di diecimila copie e un battage che lévati. L’ufficio stampa Einaudi schierato come un sol uomo. I long seller sono altri, quasi “a dispetto di” (primo esempio che mi viene in mente, Donne che corrono con i lupi, duemilacinquecento copie di prima tiratura, e i miei amici grossisti che ridevano del titolo. Poi millanta edizioni, ma nel giro di anni). E, inutile dirlo, tutti i consigli di Dado mi sembrano più che sensati. Giro nei magazzini della distribuzione compreso.

  10. ma scusa, lascia stare la spocchia ma se proprio voi non capite che il libraio fa parte integrante della catena che va dallo scrittore al lettore e lo scavalcate per andare a fare i fenomeni da baraccone all’ipermercato, io cosa devo dire? che fate bene? che idea radical chich?
    no sbagliate, punto. a meno che il vostro obiettivo sia fare parte dell’ambaradan… (allora avete fatto centro).
    il libro non parlerà di divi televisivi (non lo so perchè non l’ho letto e non ne ho intenzione, non mi interessa sapere chi è costantino, spero sia lecito; quindi va da sè che non lo consiglio) però c’è una bella copertina con una bella foto del divo e il suo bel e noto nome in grande!!
    io dico solo che non mi sembra stiate combattendo ma solo adeguandovi… però poi non lamentatevi.

  11. diciamo le cose come stanno, non facciamo gli ipocriti.
    – non vi invitano, avete espressamente richiesto.
    – fenomeno da baraccone = libera traduzione di far parte dell’ambaradan (che le licenze poetiche solo voi senza spocchia potete prendervele?)
    – ti sei divertito all’iper? bene. era questo il vostro obiettivo? bravi
    che ti devo dire.
    e come se la prossima volta il libro lo facciamo scrivere ad un generatore casuale di frasi, come ti sentiresti?
    se non capisci che la grande distribuzione è un inculata…. sono problemi tuoi. ma lo capirai con il tempo, io aspetto con pazienza.
    avvertenza: al posto di spocchia potresti usare radical-chich preferisco. grazie

  12. Gojira, Dado, se il giochino è farci passare per passatisti integrati, non ci sto. Onestamente e semplicemente. Credo che chiunque sia passato da queste parti in questi giorni si sia fatto un’idea di quali posizioni siano state realmente espresse. Tutto qui.

  13. Dado scusa, ma già la frase “tutti i librai caldeggiano la vendita di beli libri” mi pare un po’ troppo buttata lì. ma cosa vuol dire? Io ne conosco almeno tre, fra cui visto che mi piace citare testualmente le signore di Bibli a Roma che invece di voler vendere bei libri amano fare gli sfornati e venderli! Che luogo comune è? Che ne sai chi è quello che si compra Vespa? Che ne sai, che dopo due Vespa il terzo non sia “Il mediterraneo” di Braudel? Io credo che andare in un supermercato e passarci due, tre ore, con persone che – magari, ma non è detto – di libri sanno poco, sia un modo assolutamente “decente” di svolgere un mestiere che forse di per sè è indecente. Semplicemente perchè – e la proliferazione dei blog potrebbe darmi ragione, ma ci devo pensare – non esiste più.

  14. Dado, sarai parte integrante della catena che dallo scrittore va fino al lettore, ma lasciami dire che la spocchia ce l’hai e ti si porta via. Parli di situazioni e libri che, legittimamente, ci mancherebbe altro, non hai vissuto e non hai letto. Noi non scavalchiamo proprio nessuno. Ci invitano a presentare i libri negli Ipermercati e andiamo. E se facciamo parte dell’amabaradan, ne prendiamo atto e lo raccontiamo pure, che questo è il nostro mestiere. Tu, per parte tua, continua pure a esprimere i tuoi preconcetti, e a raccontarti/ci di quanto fare il libraio sia il più bel mestiere del mondo, perché i bei libri che consigli tu, i due o tre che trovi nei bancali in fondo in fondo, sono quelli che ti cambiano la vita. Però, c’è sempre un però, non dire che noi ci adeguiamo sulla base dei tuoi preconcetti e il termine “fenomeno da baraccone”, che, lo dico con un filo di preconcetto anche io, temo non sia proprio un complimento, usalo con parsimonia.

  15. dado, puntualizzo anche io:
    dici: “diciamo le cose come stanno, non facciamo gli ipocriti.
    – non vi invitano, avete espressamente richiesto.”
    Non so se di lavoro, in realtà, fai l’ufficio stampa del gruppo Saggiatore, in caso ciao Adolfo e ciao Cristina, ma se così non è, temo che ancora una volta tu stia lasciando la mente libera di correre e di improvvisare. Per tua norma e regola l’invito per questa presentazione risale, pensa te, addirittura a ottobre, quando il libro in questione era solo un’idea, e non un libro fatto e finito, quindi… Quando e se ci inviteranno i librai, magari dopo aver letto i libro, o più presumibilmente dopo aver letto una recensione, o più presumibilmente ancora dopo averci visto in Tv (è corretta la scaletta?), andremo in libreria…
    dici “fenomeno da baraccone = libera traduzione di far parte dell’ambaradan (che le licenze poetiche solo voi senza spocchia potete prendervele?)”. Mi guardo bene dall’attuare forme alcune di censura, però, permettimi, se applichi le licenze poetiche alle facce degli altri, incorri nell’insulto. Se uno ti da del fenomeno da baraccone non pensi che è radical chic (si scrive così), ma più probabilmente che è stronzo.
    Dici: “ti sei divertito all’iper? bene. era questo il vostro obiettivo? bravi
    che ti devo dire.”
    Nessuno ha parlato di divertimento, perché stavamo parlando di lavoro, e, chiamami romantico, ma non associo l’idea di divertimento all’idea di lavoro.
    Dici: “e come se la prossima volta il libro lo facciamo scrivere ad un generatore casuale di frasi, come ti sentiresti?”
    A me non crea problemi che scrivano libri generatori casuali di frasi, Franceschi Totti, Faletti o chi che sia. Non crea problemi che vengano pubblicati libri brutti, perché ne vengono pubblicati anche di belli, e cerco di leggere quelli, io. Non a partire dalle copertine, o non solo. E neanche a partire dall’assioma, più l’editore è piccolo e pugnace, più vuol dire che il libro è bello. Non sempre funziona così, temo.
    Dici: “se non capisci che la grande distribuzione è un inculata…. sono problemi tuoi. ma lo capirai con il tempo, io aspetto con pazienza.”
    La distribuziuone, temo, è un problema tuo, più che mio. Io non faccio il libraio, né l’editore, ma scrivo. Se i miei libri vengono distribuiti da Mach2 non piango disperato. Di più, se il mio libro vende molto tramite Mach2 sono contento, perché quando scrivo un libro cerco di farlo bene, onestamente.
    E con questo, spero, è tutto.
    M

  16. Lavoro da dieci e più anni come consulente in Mondadori, quasi esclusivamente per le collane Sis e Strade Blu, cioè quelle cosiddette letterarie. Venivo dall’Adelphi e mi hanno presa perché cominciavano a rendersi conto che abbandonare tutto quel che non erano i grandi bestseller (come avevano fatto e avrebbero continuato a fare per un altro tot di tempo) poteva essere alla lunga deleterio. Poi comunque abbiamo fatto una fatica boia, per anni. Con “noi” intendo quelli che si occupano dei libri “letterari”, editor in primo luogo. Un po’ perché il credito interno era esiguo, un po’ perché se come casa editrice ti sei così radicalmente sputtanata presso i lettori (e per giunta appartieni a Berlusconi) ci vuole un po’ per riacquistare un minimo di credibilità. Perché ve lo racconto?
    Per richiamare alla memoria la quasi totale monocoltura del bestseller che regnava un decennio fa. Non venti anni fa, ma dieci, quindici sì. E per affermare che gli spazi per un’editoria più qualificata vengono alla fine conquistati da quelle persone in carne e ossa che ci credono e che si sbattono, siano essi le piccole, spesso non più così piccole case editrici emergenti di questi ultimi anni, siano collane all’interno delle grandi.
    Poi è vero che in Italia si legge sempre meno. E’ vero che anche le case editrici di cultura hanno cominciato a fare un marketing aggressivo sui titoli di punta abbandonando il resto della produzione a se stessa. E’ vero che c’è Dan Brown e ci saranno infiniti cloni di Dan Brown.
    Però è anche vero che fra i bestseller (i libri degli autori “letterari” elencati sopra vendono tutti fra le ottantamila e le ventimila copie)c’è molta più varietà e qualità di quanta non se ne trovasse prima.
    Vedo una contraddizione che non si spiega solo con la “legge del mercato”. Molti di quelli che leggevano Grisham, Follett ecc. si sono (almeno in parte) stufati e, senza fare grandi balzi, sono ad esempio passati a Camilleri, Lucarelli ecc. Dove trovano, oltre al piacere della lettura, personaggi, luoghi e problemi del loro paese e del loro presente. Ho l’impressione che sempre più lettori stanno premiando libri americani e italiani (e purtroppo assai raramente di altra origine), “di genere” e “letterari” che parlino di noi e del nostro mondo, che agiscano sulla testa, sul cuore, sull’immaginazione…Dove ci sia più sostanza, più conflitto, più vita. Stiamo attraversando un periodo di crisi (parlo quella economica e non solo economica mondiale)e questa crisi nella consapevolezza e nelle esigenze delle persone, credo che qualcosa stia cambiando.

  17. Per me essere “politically correct” – a parte l’espressione inglese che mi sta sulle palle è un complimento, e vatti a leggere in proposito il testo di Evangelisti proposto da Genna ieri, nelle righe finali – è un complimento. Tu, scusami, ma sei un altro da “La soluzione Schoum sta nel primo sportello a destra, servirsi prego!”

  18. Un grazie a Loredana per l’ospitalità.
    Che spasso, meglio di Totti e delle sue barzelette:
    Michele Monina scrive:
    ” A parte il fatto che il libro in questione, temo, non parli di divi della televisione,”
    Ora mi viene un dubbio:
    Devo andare dall’oculista o dal paraculista?
    Questo è il dilemma?

  19. il posto dei libri? la libreria!
    comunque va bene facciamo i politically correct: w vespa w gli ipermercati che creano cultura
    d’altra parte come insegnevano i cccp:
    parlava bene il presidente
    dell’1 che diventa 2
    ma non per questo
    il 51 si trasforma in 52
    a allora bi-tri-quadri-penta-sex-tutti
    e tutti sono onesti e tutti sono pari
    e tutti hanno le palle
    democratiche e popolari

  20. guarda michele, chiudiamo qui, hai troppo la coda di paglia (anche perchè genna a me piace, l’ho messo anche nei best 2004, i miserabili anche, i vostri racconti sono spassosi); un paio di cose ancora però:
    – si lo scrittore è in grado di scrivere anche ciò che non vive: per esempio credo tu sappia che il citato salgari non andò mai nei luoghi che narrò così bene.
    o J. chase (niente orchidee per miss …) che scrisse tutta la vita gialli ambientati in america senza esserci mai stato.
    O philp roth che disse: “se dovessi scrivere la mia autobiografia ci sarebbe solo un uomo seduto al tavolo a scrivere tutto il tempo” (o simile vado a memoria)
    – curiosa la scaletta prima gli iper e poi se c’è tempo e, sganciano anche, le librerie… (strano tra l’altro che gli iper vi invitino ancora prima che il libro sia finito…. mi sa che solo il nome interessava, cosa dici?)
    – A proposito di santi e IPOCRISIA, fatti dire da genna chi ha invitato chi!!!
    Genna da sofri 1 febbario 2005 in radio: “HO ESPRESSAMENTE RICHIESTO IO AL MIO EDITORE DI FARE IL GIRO DELLE PRESENTAZIONI NON NELLE LIBRERIE MA NEGLI IPERMERCATI” (le bugie hanno le gambe corte!!)
    – far parte dell’ambaradan per me significa essere parte del carrozzone… su su se voleti i dindini non fate gli schizzinosi!!
    – no no dammi tu del romantico, io spesso quando lavoro mi diverto…
    – la grande distribuzione è un’ inculata per tutti (non solo e non tanto per i libri), mi spiace che tu non lo colga, perchè stavolta ti fa comodo, ma è evidente che desertifica il panorama…

  21. dado, non cambio argomento ma torno indietro: e in tutta questa sciagura che ruolo hanno gli agenti o, in caso, gli stessi autori? E’ stato citato il famoso scippo di Fante dello struzzo. Ma non è contemplato che chi tratta i diritti volesse cambiare editore, con tutto il rispetto? E quanti autori scoperti da piccoli editori hanno voluto essi medesimi passare ai grandi? C’è un fondino di ipocrisia, in questo discorso, che mi stupisce.

  22. per esempio quando genna pubblicherà quel bellissimo racconto sull’invasione degli ultracorpi a cinisello… voglio vedere l’iper che ti invita… [chiuso]
    loredana, a torino quando mi hanno presentato il tipo della marcos gli ho detto: “vi siete fatti inculare fante…”
    sai cosa mi ha risposto? “meglio per te no… così ne vendi di più.”
    in effetti ne vendo di più, ma che meriti ha una casa editrice che si appropria del catalogo altrui? e non dirmi che marcos non valorizzava fante, ha pubblicato i suoi libri in tutte le salse, formati, prezzi, con testo a fronte senza, ecc…
    [stessa cosa einaudi ha fatto con fanucci per lansdale o con minimum con wallace]
    quando c’è stato il passaggio, fante era in paradiso da un po’ quindi all’autore cosa vuoi dire? it’s only about money, honey… [e poi non vedi gli autori come sono? permalosi, vendicativi??? :-))]
    cmq per esempio il fatto da te citato che alcuni passino a fandango è un’ottima notizia, vuol dire che qualcosa cambia (anche genna in fondo è passato da mondadori a tropea, de carlo da einaudi a bompiani; ecc..)
    ma il passaggio dai piccoli ai grandi è fiosiologico e giusto, il problema è di accorgersi quando uno è bravo e parlarne appena possibile e non aspettare che sia nelle case editrici dei big…

  23. gianni visto che siamo vicini, quando vuoi ti offro una cena e facciamo due parole… sull’architettura of course :-))
    michele, lascia stare, non capisco come genna scriva con un tipo come te, ma fa nulla visto che tu, in quanto star dell’iper che ha scritto di vasco (mai consigliato visto che sono uno dei pochi italiani che non l’apprezzano, venduto si) hai diritto di avere l’ultima parola … tienila insieme alle cazzate che hai scritto (senza capire un h di ciò che ho scritto io e ti tanto che ti circonda).
    [ah allora genna fa lo show da sofri e visto che ci deve andare allora già che c’è dice che è lui che vuole andare???]

  24. Che vi devo dire? A me Dado è simpatico, anche quando non sono d’accordo con lui.
    Cioè: è inutile negare che a un autore l’idea di passare da una piccola a una grande casa editrice piaccia. Mi ricordo Gianluca Morozzi che mi disse, candido, che era stato il suo agente a portarlo a Guanda. Non che odiasse quelli di Fernandel (li adora, figuriamoci) però, insomma, uno scrive per essere letto. E’ inutile che ci giriamo attorno, è inutile che facciamo i finti puri.
    Io andrei negli ipermercati, nelle sale operatorie, dai dentisti, in piazza, nelle macellerie, dappertutto, se questo servisse (oltre che, anzi soprattutto, nelle librerie, i luoghi più logici dove presentare un libro). Non ho niente contro Busi che se ne va dalla De Filippi. Il suddetto Morozzi me lo sono visto sbiancare davanti ai miei occhi quando scoprì che Busi parlò del suo libro in TV. Fu una botta di culo pazzesca, è inutile negarlo. E come dimenticarsi Scarpa che da Costanzo parlava non dei suoi libri ma di Moresco? (Ma non è bellissima questa solidarietà, che non è mafietta, fra scrittori?).
    Scriverei anche sugli involti delle cicche, se servisse veramente a qualcosa. Vorrei vendere 12 milioni di copie, altro che 12 mila.
    Se, però, se e solo se, questo non mi fa retrocedere di un solo millimetro dal rapporto di onestà con me stesso, con la mia scrittura, con le cose che faccio. Se questo non implica l’abbruttimento, la vendita delle mie idee, l’aggiustamento, la limatura, il colpo al cerchio e il colpo alla botte, la ruffianeria, la furbata, la calata di braghe.
    La mia fortuna è che per mangiare lavoro. Faccio tutt’altro, sono fuori dai giochi dell’editoria (se vendo bene, se non vendo bene lo stesso).
    Però, io, non ho mai giudicato chi pubblica per Mondadori, come molti fanno, dicendo che sputano nel piatto che mangiano. Il problema non è che Mondadori (e di conseguenza Einaudi) pubblichi, che so, Evangelisti, Wu Ming, il capitale di Marx, etc… il problema sarebbe se non li pubblicassero! E’ lì che avrei paura.
    E lo dico da uno che pubblica per “la concorrenza”, per un gruppo editoriale puro (molto più puro di Feltrinelli), per un editore che prende i suoi autori e li coccola, li porta a cena e passa la sera a parlare di libri di altri (mai parlato di vendite con il mio editore). Potrei fregiarmi di un manto di purezza, fare il moralista. Ma non mi interessa.
    Le case editrici sono dei baracconi, l’ho già detto. Chi sta fuori da questo mondo (e io ci stavo fino all’anno scorso) neppure se ne rende conto.
    Dado, però lo sa, perché è dentro “la catena”.
    Di librai come lui ho avuto la fortuna di conoscerli, nell’arco del 2004. Sono diventati miei amici, ce n’è uno che mi spedisce le sue recensioni ogni settimana, legge il triplo di quello che leggo io!!!! (e io sono considerato un lettore vorace).
    Però, ovviamente, vedono tutto dal loro punto focale. E ciò che sta ai margini del campo visivo, un po’ si sfoca (probabilmente potrebbero dire lo stesso del mio punto focale, certo).
    Ad esempio io eviterei la macchietta che continuo a leggere nei confronti di D’Orrico. Non posso addentrarmi per ragioni di stile (lo so, Lippa, lo so, che ti fa arrabbiare, ma lo ripeto: se ne parlo bene sembro un leccaculo, se ne parlo male sembro un ingrato). Però, vi chiedo: perché se, ad esempio, Ammaniti parla bene di Landsdale, o Scarpa di Ammaniti, o Genna di Piperno o Avoledo, o i Wu Ming di De Cataldo, o, sempre ad esempio, Krauspenhaar massacra la Mazzantini, è giusto mentre se lo fa (come ha fatto) D’Orrico la cosa non viene neppure considerata? (e di riflesso: com’è che la sua recensione positiva di Faletti gli avrebbe fatto vendere due milioni di copie e la stroncatura alla Mazzantini invece non è servita a nulla?)
    Com’è che siete tutti fermi alla sua provocazione su Faletti? Com’è, allora, che non vi accanite con la padrona di casa? Non è che qualcuno un giorno ha deciso che lui era “il male” e tutti dietro, senza neppure un po’ di attenzione a quello che scriveva veramente?
    Io, non avendo letto i libri di Faletti, non posso dire, dal mio punto di vista, se sono delle schifezze, dei capolavori, delle opere di artigianato, non lo so. Non so se D’Orrico ha preso una cantonata enorme o meno. Ma santiddio, non sembra veramente una macchietta?
    Da una parte i “critici laureati”, dall’altra i “critici di potere”, di qui “gli autori puri”, di là “i marchettari”, di sopra “i librai romantici”, di sotto “le merde ambulanti”.
    Perché, per fare un discorso, per portare avanti le mie idee, devo a tutti i costi cercarmi un simulacro di nemico? Non un nemico, ripeto, ma il suo, inoffensivo, simulacro?
    Non siamo un po’ tutti, io per primo, miopi senza rendercene conto?
    Se devo fare una critica a Carla (Benedetti) è che ha sbagliato obbiettivo, clamorosamente, nel suo articolo che ha scatenato il tutto. Doveva, come esempi, parlare della Fallaci, di Vespa, altro che Faletti.
    Ripeto quello che ho detto qualche post fa. La Mazzantini che vince un premio che 50 anni fa aveva vinto Pavese è il vero abbruttimento della cultura “ufficiale”.
    Parliamo di questo.
    Abbracci, G.
    P.S. io sono d’accordo, di default, con tutto quello che scrive Helena. Quindi se ora mi dice che ho sbagliato mi rimangio tutto quello che ho scritto. 😉

  25. Gianni, per curiosità, che lavoro fai? E soprattutto, sabato sarai in piazza Duomo? Io ci sarò, e sarò sempre quello con un pelouche di Cucciolo in braccio e una splendida Biancaneve nei paraggi…

  26. Dado, scusami, ma sembri proprio quei bambini che vogliono sempre dire l’ultima parola, e visto che sono scrittore viziato e vendicativo e permaloso, provo a dirla io, l’ultima parola. Sempre per puntualizzare.
    Dici: “si lo scrittore è in grado di scrivere … seduto al tavolo a scrivere tutto il tempo”
    Mai sognato di dire il contrario. Chi ti dice quanto di vero c’è in quello che scriviamo, dentro i libri, dentro le riviste e dentro la rete? Ti ringrazio per avermi insegnato cos’è la letteratura, avremmo tutti bisogno di librai come te sotto casa. Che dico, dentro casa…
    Dici “curiosa la scaletta prima gli iper e poi se c’è tempo e, sganciano anche, le librerie…”
    La prossima volta farò come Paolo Rossi, il comico, non suo fratello calciatore, che durante i suoi spettacoli, per far capire che stava facendo una battuta anche ai carabinieri del servizio d’ordine dice: ora faccio una battuta…
    Dici: “strano tra l’altro che gli iper vi invitino ancora prima che il libro sia finito…. mi sa che solo il nome interessava, cosa dici?”
    Come forse saprai, anche se sicuramente non avrai letto il libro in questione perché la copertina non ti attirava, io ho pubblicato circa cinque mesi fa un libro dal titolo Vasco chi?. Un libro che tu non avrai consigliato a nessuno, ma che qualche copia l’ha venduta lo stesso. Quando quelli dell’Iper hanno deciso di aprirsi alle presentazioni (tanto per buttarlo in culo a voi, credo di capire ora), hanno chiamato l’ufficio stampa per invitarmi. Visto che l’invito in questione era per il 6 febbraio, e visto che il libro Vasco chi? stava vendendo già bene di suo, ho chiesto alla casa editrice di presentare in quell’occasione anche il libro di Costantino, che, sapevamo, sarebbe uscito il 1 febbraio. Quindi, onta delle onte, siamo finiti a Voghera non solo in virtù di Costantino, ma anche di Vasco Rossi. Due al prezzo di uno, direbbero all’Iper…
    Dici “A proposito di santi e IPOCRISIA, fatti dire da genna chi ha invitato chi!!!
    Genna da sofri 1 febbario 2005 in radio: “HO ESPRESSAMENTE RICHIESTO IO AL MIO EDITORE DI FARE IL GIRO DELLE PRESENTAZIONI NON NELLE LIBRERIE MA NEGLI IPERMERCATI” (le bugie hanno le gambe corte!!)”
    Lo ripeto, nel caso avessi scollegato il cervello quando scrivevi il post precedente, siamo scrittori, mica cronisti.
    Dici ” far parte dell’ambaradan per me significa essere parte del carrozzone… su su se voleti i dindini non fate gli schizzinosi!!”
    Ti prego, giurami che fai lo schizzinoso tu, che se uno ti chiede l’ultimo di Follet non glielo vendi se almeno non compra due copie di Morozzi. Ti prego, almeno tu che sei romantico. Io, per la cronaca, vivo della mia scrittura, e quindi i dindini, come li chiami tu, non li disprezzo affatto. E fino a prova contraria non ho mai detto cose diverse da questa. Se tu, che invece proclami una diversità profonda da chi vende i libri di fianco ai detersivi, quando uno ti chiede Follet glielo vendi e basta, be’, allora, smettila di rompere i coglioni e pensa a campare, che è meglio.
    Dici “no no dammi tu del romantico, io spesso quando lavoro mi diverto…”
    Che devo dire, mi fa piacere per te. Specie quando spari merda (citazione vassalliana) su Dan Brown mentre ne vendi due copie…
    Dici “la grande distribuzione è un’ inculata per tutti (non solo e non tanto per i libri), mi spiace che tu non lo colga, perchè stavolta ti fa comodo, ma è evidente che desertifica il panorama… ”
    Visto che questa volta, come dici tu, non è la prima volta. Ti prego, di nuovo, dimmi dove e quando mi hai sentito spalare merda sulla grande distribuzione. Dimmelo, ti supplico. Io, tendenzialmente, vivo e lascio vivere, come in un libro di Ian Fleming (omaggio alla padrona di casa). Neanche mi piango troppo addosso, almeno quando parlo e non racconto. E dire che di motivi, anche validi, per piangermi addosso ne avrei, ma non mi sembra il caso.
    Per la cronaca (una tantum), io dindini per presentare libri, all’Ikea come in libreria non ne ho mai presi. Se conosci colleghi romantici che ne danno fammi sapere…
    M

  27. wu ming 1 (giù il cappello), credo che tu faccia confusione io non vi ho mai tirato in ballo.
    voi meritate ogni singola copia che vendete, io non voglio fare il santo o il puro (anche perchè non lo sono).
    mi sembra tu abbia ben presente il problema, il mio è il mio punto di vista del piccolo libraio, come il tuo è quello dello scrittore, e quello di helena di chi lavora per case editrici, ognuno con la sua prospettiva.
    A me fa piacere che tu parli di concorrenza sleale per la grande distribuzione perchè è così (e da me per andarle dietro le grosse librerie sai cosa fanno?? mesi e mesi con il 25-30% di sconto; giuro non scherzo!!!! tu lo sai qual è il nostro margine vero??)
    ma è proprio quello che vorrei essere più a contatto con gli scrittori ma quando questi si vantano di chiedere all’editore (che bontà sua ha acconsentito) di fare presentazioni presso gli iper mercati ti cadono le palle….
    dimmi pure le cose discutibili che ho detto, sono permaloso ma so capire se sbaglio e se uno mi fa capire gli errori lo ringrazio.

  28. Anch’io faccio parte della “catena”, inoltre frequento librerie di ogni natura e dimensione dodici mesi su dodici, a cadenza di tre presentazioni alla settimana. Parlo coi librai in continuazione, seguo ogni dibattito di natura letterario-merceologica, *tengo il culo in strada*.
    Bene, ho avuto più volte occasione di sentire da piccoli librai punti di vista meno parziali e unilaterali da quello di Dado.
    Tra l’altro, per capire bene cosa vuole comunicare Dado, bisognerebbe sapere in che luogo si trova la sua libreria, da quanto tempo esiste, come e da chi è gestita, quanta concorrenza ha nei dintorni, se è vicina o meno a un’università, se è vicina o meno a un luogo di “struscio da week-end”, che tipo di clientela ha etc. Non basta dire: “Faccio il libraio, senti a me!”. Le situazioni cambiano radicalmente a seconda dei parametri di cui sopra.
    E’ parere di molti operatori che oggi, nonostante il doppio rullo compressore della grande distribuzione (leggi: concorrenza sleale) e dell’ipermercatizzazione delle grandi catene, ci sia comunque meno “monocoltura” e più scelta che in passato.
    Vengono pubblicati più autori italiani rispetto a dieci anni fa, che scrivono libri di tutto rispetto e nel complesso vendono bene, fanno in modo che la letteratura italiana venda più di un tempo (e io posso aggiungere che questi autori vengono pure *tradotti* di più in giro per il mondo).
    Magari non vendono cifre spropositate, ma – solo per fare alcuni nomi di autori che pubblicano dal ’94-’95 – Carlotto vende bene, Evangelisti vende molto bene, noi vendiamo più che molto bene etc.
    Tra l’altro, caro Dado, noi vendiamo soprattutto grazie al passaparola, non a chissà quale propaganda a tappeto: il lavoro degli uffici stampa conta nei primi venti giorni, ma Q vende ininterrottamente da sei anni, e ormai le prime recensioni non le ricorda più nessuno. “Asce di guerra”, poi, uscì in una fase in cui Tropea era privo di ufficio stampa e il nostro nuovo nome non era ancora conosciuto, eppure fece la sua porca figura, con quasi ventimila copie di venduto.
    E’ vero che Q ebbe una prima tiratura di diecimila copie, ma non va scordato che veniva dopo diversi altri libri da noi scritti e firmati, che avevano avuto tirature di mille copie: “Mind Invaders”, “Totò, Peppino e la guerra psichica” e “Lasciate che i bimbi”.
    Quindi noi ce la siamo *conquistata* con un lavoro di anni, la tiratura da diecimila, non ce l’ha regalata nessuno.
    Detto questo, a me non piace questa tendenza a creare fronti contrapposti. Dado ha ragione su alcune cose, e fa affermazioni discutibili a proposito di altre. E’ risibile schierarsi fra i pro-Dado e gli anti-Dado, o contrapporre gli “scrittori viziati” al “libraio che si fa il culo”. La realtà di questo settore non è affatto così, scrittori e librai stanno a contatto quotidiano molto più di quanto si immagini.

  29. DADO:
    siamo vicini? Quanto vicini? Tieni conto che io non ho la macchina (né la patente) quindi, insomma… anche se per una cena aggratiss potrei anche farmela a piedi!
    MICHELE:
    Vivo in mezzo ai muratori (che mi sfottono perché faccio l’architetto).
    Sabato sarò di certo in Duomo, non so ancora, però, se Laura si metterà il costume da Ape (con le aluccie e la gonnellina di tulle) o quello da Power Ranger, che gli ha regalato il suo fidanzatino di 5 anni.
    DADO E MICHELE:
    Baciatevi, stupidi.
    😉

  30. Dado, è discutibile scrivere che vende solo ciò che va in televisione, perchè – molto semplicemente – non è così.
    Ci sono libri che vanno in televisione *perché* vendono e sono già un fenomeno dal basso (il manuale del tizio sul non farsi le seghe e vivere felici, oppure la stessa Melissa P., su cui i giornalisti si sono gettati perché c’era già il passaparola morboso);
    ci sono libri che vendono senza andare in televisione (i nostri, ad esempio, ma nemmeno Carlotto mi sembra vada in tv);
    ci sono un sacco di libri, ma proprio miriadi, che NON vendono anche se vanno in televisione. Ogni sera El Can propina “un libro in due minuti”, e sono gli unici due minuti di “gloria” di quei libri.
    E’ discutibile dire che i nostri connazionali si fanno ipnotizzare dalla scatola nera. Se così fosse il centrodestra, che pure controlla i vecchi media e li usa come artiglieria pesante, non avrebbe perso *tutte* le tornate elettorali dal 2001 a questa parte.
    E’ discutibile dire che un libro, a priori, *non* andrebbe presentato nel tal posto o nel tal altro. Un libro va presentato ovunque ce ne sia l’occasione, avendo la garanzia che l’evento verrà organizzato e seguito da una persona che se ne accolla la responsabilità, che si avrà il tempo necessario per parlarne con un certo approfondimento (che varia da libro a libro, e a seconda degli intenti dell’autore: è chiaro che l’intento di Genna e Monina era fare una performance), che si potrà parlare e non vi saranno strumentalizzazioni aggiuntive. Noi abbiamo fatto presentazioni in librerie grandi e piccole (soprattutto piccole, ma capitano anche le FNAC e i Mel Bookstore), circoli culturali, centri sociali e case occupate, biblioteche, scuole, università, teatri, ristoranti, piccoli festival e addirittura appartamenti privati.
    E’ discutibile affermare che Carla Benedetti ha scritto “la verità sacrosanta”. Io, per esempio, ritengo le cose che ha scritto verità parziali, e non ci trovo nulla di sacro o di santo. Ha ragione Biondillo, e lo avevo già fatto notare: attaccando Faletti si sbaglia bersaglio, narrativa seriale e codificata come quella di Faletti esiste da più di un secolo, la vera “alterazione genetica” del libro avviene coi librastri degli pseudo-comici e dei barzellettari spompi, con il Mein Kampf della Fallaci etc.
    Dado, attendo ancora di avere qualche informazione in più sulle condizioni in cui eserciti il mestiere di libraio. Non importa che specifichi la città o il nome della libreria, basta sapere se sei in metropoli o in provincia, qual è l’assetto proprietario (sei dipendente o anche socio?), se c’è un’offerta specializzata accanto a quella “generalista”, se è zona di studenti etc.

  31. E’ assai piacevole mettersi davanti al computer dopo aver messo a letto il bambino e trovarsi tutti questi apprezzamenti. Grazie a tutti.
    Per la cronaca so anche, come autore, cosa significa quando al tuo libro (il mio secondo) da parte della casa editrice viene riservato un po’ più del minimo sindacale ma poi, nonostante recensioni scarse ecc., riesce ad andare dignitosamente perché, per esempio, quel libro lo trovi per MESI esposto nella vetrina di una libreria indipendente dove manco ti conoscono. E cose così.
    Vedi Dado, da quando si parla di questa storia della centralizzazione degli ordini delle Feltrinelli, ho pensato anche: il re è nudo. Sta forse arrivando l’ora in cui le librerie indipendenti possono cominciare a valorizzare con più forza che cosa sono e che cosa offrono. Negli Stati Uniti (nelle realtà urbane degli Stati Uniti) è già avvenuto: dato che la monocoltura delle catene era tangibilmente asfissiante, le librerie indipendenti hanno ripreso a guadagnare spazi. Ma nel puntare sulla diversità sono state inventive e creative, nonché in molte forme solidali, perché spesso consociate.
    Non è facile in un paese come l’Italia, però sarebbe bello se ci si provasse pure qui.
    Mettersi insieme. Cercare di capire, come si diceva, chi è vivo e lotta insieme a te, fra scrittori, librai, giornalisti, gente che lavora nell’editoria (e qui spezzo una lancia per l’esercito invisibile dei redattori, correttori, traduttori senza la cui passione sottopagata il livello con cui escono i libri sarebbe infimo), insegnanti dalle materne alle università, bibliotecari, lettori. Che cos’altro possiamo fare?
    Gianni e Michele: peccato che sto in provincia, altrimenti sabato per le vostre fanciulle avrei un bel Robin Hood.

  32. Ma no, Dado, mettici pure anche Dan Brown in vetrina, tanto lo so che ci piazzi accanto Biondillo (il lupo ecc..)
    Spero che sulle librerie americane abbiamo ragione un po’ tutti e due, anche perché io mi riferivo pure a delle città più piccole.

  33. mettiamola così:
    – ciò che va in tv, vende.
    – la scatola ipnotizza perchè come fa notare loredana un programma considerato *non visto* fa cmq molto più di repubblica e corriere messi assieme (sul centrodestra, mi piace l’ottimismo ma è anche vero cmq che il presidente venuto dal nulla ne ha già vinte due di politiche!! aspettiamo il 2006)
    – per il libro all’iper provo lo stesso fastidio che tu provi per i comici e la fallaci (dipende dalla prospettiva); io cmq tu credo non ci andresti all’iper (raggazzi l’iper è la morte del dettaglio, avete mai letto qualcosa sull’effetto deserto di un’apertura di un wal mart in america? i negozi nel raggio di 10 miglia chiudono!!!)
    – verità sacrosanta è un’iperbole tutte le verità sono parziali. secondo me carla evidenziava un problema (monocultura best-seller e latitanza critica); faletti centra poco, io infatti, e sono stato ripreso, citavo vespa, grisham, ecc
    se ti interessa…
    – sono fondatore, proprietario, dipendente (unico) di una piccola libreria (45 mq) in centro (in qualche modo) in una ricca città di provincia del nord (che legge poco e male).
    partito con una follia pura (uguale spazio a fazi, meridiano zero, marcos, minimum, pequod, fernandel, tropea, fandango, e/o guanda, neri, bollati, marsilio da una parte; mondadori, rizzoli, garzanti, bompiani, adelphi dall’altra; più una cura per feltrinelli ed einaudi); no libri brutti, pochi best sellers; i primi mesi rispondevo “no vespa qui non c’è”
    ora l’unico imbargo rimasto è per la tamaro e bondi e compagnia bella… rami secchi sono stati segati, best sellers accresciuti. migliori vendite 2004 harry potter(a cavallo 2003 mi sembra) fallaci, brown, faletti, pansa così su due piedi.

  34. gianni è deciso, la settimana cena a mie spese (tanto dai si sa i cantieri alle 5 smontano i magut vanno a cenare, anzi scrocca un passaggio 🙂
    helena, scaruffi (do you know scaruffi? don’t you?) mi diceva settimana scorsa che a san francisco ormai è rimasta solo la city lights e che le altre piccole stanno cedendo alle catene; ed in effetti anche a new york 2 settimane fa ho visto più negozi di musica indipendenti che librerie…
    – per tutti: ma noi qui si è già in quaresima…
    – wu ming 1 dimenticavo… studenti in teoria dovrebbero esserci (universitari e liceali) ma se li senti ti spari; entrano chiedono il libro di testo ed escono.
    facciamo un gioco? mi dite voi cosa mettere in vetrina e vediamo quanti ne vendo. ci state?

  35. Dado, per me è facile risponderti: fra una settimana esatta, metti il mio nuovo romanzo in vetrina.
    (pubblicità subliminale? NO, no: sto proprio facendo pubblicità!)

  36. Dado, tu credi pure a quel che vuoi, però preferirei i ragionamenti alle frasette secche tipo “quel che va in tv vende”, così, senza ulteriori argomentazioni.
    Io ti ho già fatto esempi di libri che vanno in tv eppure *non* vendono, e del fatto che la tv non è di per sé persuasiva.
    Non basta che una cosa vada in tv perché risulti convincente.
    Non si contano i miliardi di euro bruciati ogni anno in pubblicità inutile, che non funziona. Pensa all’invasività degli spot di Blu, qualche anno fa. Accattivanti, martellanti, eppure non hanno convinto nessuno del fatto che in Italia ci fosse bisogno di un’ennesima compagnia di telefonia mobile.
    Pensa a tutta la propaganda tv sul risanamento della Salerno-Reggio Calabria: non ci ha creduto nessuno, perché era roba che contraddiceva l’esperienza diretta.
    Pensa agli sforzi che fanno i tg per dire che non c’è declino nel Paese, che le cose non vanno peggio, che il carovita è un fenomeno limitato, che l’inflazione non è in crescita… Tutte affermazioni che cozzano con l’esperienza quotidiana, quindi non convincenti.
    Non è questione di ottimismo, io non ho la minima idea se Berlusconi cadrà domani o fra un anno o chissà quando, io parto da alcune considerazioni di teoria dei media.
    Chi usa la tv in questo Paese non ha le competenze minime, non capisce che il troppo stroppia.
    Tu dedichi tutto il palinsesto diurno a cercare di convincere di quant’è giusto attaccare l’Iraq, per settimane o addirittura per mesi, facendo sfilare in qualunque occasione sfruttabile i politici della maggioranza che ci parlano di “guerra al terrorismo”, di “armi di distruzione di massa” etc.?
    Risultato: l’80% dell’opinione pubblica italiana si dichiara contrario alla guerra.
    E non venirmi fuori anche tu con la storia che la guerra l’hanno fatta comunque, non stiamo parlando di questo, come non c’entra con quello che sto dicendo il fatto che Berlusconi abbia vinto le politiche: le ha vinte da oppositore, con meno potere mediatico di quello che aveva quando ha perso europee, amministrative e suppletive. In ogni caso, le politiche del 2001 ha vinte prendendo meno voti di quelli che avrebbero preso i suoi avversari correndo insieme.
    Il problema-Berlusconi è politico, non di potenza di fuoco mediatica. Continua a fare quel che fa perché dall’altra parte c’è questa opposizione, non perché la gente abbia portato il cervello all’ammasso e si preoccupi solo della Lecciso e di Faletti. Quest’ultimo è solo un alibi.
    Insomma, io continuo a fare esempi, e mi sembra che abbiano un valore generale.

  37. Se io ti dico che non basta andare in tv per vendere, e tu mi fai esempi di cose che vendono, ci impantaniamo, continuiamo senza che nessuno dei due smentisca l’altro, perché argomentiamo su livelli diversi.
    Io sto dicendo che la tv non è IL problema, che dare la colpa più grande alla tv è un alibi. Sono altri i motivi per cui in Italia si legge di meno, la tv c’è in tutta Europa, e in certi paesi è trashona e coatta quanto la nostra,
    eppure si legge più che in Italia.
    Mi sembra un problema molto più grosso – e peculiare dell’Italia – un’istituzione scolastica che arriva a farti *odiare* la lettura, che ti costringe a soffrire per leggere, ti de-motiva.
    Mi sembra molto più grave il dissesto del trasporto pubblico e la cultura dello spostarsi in automobile. Detta così sembra una cazzata, ma è elementare: i paesi dove più si legge sono quelli in cui i cittadini si spostano *principalmente* coi mezzi pubblici. La città americana coi lettori più forti è New York, l’unica che abbia un trasporto pubblico degno di questo nome.
    In auto non puoi leggere, nemmeno quando sei incolonnato, perché sei troppo nevrastenico e spazientito.
    Nello specifico: Harry Potter. Classico caso di serie di libri su cui la tv è arrivata *dopo* e che oggi venderebbe comunque. In generale, la letteratura per ragazzi vende senza la tv. In tv non passa mai, ma uno dei settori che “tira”. Harry Potter è solo la punta dell’iceberg.
    Il Papa…
    Dài, siamo seri, il Papa vende perché è il Papa, non ha bisogno della tv, manda direttamente lo Spirito Santo a pubblicizzare il libro door to door. Quando hai la rete delle parrocchie e degli oratori, puoi anche fottertene, dei passaggi televisivi.

  38. allora, parliamone.
    io ho scritto “cio che va in tv vende” togliendo *il solo* perchè in effetti vende anche altro.
    ma per la mia esperienza se qualcosa passa in tv, poi vengono a chiedertelo. vuoi esempi?
    benissimo ti do il più gustoso:
    – l’anno scorso ad un certo punto inizia ad entrare in libreria gente mai vista e chiede “elisa” di peterson (o gustafson o ^^^son) c’è? io basito, no controllo ma non mi pare. e cercare di capire, così per una giornata. poi chiamo la mia amica che ha anche lei una libreria e chiedo ma anche a te ti stanno chiedendo sta elisa di *son qualcosa???
    “cazzo sì, a manetta” ma cos’è??
    SAI COS’ERA ??? PAMELA DI RICHARDSON (da cui elisa di rivombrosa)
    – clerici dopo che è partito il ristorante (ma io cosa ne so???) ricette della clerici
    – melissa p. è vero andava il passaparola però dopo il costanzo la mattina dopo era un via vai di gente che si guardava in giro guardinga e poi magicamente alla cassa trovava melissa (anche i baristi dove faccio colazione ne hanno voluta una coppia sotto banco)
    – fallaci vende, ma dopo che le dedicano pubblicità e pagine sul corriere stessa cosa.
    – vespa uguale
    – brown uguale
    – papa uguale
    – con harry potter hanno iniziato a prenotarlo 2 mesi prima…
    poi molti per carità enttrano anche con il ritaglio di D donna o donna del corriere o quello che ha segnalato orrico (un esempio? taverna del doge di ongaro; che se no…)
    ma banalmente ho notato che le stesse sagome che metto fuori io (quando mi va) aiutano: esempio ligabue e baricco (sagoma porta 1/3 in più)
    questo per i libri che è il topic se andiamo o.t. (volentieri)
    esempio: mio amico a new york una sera mi dice:”ma sai che i ragazzi sul lavoro (30 anni buona cultura, revisori dei conti, molti con famiglia) parlano solo di tv nella pausa pranzo, io non so cosa dire (l’avevamo comprata ma non aveva ancora allacciato il cavo).
    stessa cosa a me capita spesso: io tv ne vedo proprio poca e tante mezze starlette o fighetti non li conosco (per esempio io costantino non so chi sia e la faccia l’ho vista per la prima volta in copertina potete crederci o no); oppure i reality io non ho visto un minuto negli ultimi 4 anni (le litigate con la morosa potete immaginarle, visto che quando è da me vale mia regola).
    fai un test wu ming1 semplice semplice: chiedi ad uno per strada così il primo che passa:”ma la rivoluzione francese 19..?” non lo sa. poi chiedi con nonchalance ma gori sta con………? però ha fatto le corna con……..? che era moglie di ………. che gioca a…… e tra l’altro d’estate si è scopato …..
    AVARI 5 RISPOSTE ESSATTE SU 5 ci scometto quello che vuoi, prova!!!

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