Mi si scrive in privato sulla vicenda Generale pubblicato da Piemme. Mi si scrive mettendo le mani avanti così: “Immagino che, nel Suo ruolo pubblico, Lei non possa esprimere giudizi sui profili social (o è una mia idea…? Vista l’atmosfera di censura quasi da Inquisizione che ultimamente impera in tv e in altri media)”
Mi si scrive ignorando, evidentemente, un ventennio di blog e di scritture, ma anche un quarantennio e rotti di radio.
Dunque, eccomi qua.
Con un richiamo a Tucidide e uno, ancora e sempre, a George Lakoff. Perché invece di piazzare elefanti nelle piazze reali e virtuali sarebbe il caso di ricostruire il famigerato noi, e di far passare le nostre idee e i nostri frame. E’ il modo migliore per dissolvere in un soffio tutto quello che, anche grazie a noi, si è costruito intorno a un personaggio di nullo valore e di nullo spessore. E a pensarci verrebbe da piangere: mentre avremmo dovuto ridere, e passare oltre.

Tra le pile di libri su vari tavoli, che somigliano ormai a plastici del Grand Canyon, ci sono quelli che aspettavo e volevo leggere (e voglio leggere) ma non sono ancora riuscita ad aprire. In ordine sparso, Alma di Federica Manzon, Marabbecca di Viola Di Grado, Storia dei miei soldi di Melissa Panarello, Chi dice e chi tace di Chiara Valerio, La reputazione di Ilaria Gaspari, Missitalia di Claudia Durastanti, Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, Dove la luce di Carmen Pellegrino, O Caledonia di Elspeth Barker eccetera eccetera, e chiedo venia a chi non ho nominato perché non è un’esclusione o una diminuzione, ma una dichiarazione di impotenza.
Quel gioco di equilibri che permetteva di pubblicare Naipaul e Uccelli di rovo è andato all’aria, perché escono IN NUMERO MAGGIORE ottimi libri, ma escono tutti insieme, rischiando di annullarsi a vicenda.
E’ un problema enorme.
In più, mentre scrivevo questo post, ha suonato il corriere portandomi Il famiglio della strega di Francesca Matteoni. Sono nei guai. Anzi, siamo, tutte e tutti, scrittrici e scrittori, in grossi guai.

Prevedibilmente, alcuni giornali e molti profili social hanno rievocato in questi giorni alcuni stralci dalla poesia Il Pci ai giovani di Pier Paolo Pasolini. Qualche politico ha addirittura affermato di essere “come Pasolini” a difesa della polizia. Non stupisce, ma è desolante: non è bastato un centenario, non sono bastati decenni di studi pasoliniani per fare giustizia del pregiudizio. Varrà la pena, allora, riportare qui almeno qualche stralcio dell’articolo che Wu Ming 1 scrisse nel 2015 per Internazionale (con link all’integrale).
“La polizia italiana… si configura quasi come l’esercito di una potenza straniera, installata nel cuore dell’Italia. Come combattere contro questa potenza e questo suo esercito? […] Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno.”
 

Parlare di una serie televisiva, questo dovrebbe essere ormai chiaro, non significa sconfinare nel territorio dell’evasione: non sto facendo un torto alla pila di libri che mi minaccia dal tavolo, e che affronto pian piano, anzi. Forse sto invece contribuendo a discutere di narrazione e della voce e dell’estetica con cui si narra.
A volte capita di imbattersi in qualcosa di nuovo e di apparentemente folle, e di dirsi “toh, non tutto è perduto”: parlo di Hazbin Hotel di Vivienne Medrano (è su Amazon Prime: che però si è interessata alla serie dopo aver visto l’episodio pilota sul canale YouTube di Medrano). Medrano, o Vivziepop, ha trentadue anni, è un’animatrice e regista americana. E la sua serie è nuova, divertente, dissacrante: intanto, è una serie animata (per adulti, parolacce e situazioni politicamente scorrette sono presenti in gran numero), ma è anche un musical a puntate. Che, a parer mio, prende il meglio dei predecessori (penso a South Park) e sbeffeggia la Disney in modo garbato e intelligente.
E, sì, è utile anche a chi scrive letteratura.
Ps. Naturalmente, la serie ha attirato l’attenzione dell’Associazione degli Esorcisti. Non scherzo.

“Le rose di Orwell” di Rebecca Solnit segue una strada singolare, ovvero non soltanto rintraccia un’altra biografia possibile dello scrittore, ma prova a capire quanto le nostre singole vite possano essere diverse grazie agli alberi, alle piante e alla sensazione di forza e comunità che trasmettono. Scrive Solnit: “se dovessimo pensare a qualcosa che è l’esatto opposto della guerra, forse dovremmo pensare ai giardini, e la gente infatti trova nelle foreste, nei prati, nei parchi e appunto nei giardini un peculiare senso di pace”.

Continuo con un po’ di memorabilia: un articolo per la Stampa su Jane Austen, che è dello scorso anno ma vale sempre.
Quel che Liliana Rampello suggerisce è che Austen abbia scritto un intero ciclo di formazione che pone Elizabeth Bennet accanto a Wilhelm Meister e Julien Sorel.  Senza farsi notare. Perché, come dirà Flaubert, “non bisogna scriversi”: solo così l’illusione della parola cattura il lettore. Austen ci ha catturate tutte, e quasi tutti, anche per questo motivo: lei non si vede, nelle sue storie, anche se c’è, così come ci siamo noi, ancora oggi.

In questi giorni sono sempre un po’ in corsa e ne approfitto per pubblicare qualche ritratto di persone da ricordare. Sempre per La Stampa, questa è Rachel Carson.
Come scrive Atwood, prima di Primavera silenziosa, “la gente pensava in un modo, e dopo di esso si ritrovò a pensare diversamente”.  Per questo, aggiunge, “ho fatto di lei una Santa dei Giardinieri di Dio nel mio romanzo The Year of the Flood (L’anno del Diluvio). Gli esseri umani hanno un enorme debito di riconoscenza nei suoi confronti, e se ci addentreremo nel ventiduesimo secolo come specie, in parte lo dovremo a lei”. Sempre grazie, Rachel, sempre.

Sono, come molti di coloro che leggono per professione, sconcertata e travolta. In queste settimane escono moltissimi libri, e molti di quei libri li attendevo, e di molti altri sono curiosa. Ma non riesco a leggerli, per quanto occupi ogni interstizio temporale con un libro in mano. E continuo a chiedermi: come si fa? E continuo a rispondere chi mi contatta via mail che appunto non ho tempo, certa di non essere creduta.

Un anno fa ho scritto questo articolo per la Stampa. Non cambia una virgola, se non il numero delle pubblicazioni che è aumentato di parecchio. Per quanto proseguiremo così?

Ultimo intervento dagli Stati Generali del Genere. Marco Bettini.
“Cito Maryane Wolf, neurobiologa americana che ha studiato la differenza tra lettura profonda e lettura digitale : “Ci sono processi cognitivi lenti, quali il pensiero critico, la riflessione personale, l’immaginazione e l’empatia che fanno parte della lettura profonda. Kurt Vonnegut ha paragonato il ruolo dell’artista nella società a quello del canarino nella miniera: entrambi ci avvertono della presenza di un pericolo. Il cervello che legge è il canarino nella nostra mente. Saremmo davvero stupidi se ignorassimo ciò che ha da insegnarci”.”

Questo è l’ultimo intervento, almeno per ora, dagli Stati Generali del Genere. E’ di Massimo Carlotto e pone non poche questioni. Specie alla vigilia di una primavera dove sono annunciati molti romanzi che si presumono di qualità alta, e molti di quei romanzi, specie di scrittrici che per ora non nomino, si intrecciano strettamente con il genere, anche se non in modo dichiarato (per fortuna).
Per questo comprendo ma non concordo del tutto su quanto scrive Massimo Carlotto sul rosa: il rosa piace perché è analgesico. E’ vero, ma forse dobbiamo intenderci su cosa sia oggi il romance. Perché certo, ci sono i romance supervenduti che scivolano quasi sempre in una strada terribilmente consolatoria e purtroppo scontata, e per quello vendono. Ma forse all’interno di quello che definiamo romance si muove altro: e magari non riusciamo a vederlo, perché non lo leggiamo.
Su tutto il resto, condivido Carlotto parola per parola.

Loredana Lipperini
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