NEL NOME DELLA LETTERATURA

Israele ospite della Fiera del Libro di Torino 2008
Con queste firme esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.
L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.
In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale governo israeliano, possono tranquillamente – diremmo perfino banalmente! – coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, e rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.
Raul Montanari
Prime adesioni:
Sergio “Alan” Altieri, Alessandra Appiano, Alessandra C., Andrea Carraro, Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Silvio Bernelli, Gianfranco Bettin, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Laura Bosio, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Olivia Crosio, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Riccardo Ferrazzi, Marcello Fois, Francesco Forlani, Gabriella Fuschini, Giuseppe Genna,Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob), Pietro Grossi, Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar,Nicola Lagioia,Loredana Lipperini,Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianluca Morozzi, Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Piersandro Pallavicini, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Sergio Pent, Andrea Pinketts, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Luca Ricci, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa,Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali,Vittorio Zambardino,Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)
Ps. Potete aderire nei commenti. L’appello appare contemporaneamente su Nazione Indiana, Ilprimoamore.

160 pensieri su “NEL NOME DELLA LETTERATURA

  1. A prescindere dalla condivisione o il contrasto con il Sionismo, appare evidente che l’intenzione con cui si è proposto ad Israele l’invito a partecipare in qualità di paese d’onore alla Fiera del libro risulta subordinata a come esso viene inteso.
    L’evento viene percepito e forse subìto come cassa di risonanza pro sionista perché coincide con l’anniversario di nascita di questo paese .
    Lo stesso spiacevole dibattito in corso evidenzia l’inopportunità dell’iniziativa.
    Scrittori di ogni tipo vadano sempre e ovunque, ma non in coincidenza con date o eventi celebrativi che si prestino a collegamenti “pelosi”.
    Personalmente non andrò alla fiera , non ci porterò mio figlio non ne alimenterò la partecipazione.
    Salvatore Maria Giusto.

  2. Aderisco!!
    Pazzesco pensare di doversi ancora schierare contro la banalità dell’uomo..
    senza dimenticare che Torino è la città natale di Primo Levi..
    Grazie per aver pensato a questo appello, è necessario far sentire la nostra voce!!
    Andrò quest’anno, come tutti gli anni passati, alla Fiera, nella convinzione che gli incontri con gli scrittori saranno fonte di riflessione e ispirazione, come sempre.
    Grazie

  3. Aderisco all’appello con convinzione per respingere ogni visione pregiudiziale, cieca, priva di ogni intelligenza, politicamente schierata e ottusa. La Cultura non ha alcun legame con le stupide e vergognose strumentalizzazioni politiche.

  4. Carissimi amici e colleghi,
    sebbene apprezzi moltissimo le vostre misurate parole, non solo non aderisco al vostro appello, ma spero che altri scrittori ne sottoscrivano uno completamente contrario. Sono totalmente d’accordo col boicottaggio del Salone del Libro di Torino, che non celebra la cultura ebraica – magari – ma la fondazione dello Stato di Israele. Il muro, e il ghetto che costruisce, gli espropri di case, acqua, risorse e diritti, l’umiliazione a cui è costretto il popolo palestinese, gli omicidi mirati, (condanne morte senza processo), e il razzismo etnico e religioso praticato da Israele sono ragioni sufficienti per giustificare qualsiasi atto di contestazione nei confronti di quello Stato. Il fatto poi che Israele sia uno stato ebraico non è un attenuante ma semmai un’aggravante, e non perché consideri gli ebrei peggiori – per antisemitismo – o migliori – per aver subito l’olocausto, e quindi più “sensibili” – di altri, ci mancherebbe, ma perché considero qualsiasi stato religioso un’aberrazione. La religione di per sé è razzista, e se qualcuno non se ne accorge, soprattutto al giorno d’oggi, c’è poco da fare, raffinato intellettuale che sia. (Ho detto religione, non fede.) Lo ammetto sono contrario allo stato di Israele, perché credo che l’unica soluzione vera al problema sia quella di un unico stato in Palestina. Utopia, forse, o magari realismo visto che sono 40 anni che due stati non riescono a convivere, mentre ebrei, musulmani e cristiani hanno convissuto pacificamente per secoli in quei territori.
    Forse è vero, il boicottaggio è desueto, e presenta molte controindicazioni, anche se ha già avuto il merito di far discutere. E gli scrittori israeliani invitati e che hanno ac-cettato, tutti almeno inizialmente favorevoli alla recente guerra contro il Libano, hanno un notevole credito internazionale – grazie anche al fatto che fa molto comodo che lo abbiano – e comunque non sono certo degli sciocchi. Ma ribadisco che comunque non si tratta di boicottare scrittori, ma le celebrazioni ufficiali di uno Stato, e io che sono un cultore della letteratura egiziana, mai parteciperei a celebrazioni che fossero, anche solo minimamente, una giustificazione della brutale politica di Mubarak – come preannunciato nel 2009 per esempio.
    Ma questo non è il punto della questione. I punti sono altri.
    Chi è favorevole al boicottaggio viene tacciato di essere contro la cultura e di confondere politica e letteratura. Personalmente non credo esista buona letteratura che non sia anche politica, ma qui si tratta di altro. Chi ha confuso letteratura e politica sono stati gli organizzatori del Salone che in un momento così delicato della Storia hanno deciso di parteggiare per Israele, invitandolo proprio in occasione di un anniversario politico. Non hanno invitato degli scrittori, ma uno Stato, e gli scrittori che hanno accettato di partecipare sono lì a sostenere quello stato. Proprio perché amo la letteratura mi disgusta che sia usata come arma politica.
    Altra accusa ai sostenitori del boicottaggio e che così si rifiuta il dialogo.
    Innanzitutto è falso che a Torino sia possibile il dialogo. O meglio a Torino verrebbe-ro riproposte le stesse condizioni di sempre del dialogo fra Israele e Palestinesi. Una parte in posizione di superiorità e l’altra d’inferiorità. Uno stato che viene celebrato, se non osannato, con alcuni scrittori di grande successo sostenuti dai mass media, da potenti case editrici e uffici stampa, e dal solito seguito di politici ossequiosi, locali e non, di sicuro bipartisan, e magari con ambasciatori, consoli e parlamentari al segui-to. Dall’altra pochi e assai meno noti e celebrati scrittori, in posizione di inferiorità, almeno ufficialmente parlando.
    E ai sostenitori del dialogo chiedo: a chi giova Torino in queste condizioni, alla causa di Israele o a quella palestinese? E ha questo a che vedere davvero coi libri e la cultura?
    Se ne può discutere, ma dovrei essere molto più ingenuo di quello che sono per non sapere che sarà un’altra occasione per riaffermare la superiorità intellettuale dei buo-ni, raffinati e tolleranti scrittori israeliani e quindi di Israele e dell’occidente, (a cui Raul Montanari tiene molto evidentemente) rispetto agli arabi intolleranti, o che comunque non hanno scrittori di così grande successo. E non ci dimentichiamo che nell’attuale società del successo, chi ha più successo e riflettori addosso ha la verità. Ed è perlomeno avvilente che nessuno ci abbia riflettuto un momento.
    Se mi permettete poi, da scrittore disincantato, vorrei anche ricordare che il Salone del Libro di Torino è un evento culturale solo per chi crede che la cultura si faccia nei salotti e si esalta vedendone uno così grande che in realtà non è altro che una grande bottega e un evento propagandistico e di marketing per alcune, poche , case editrici.
    Ma al di là del fattore contingente, c’è un aspetto della retorica del dialogo che mi preme sottolineare. E’ vero, si deve dialogare anche e soprattutto con il nemico, e il debole ci rimette sempre a chiudere il dialogo con il più forte. Ma quando ci si accorge che il dialogo, dopo anni e anni di promesse non mantenute, di menzogne e di razzismo praticato e sostenuto, è semplicemente una presa in giro, un modo del più forte per ingannare il più debole e il mondo, per mostrare come sono buoni i binachi, così tolleranti e ragionevoli, al più debole resta solo una cosa da fare, sottrarsi al gioco, per mantenere l’unica cosa che gli resta: la dignità. E questo non vuol dire necessariamente il martirio, visto che è solo la grande dignità del popolo palestinese che permette a quegli uomini e donne, a quei corpi, di sopravvivere. Ed è stato sempre per dignità che molti intellettuali hanno chiesto a BenedettoXVI di non parlare alla celebrazione ufficiale della Sapienza.
    Ma forse oggi che il dissenso è terrorismo, la dignità diventa intolleranza. Mi rammarica, però che sia così difficile far capire che se la sinistra vorrà sopravvivere dovrà riprendere ad agire con dignità, con la dignità almeno di dire “ciò che non siamo e ciò che non vogliamo.”
    Alessandro Golinelli Scrittore

  5. Ciò che mi chiedo è: se un domani il salone del libro dovesse invitare l’Autorità Palestinese e gli scrittori palestinesi, una persona che, come me, è favorevole all’odierna iniziativa, dovrebbe passare al boicottaggio?
    Il problema è che di boicottaggio in boicottaggio alla fine si boicotta la pace.

  6. Anche il professore palestinese massacrato dalle bombe del vostro ospite d’onore oggi in cattedra, in classe ,mentre stava svolgendo la sua funzione di educatore,a nche lui dal suo inferno aderisce alla vostra nobile iniziativa..
    A proposito Chiamate per l’onore anche le decine di studenti feriti .

  7. Aderisco “senza se e senza ma”. Quando si boicottano le opere letterarie e gli scrittori, la notte è vicina.
    Apriamo gli occhi su queste subculture e sui loro finanziatori e promotori.
    Carmine Monaco

  8. Totale solidarietà allo Stato israeliano .
    Dispiace ritrovare tra i firmatari dell’iniziativa di boicottaggio il collega Gianni Vattimo (sono straordinario di diritto civile), il quale ripropone la trita questione dell’illegalità delle azioni israeliane secondo il diritto internazionale.
    Dichiara Vattimo (dal sito de “La stampa”): “Nessuno dei «boicottatori» nega il diritto di Israele all’esistenza. Un diritto sancito dalla comunità internazionale nel 1948; proprio da quell’Onu di cui Israele, negli anni, non ha fatto che disattendere con arroganza i richiami e le delibere.”
    Caro prof.Vattimo, è ovvio che la Sua conoscenza del diritto internazionale è modesta. Sul sito dell’ONU è agevole trovare numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza indirizzate ai paesi arabi e non meno disattese con eguale arroganza. Mi basti indicare le risoluzioni 53 e 54 del 1948
    (http://www.un.org/documents/sc/res/1948/scres48.htm) per chiarire che le risoluzioni si rivolgono a delle parti in lotta ed è profondamente scorretto sottolineare che solo uno dei soggetti le viola, dimenticando le violazioni degli altri.
    Frasi come le Sue dimenticano che Sadat ha pagato con la vita il riconoscimento d’Israele e che lo Stato ebraico – con l’accordo di Camp David – ha dimostrato quanto sia vero il principio “territori in cambio di pace”.
    La realtà è che nella Sua affermazione fa difetto la coerenza, in quanto una simile faziosa critica è incongrua rispetto ad un “formale” e vuoto riconoscimento della legittimità di Israele.
    Più in generale un simile modo di procedere danneggia proprio i palestinesi, perchè impedisce un dialogo onesto tra le parti.
    Il sangue, la disperazione, i bimbi morti fanno orrore SEMPRE e nessun morto ha meno dignità di altri.
    Sul piano personale, aver perso la stima per Lei (ancorché non La conosca) mi fa sentire più povero.
    Non condivido, invece, ma apprezzo per la coerenza le parole di Alessandro Golinelli, che centra il cuore del problema: la risoluzione ONU del 1948 da cui deriva la legittimità dello stato israeliano e da cui deriverebbe (se compiutamente esistesse) la legittimità dello Stato palestinese è storicamente e moralmente giusta? La scelta di uno Stato unico avrebbe risolto il problema? La mia risposta è no perchè avrebbe lasciato gli ebrei senza un loro territorio. Il che vale riconoscere che alla data della cessazione del mandato britannico erano una minoranza. Ma quale criterio determina l’appartenenza di una terra ad un popolo? L’effettività del controllo delle terre? Il peso demografico? Se così fosse vorrebbe dire legittimare la pulizia etnica dimenticando che gli ebrei sono stati cacciati da quelle terre ben prima che nel VII secolo l’espansione araba le occupasse. D’altra parte è però vero che così argomentando dovremmo considerare illegittima gran parte dell’occupazione del territorio americano da parte degli USA (ma che senso avrebbe parlarne? se non per dar forza ai diritti dei nativi americani, ma non certo per argomentare la necessità della dissoluzione degli USA). La verità, purtroppo, è che quelle terre vengono rivendicate con argomenti di pari dignità da entrambe le parti e che, attesa l’impossibilità di far convivere i due popoli pacificamente sotto uno stesso tetto, non vi è altra via che dividere la casa.
    Amaramente constato che, per fortuna, le sorti di quei due tormentati popoli non dipendono dalle faziose discussioni di noi italiani, che proprio non riusciamo da affrancarci dalla cieca difesa delle posizioni del clan cui apparteniamo.

  9. Gent. sig. Ugo Grassi
    forse Vattimo voleva dire che essendo la nascita stessa d’Israele conseguenza di una risoluzione dell’ONU, ci si sarebbe potuto aspettare che questa nazione sarebbe stata ligia nell’osservanza di altre risoluzioni che la riguardavano.
    Osservanza a cui i paesi arabi, colpiti al cuore dalla stessa risoluzione, non erano particolarmente tenuti.

  10. Nautilus,
    un commento sui paesi arabi colpiti al cuore dalla risoluzione. La risoluzione ONU del 1948 permetteva la nascita di Israele, la determinazione dei paesi arabi nel 1948 era per scacciare tutti gli ebrei dalla Palestina e per cacciarli in mare. Puo’ trovare conferma di cio’ su qualunque libro di storia.

  11. Che piacere leggere alessandro golinelli. Allora non sono il solo a pensare che il salone di Torino di culturale ha ben poco ( e questa già da molti anni). Non rappresenta proprio quello che accade culturalmente, in ambito editoriale in Italia. Sull’aderire ho le mie perplessità ma anche sul boicottaggio. Se non se ne parlava proprio di questo Salone di Torino sarebbe stato perfetto. Invece Loradana Lipperini poco fa alla radio dice che è necessario parlarne. Non sono d’accordo ma capisco anche chi è convinto del contrario. La ragione è molto semplice. Già al salone di Torino, da anni, è una noia terribile, di libri fanno finta di parlarne, ora con questo incidente di libri se ne parlerà ancora meno. Infatti, sempre alla radio, poco fa, c’è chi ha preparato 5 punti da discutere che vorrebbe presentare al Salone. Un Salone dello psedudo libro trasformato in psedudopolitica. Ma lo sanno tutti che la questione palestinese e israeliana è destinata a non risolversi. Non si può rimediare ai danni fatti.

  12. Caro Sebastian grazie, della conferma non ho bisogno, già lo sapevo.
    Mi pare che il fatto stesso che i paesi arabi volessero cacciare in mare gli ebrei dimostra che dall’insediamento d’Israele si sentirono gravemente minacciati, e a distanza di sessant’anni si può dire che forse non avevano del tutto sbagliato valutazione.
    Ma non vorrà mica che m’imbarchi adesso nella milionesima diatriba su chi ha ragione fra arabi e israeliani?
    Della qual cosa a me non importa nulla come dell’ovo e della gallina.

  13. Nautilus,
    la sua logica è impeccabile e lungimirante, sterminiamoli tutti onde evitare problemi infuturo. In effetti così operando tra il 1915 e il 1918, i Turchi si evitarono molti problemi successivi con gli Armeni.

  14. Lei si ostina a non voler capire Sebastian e se la vuol buttare in rissa con me sbaglia buo.
    La mia non è logica sono osservazioni semplici su semplici fatti storici: la nascita d’Israele, grande conquista per il popolo ebraico, è stata accolta con COMPRENSIBILE avversione dalle potenze arabe regionali: a nessuno può far piacere ritrovarsi improvvisamente tra i piedi un nuovo stato concorrente, per di più vista come emanazione di un occidente tradizionalmente colonialista in quelle zone.
    Questo è un FATTO e basta, mi astengo da ogni giudizio su chi siano i buoni e i cattivi, ha capito?
    Al suo provocatorio ma soprattutto sbagliato esempio sulle persecuzioni degli armeni rispondo così: se gli armeni avessero voluto insediarsi in Turchia con la forza militare, sbatterne fuori gli abitanti e proclamarvi la nascita di uno stato armeno, una reazione turca sarebbe stata comprensibile.
    Mi pare elementare.

  15. Nautilus,
    riconosco di aver portato all’eccesso le sue affermazioni. Quello che mi sta a cuore affermare e che quella che è stata per gli arabi e i palestinesi una sconfitta è stata per Israele un elemento di pura sopravvivenza, sia in termini di comunità che per gli individui. I proclami e le intenzioni dei governanti arabi di allora non lasciano spazio ad equivoci. Lo stesso comportamento degli occupanti inglesi, loro sì da definirsi a pieno titolo colonialisti, fu tutt’altro che imparziale, basta considerare come fiancheggiarono la Legione Araba dei Giordani bloccando nel contempo ogni invio di armi alle milizie ebree. Quanto alla tradizione coloniale in Palestina, essa fu comunque incarnata fino alla prima guerra mondiale non dall’occidente ma dall’Impero Ottomano.
    Passando alle potenze arabe regionali, l’interesse per la Palestina non fu di fatto mai di tipo filantropico nei confronti degli abitanti arabi della Palestina. I peggiori massacri di palestinesi furono opera nel 1970 delle milizie beduine di re Hussein di Giordania (le ricorda qualcosa l’espressione Settembre Nero?). Se Sharon fu giustamente considerato corresponsabile di Sabra e Shatila, per la sua inazione mentre le milizie cristiano-libanesi compivano il massacro, re Hussein fu il mandante e la sua Legione Araba l’esecutore delle stragi del 1970. Tantomeno i Palestinesi rimpiangono i tempi i cui la Striscia di Gaza era sotto il controllo egiziano e anche neglu ultimi giorni Gaza è strozzata non solo lungo la frontiera con Israele ma anche lungo la frontiera egiziana. In Siria, sotto il pugno di ferro del partito Baath, l’unico ruolo possibile per i Palestinesi è di pedina nei giochi di potenza della famiglia Assad.
    Per concludere, nel 1948 la Palestina interessava alla potenze regionali arabe non come patria dei Palestinesi (entità nazionale allora neanche concepita come tale), ma come una semplice zona di influenza, come un vuoto da occupare con il venir meno del mandato inglese sulla Palestina. Per Israele rappresentava invece la vita o la morte, il rischio da evitare di un secondo annichilimento in meno di un decennio.

  16. Noi viviamo nella Storia, che ha l’obbligo di riportarci a un indirizzo trasfuso all’idea medesima di letteratura; alle testimonianze di popolazioni vessate e perseguitate, dall’incubo del passato alla sempiterna crudezza della Storia contemporanea. Sì, urge parlare: e infondere possibilità di espressione ai nominati senza nome, le creature assenti. Onorare la solidarietà tra popoli ed etnie minoritarie, un preciso adempimento nella vastità della materia umana di ordine nullo.
    La Palestina rappresenta quest’ordine nullo. Non ha una terra, geograficamente è inesistente. Eppure è lì. Noi tutti lo sappiamo; lo sa l’Europa; lo sa l’ONU.
    La Palestina è divenuta l’estetica del reale, “la repulsa della Colpa”, il dolore innocente. Il governo israeliano, lo stato di Israele il cui diritto di esistere gli è stato conferito 60 anni fa, dopo l’orrendo Olocausto, sta compiendo pogrom sui fratelli musulmani, una politica espansionistica di cui siamo a conoscenza. Ma è il popolo israeliano, soprattutto gli scrittori di questo paese, che non possono eludere quella “repulsa della Colpa” che ben conoscono, poiché l’hanno vissuta in termini generazionali e, credo, siano destinati a conviverci per sempre. I vari Oz, Grossman se la portano dentro come un debito inestinguibile.
    Ma sono scrittori, non servitori dello Stato. Perché non accettarli alla Fiera? E perché, con atto umile, non garantiscono loro stessi di esserci solo in presenza di poeti palestinesi e intellettuali dissidenti israeliani?
    Perché, Signor Raul Montanari, non si prodiga affinché ciò avvenga?
    Penso che esista un desiderio di affratellamento che non diventi materia posticcia, o mortifichi l’uomo rendendolo sempre più prossimo ad una concimazione della solitudine.
    Io resto dilaniata, dolente, divisa a chi mi chiede di aderire o non aderire ad un appello definito più volte “infelice” per la sua cruda esposizione.
    E le vostre convinzioni, cari amici tutti, così certe e inderogabili, mi spaventano anch’esse: mancano di dubbi. Troppe scontate certezze, mancanti di alternative.
    Potreste rispondermi: “Tu tieniti i tuoi dubbi, e lascia a noi le nostre certezze”.
    Non fa una piega. Ne prenderei atto. Ma è una visione che ci vuole passivi, in fase d’un ritorno forzato, quando manca l’andare…
    Mi rivolgo a tutti voi, scrittori italiani – di cui elitariamente faccio parte, seppur abitante del sottosuolo – ai non scrittori, e soprattuto a Lei, Raul Montanari, ai firmatari e non dell’appello: troviamo un’altra soluzione. Proprio per quelle creature disabitate, uccise, avvilite nelle stazioni d’un deserto animale.
    Portiamo anche i poeti palestinesi a Torino.

  17. Il salone del libro di Torino è un’occasione italiana di scambio per chi ama libri e scrittura assolutamente straordinario. Caricarlo di tensioni politiche in nome di ideologismi in questo caso fuori luogo è stupido, oltre che dannoso. In Italia l’ignoranza cresce, la disattenzione per la lettura sta diventando un’epidemia, il provincialismo culturale è in agguato…un’occasione internazionale come il Salone va incoraggiata, sostenuta e propagandata.

  18. “Caricarlo di tensioni politiche in nome di ideologismi in questo caso fuori luogo è stupido, oltre che dannoso.”
    E’ vero, e la colpa è tutta di Ferrero e Picchioni. La scelta ideologica è la loro.

  19. Bulat Šalvovič Okudžava
    Abbiate cura di noi poeti, abbiate cura.
    Resta solo un secolo, mezzo secolo, un anno, una settimana,
    un’ora, tre minuti, due minuti, più niente…
    Abbiate cura di noi, ma così come siamo.
    Abbiate cura di noi con i peccati, con la gioia e senza…
    C’è dove vaga, giovane e bello, il nostro D’Anthès.
    Non ha più dimenticato la maledizione passata,
    Ma la vocazione gli ordina di tirare ancora.
    C’è dove piange Martynov: ricorda il sangue.
    Ha già ucciso una volta, non vuole più;
    Ma tale il suo destino: è fuso il piombo.
    E il ventesimo secolo questo gli comanda.
    Abbiate cura di noi finché ancora è possibile.
    Però non così da farci giacere come ossa morte,
    però non come i guardiacaccia curavano i cani,
    però non come gli zar curavano i guardiacaccia.
    Prendete cura di noi poeti contro le mani stolte,
    contro le pazze condanne, le amiche cieche.
    Ne avrete poesie e canzoni, e più d’una volta!
    Però abbiate cura, abbiate cura.

  20. La nobile tradizione del dissenso. Credo sia veramente in linea con questa tradizione di dialogo e di [pro]vocazione culturale l’idea promossa da Diego e mi pare anche da Andrea su Nazione Indiana. Che si faccia della letteratura un momento di provoc[azione] in tutti i sensi: li vogliamo vedere tutti sul palco a discutere, da Oz a Shabtai con tutti gli altri dissidenti(poeti e antropologi ecc.), e solo allora la Fiera avrà un valore sociale e civile e non solo commerciale e di public relations dello stato di Israele.
    Soltanto così (forse) l’ appello iniziale riacquisterà un senso (forse).
    Per qualsiasi cosa, se occorre aiuto per organizzare la cosa (di qualsiasi genere) Andrea ha il mio numero e la mia mail.

  21. Invece di ripetere come pappagalli: “Aderisco”, voleste spiegare perchè aderite ad una celebrazione di uno stato non meno razzista del Sudafrica dell’apartheid sareste più onesti. Era stato scelto l’Egitto, era già stato firmato l’accordo e l’Egitto aveva ospitato come ospite d’onore l’Italia nel 2007, quindi il non rispettare l’impegno preso con l’Egitto è alquanto irrispettoso e la dice tutta sulla potenza della lobby sionista che riesce ad autocelebrarsi anche in Italia nell’anniversario di quella che è chiamata “Nakba”, tragedia/disastro/disgrazia dai palestinesi, cioè la fondazione dello stato d’Israele. Personalmente la considero l’ennesima offesa ai popoli arabi tutti e a al popolo palestinese in particolare, quindi cercherò di convinecere più gente possibile al boicottaggio.
    Abu Yasin

  22. Caro Fabio Orecchini,
    mi trovo d’accordo con te. Portiamoli tutti: da Oz a Shabtai, ai poeti palestinesi, ai dissidenti. Diamo voce a tutti, come ho già scritto più volte.
    Anch’io sarei disponibile per qualsiasi aiuto, pur vivendo a Roma.
    Basta dire, organizzare, fare.
    Hai bisogno della mia mail e tel?
    Nina Maroccolo

  23. aderisco, sostenendo con passione la letteratura di Oz, Grossman, Yehoshua, solo per citare alcuni degli scrittori israeliani
    Silvia Cuttin

  24. Niente più di un libro può far comprendere la realtà di un paese. Per mano a Yehoshua ho camminato per le strade di Gerusalemme, trascorso il mio tempo laddove arabi e israeliani convivono e si parlano. Perché togliere voce a questo? Perché non confrontarsi e trovare insieme elementi sui quali costruire la pace? Credo che il dialogo, poi, andrebbe ricercato con le persone con le quali si dissente.

  25. Ripeto: qualcuno mi sa dire chi avrebbe chiesto di “togliere la voce a questo”? Mi mettete un link a qualcosa? Mi citate una dichiarazione precisa di qualcuno sul fatto gli scrittori israeliani devono tacere? Siete capaci solo di riflessi da cagnolini che sentono la campanella o lo sapete esercitare un po’ di pensiero critico? Aderite a un appello fidandovi ciecamente di quel che dice, senza andare a verificare se è vero oppure no?

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