Certo che le parole sono importanti: ma non sempre nel senso in cui si intende questa frase. 
Prendiamo quelle di Tom Joad in  Furore di John Steinbeck. Un romanzo. Che tanto ha fatto e tanto fa esattamente nel costruire un immaginario di rivolta. Con le parole si costruisce un controimmaginario rispetto a quello dominante. Non lo dico io, lo diceva Valerio Evangelisti, quando scriveva che con le storie ci si riappropriava delle parole che ci vengono tolte.
Fin qui, suppongo, tutte e tutti d’accordo.
Ma c’è un’occasione in cui le parole diventano feticcio: ed è quando una frase considerata scorretta, magari perché inserisce il temutissimo schwa o, in caso di discorso orale, eccede in avverbi (“assolutamente”) o prende tempo per collegare le parti del discorso (“in qualche modo”, “come dire”), oscura il contenuto.
E’ capitato stamattina, sotto un post con le immagini della polizia che blinda il Teatro India, come aveva già fatto con il Teatro Argentina. Invece di preoccuparsi per quel che avviene, una signora ha strillato che all’assassinio dell’italiano.
Desolante.

SIPARIO

C’è qualcosa che non ho mai dimenticato, e che appartiene a un tempo lontanissimo. Entrare nella platea di un teatro mentre si stanno facendo le prove. Dunque, entrare in punta di piedi, col rispetto che si deve, temendo lo scricchiolio delle scarpe. Scivolare su una poltrona, trattenendo il fiato perché anche le poltrone scricchiolano, e il silenzio non va rotto. Osservare. Ferma, ricomincia, ancora.
Ci ripensavo lunedì sera nel retropalco del Teatro Quirino, ci ho ripensato ieri, guardando fotografie che non avrei mai voluto vedere: l’esercito schierato davanti al Teatro di Roma per proteggerlo da un gruppo di artisti che manifestavano contro la scelleratezza dello spettacolo (non teatrale, ma politico) in corso.

Ieri mattina scrivevo dell’intelligenza dei gruppi e di quella scintilla percepibile quando un gruppo non necessariamente affine per carattere e storia, ma per intenti, si unisce. Ecco, ieri sera, durante la lettura di Dare la vita di Michela Murgia al Teatro Quirino, quella scintilla si è accesa di nuovo, quando amiche e amici hanno letto le parole dell’amica scomparsa, eppure presente.
“E un giorno forse, quando ogni cordone ombelicale sarà creduto reciso, lei ritornerà a me sul filo di una storia, e nella memoria di quel racconto capirà che nella vita non si nasce solo una volta. Quel giorno diremo a voce alta il nostro nome per intero, e raccontare non sarà mai più un gioco da bambini”.
(Michela Murgia, Dare la vita)

DITE AMICI

Negli ultimi tempi alcuni fra i miei amici e amiche (quelli in carne e ossa, intendo, quelli che mi conoscono e frequentano non solo sui social) si preoccupano per me. Che farai, mi chiedono, dal 30 giugno? Non temi, dicono alcuni fra gli alcuni, di perdere visibilità? Di non sapere come impiegare il tempo?
Sulla seconda e la terza so cosa dire, ma alla prima domanda non ho ancora risposte. O meglio, ho risposte parziali ma che non riguardano la mia trascurabile esistenza ma in generale il modo in cui viviamo la cultura negli ultimi tempi. Provo a spiegarmi.
Leggo le cronache, leggo molti articoli sulle egemonie culturali, di destra o sinistra, attuali e pregresse, e trovo che ancora non si discuta abbastanza sul funzionamento del sistema culturale medesimo. Non sono convinta che possa continuare così come lo conosciamo: grandi eventi, grandi festival, grandi teatri, insomma, con la concentrazione di produzioni e manifestazioni in alcuni luoghi-totem. Credo che dovremo studiare, tutte e tutti, una direzione diversa. Sapere quale è un bel problema, ma non dubito che in tempi neanche troppo lontani diventerà abbastanza chiaro.
Quello di cui sono certa è che bisogna puntare molto, moltissimo, sulla famosa intelligenza dei gruppi. Che è una cosa molto precisa. Segue, ovviamente.

C’è qualcosa che continua a sfuggirci, in ogni campo: in quello culturale, consiglio la lettura dell’articolo di Nicola Lagioia su Lucy, dove si evidenzia molto bene che continuare a ragionare solo delle nefandezze della destra non porta da nessuna parte, se non si contrappone un progetto e se non si riesce a far crescere una comunità.
In poche parole, che credo di aver scritto fino allo sfinimento: accusare gli elettori di essere brutti e sporchi e ignoranti non solo non serve, ma denota un sentimento di superiorità morale ingiustificato. La politica, e il vivere insieme, presuppongono che ci si sappia mettere nei panni degli altri: non  per porgere l’altra guancia, ma per capire.  Se non si fa, ecco che ritorna Trump, ecco che la destra, in Italia e non solo, si consolida.
Certo che è difficile. E forse la mia generazione ha meno strumenti per farlo. Perché è nata da genitori che hanno vissuto e molto spesso (non sempre, attenzione) combattuto il fascismo. Perché era adolescente quando il fascismo di ritorno era vivissimo e si moltiplicavano i golpe e le dittature. Perché era ventenne ai tempi delle stragi neofasciste. Perché, infine, era convinta che esistesse un progetto di futuro.
Quel progetto oggi non c’è. O se c’è non si vede, non è coeso, è stropicciato, non affascina.

Come imparare a discutere, volume cinquantesimo.
Il blog che state leggendo è nato quasi vent’anni fa. Era il novembre 2004, si respirava l’euforia da blog (io, anzi, sono arrivata con almeno due anni di ritardo rispetto ai pionieri), e il fatto che si potessero trovare tante idee esposte quotidianamente, e quotidianamente commentate, sembrava segnare l’inizio di un grande cambiamento. Poi ci siamo spostati sui social, che spingono per propria natura a un raggiungimento di visibilità maggiore, alla battutina fulminante, al flame arguto. 
Questo, almeno, fino a quattro anni fa.
Dopo la pandemia le cose sono cambiate parecchio. Ancora scontiamo, senza averne davvero parlato, la spaccatura in due fronti opposti che ha avuto effetti sanguinosi su tutte e tutti noi. Oggi i flame non sono arguti e sono, quasi sempre, shitstorm, o pubblica gogna. 
Dunque non bisogna usare i social? Certo che sì. Ma in questa fase non siamo molto capaci di farlo, non per questioni importanti almeno, o, come si suol dire, divisive. Forse torneremo a esserlo, quando riusciremo ad analizzare per bene quello che ci è successo dal gennaio 2020 a oggi.
Perché sono una possibilità meravigliosa: e ci permettono di danzare insieme.
«Dance, dance, otherwise we are lost», come diceva Pina Bausch.
 Balla, balla, altrimenti siamo perduti.

Mi scrive un mio contatto di non pochi malumori provocati dalla ultima rubrica che ho scritto per L’Espresso, scambiato per una difesa a prescindere e per l’invito a non schierarsi in caso di guerra. Non è nessuna delle due cose: intanto invito a leggerlo, perché è visibile integralmente in rete. Semmai, in quell’articolo, provavo e provo ora a problematizzare la posizione degli intellettuali invitati a schierarsi per Gaza, chiedendomi cosa si intende per schieramento e cosa si dovrebbe e potrebbe fare. Uno status su un social? Onestamente, lo trovo poco utile, anche considerando quanto è difficile intraprendere qualsivoglia discorso complesso sui medesimi. E allora?
Nella rubrica ho riportato l’amarezza e i dubbi di Franco Fortini ai tempi della guerra del Golfo. Qui posso rimandare a due pareri lontani, novecenteschi, appunto. Quello di Umberto Eco e quello di Antonio Tabucchi.
Suscitare dubbi, riflettere a voce alta, provare a capire è quel che abbiamo: questo è. Per dirla con Tabucchi, “Non è facile far luce, e del resto, come diceva Montale, ci si deve accontentare dell’esile fiammella di un fiammifero. Ma è già qualcosa. L’importante è tentare di accenderlo.”
Ma l’ultimo luogo, oggi come oggi, dove accendere fiammiferi sono i social, perché quel che si ottiene è far saltare tutto senza alcun risultato utile. Così la penso, almeno, io che non sono che un frammento di unghia di Eco e Tabucchi e forse neanche quello. 
Infatti, il consiglio novecentesco con cui chiudo il mio articolo è: studiate e leggete chi ne sa più di noi. E’ il mio fiammifero, e lo uso così.

Noto che le discussioni sul materno si moltiplicano e, come spesso avviene, si irrigidiscono. Le cause sono infinite, come sempre: un episodio di cronaca, un libro (come quello di Michela Murgia, “Dare la vita”, che al solito viene preso come attacco personale a chi ha figli – e che noia, e basta con i personalismi, anche, non siete il centro dell’universo – e non come la traccia di una possibilità), altro. 
Ben 12 anni fa scrivevo qualche considerazione, in “Di mamma ce n’è più d’una”. Con qualche variante, temo che valga sempre.

Qualche anno fa, al Pigneto, ho visto su un muro la scritta “Rivoltati ora, non nella tomba”. Provo a ripartire da questa frase  per un’ulteriore riflessione su quello che, almeno secondo me, non è un fenomeno spicciolo.
La vicenda degli insultatori in rete, oggi di Lucarelli e Bigiarelli, ieri di Giovanna Pedretti, ma anche coloro che hanno i loro bersagli prediletti e quasi ogni giorno ossessivamente colpiscono e guai a dargli degli odiatori, con ogni probabilità verrà dimenticata come è avvenuto per il caso di Caterina Simonsen (non ricordate, eh? Qualche anno fa, studentessa di veterinaria e colpita da malattie genetiche rare, difese la sperimentazione sugli animali e venne massacrata), come per Laura Boldrini e  Cécile Kyenge e per tutti coloro di cui non si parla più, perché ci sono altri da picchiare (verbalmente, ma fa malissimo lo stesso).
Eppure, mi piace tornarci: e non, lo ripeto per la centomillesima volta visto che anche in questi giorni il fraintendimento c’è stato, per la necessità di porre filtri al web, ma per capire cosa accade.

Stamattina mi sono imbattuta in un commento che deprecava “l’idealismo magico”. Cito il commento, di per sé ininfluente come potreste giustamente rimproverarmi, perché è la spia di un modo di vedere molto più vasto: so di ripetere fino allo sfinimento che senza mito e immaginario siamo nulla, ma dal momento che sembra non esserci argine, insisto.
Anzi, cito Benjamin Labatut, l’autore di Quando abbiamo smesso di capire il mondo e Maniac. Che, attenzione, parlano, labatutianamente, di scienza e scienziati. Labatut, in un’intervista del 2021, dice:
“La realtà non basta. La realtà non ci è mai bastata. Da quando l’essere umano ha iniziato a pensare, ha ricoperto il mondo intero con uno strato di finzione. Se lo si toglie, di solito il risultato è terrificante. Perché senza la finzione il mondo non ha senso. Più che scrivere sulla scienza, mi interessa scrivere su ciò che la scienza scopre ma non riesce a comprendere, almeno non del tutto. E l’unico modo di avvicinarsi al cuore oscuro delle cose, o alle loro arterie più luminose e accecanti, è attraverso i meccanismi della visione interiore, che sono proprio quelli dell’arte e della finzione. Ci sono molte cose che si nascondono dietro i fatti, perché ai mostri non piace far vedere il proprio viso. Illuminare quello spazio, penetrare nei meandri della mente umana, richiede un atto creativo, qualcosa che sia pieno della stessa incertezza, e della stessa potenza e stranezza, che c’è nell’anima del mondo”.

Loredana Lipperini
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