Si prosegue, dunque, ed è tanto più necessario parlare di immaginazione e di narrazione nel momento in cui le narrazioni vengono espulse, come è avvenuto in queste ore alla Buchmesse di Francoforte che ha cancellato l’assegnazione del Literaturpreis alla scrittrice palestinese Adania Shibli, autrice del romanzo Un dettaglio minore, dove si narra un fatto vero del 1949, ovvero lo stupro e l’omicidio di una ragazza beduina da parte di soldati israeliani. 
Qui sotto, sempre dagli Stati generali dell’immaginazione, l’intervento di Giulia Passarini sull promozione editoriale.
“Fare di se stessi il tramite di un’esperienza personale: questo è un po’ a mio parere il punto che intercetta una delle tendenze dei nostri tempi, e cioè il bisogno di immedesimazione, di rispecchiamento, di una convalida di temi e sentimenti che sono in primis nostri, ma che raccontati da qualcuno a cui riconosciamo autorevolezza diventano non solo più reali, diventano reali nel mondo reale.
La sensazione – e il rischio –  è che in questo modo la lettura di un libro diventi soltanto un terreno di convalida di ciò che conosciamo, e non più un modo per entrare in contatto con ciò che ci è lontano e precluso nella realtà, che per me è sempre stato negli anni il senso e la vera attrazione della letteratura.”

Riprendo, per poi interrompere ancora fino a lunedì (sono giornate un po’ convulse) la pubblicazione degli interventi agli Stati Generali dell’Immaginazione del 1 ottobre. Con due appunti.
Primo: ieri è stata pubblicata una nuova call per un secondo appuntamento tra fine gennaio e febbraio. Essendo una call è aperta a chiunque voglia partecipare, non aspettatevi un invito formale o informale che sia: partecipate e basta, se volete.
Secondo: saltellando fra un treno e l’altro, noto che sui social è scoppiata una polemica un po’ diversa dal solito, quella per la pubblicazione di un’opera di Francesco D’Isa con Eris edizioni dove si usa l’AI. Ma D’Isa è, a mia memoria, il primo “umanista” (passatemela, via) a parlare di AI e a usarla, quindi le accuse rivolte di sfruttamento e sostituzione di autori e illustratori hanno, temo, poco senso. Comunque la seguo.
Cito questa vicenda perché l’intervento che segue è di Elisa – Eliselle – Guidelli, ovvero scrittrice, libraia e soprattutto persona che è nel web dagli albori, e che ha seguito le mutazioni avvenute fin qui. Parlare di immaginazione senza tener conto il dove e il come significa parlarne in modo manchevole. Buona lettura.

Questa volta si parla di fumetti: agli Stati Generali dell’Immaginazione a Bologna è intervenuto infatti Otto Gabos, ed è un discorso che vale la pena di seguire, perché quello del fumetto non è un mondo a parte (che noia doverlo ripetere ogni volta). Anche perché, come scoprirete, anche in questo caso si fa largo “il tema”, molto più della storia.
Nota: Il blog tornerà a essere aggiornato mercoledì, perché lunedì sarò a Milano per un invito che mi onora. Sarò infatti fra i narratori e le narratrici di Vajont23, al Piccolo Teatro. Sarà una gioia incontrarvi.
“Come per i romanzi letterari si è imboccata inesorabilmente la strada del tema. Prima viene il tema, l’argomento, meglio se sociale o su qualche sacrosanto diritto civile. È una strategia decisamente meno accidentata, più facile da vendere, più immediata da recepire. Il tema sempre più spesso occupa lo spazio centrale della comunicazione.”

Qualche giorno fa si è confutata qui l’idea che la narrativa per ragazze e ragazzi sia solo ed esclusivamente fantastica. Da qualche anno a questa parte (lo affermò Aidan Chambers nel 2015), si volge invece al realismo. Ed è, credo, un rischio. Mi colpisce, infatti e non da oggi, la progressiva somiglianza con le tematiche della narrativa adulta. Romanzi storici. Romanzi con al centro la famiglia, che raccontano crisi esistenziali, e così via. È ovvio che non ho nulla contro il realismo, e che la narrativa per under 18 è di ottimo livello comunque: però è strano che il canone dominante predomini anche in un territorio che da sempre ha lasciato spazio al fantastico, addirittura finendo per farlo coincidere con le storie per giovanissimi (grave errore). Ora, come diceva Ursula LeGuin, dominante non significa sempre e comunque qualitativamente superiore: anzi. 
Dunque, lascio la parola a un’autrice per ragazze e ragazzi, Luisa Mattia, sempre dagli Stati generali dell’immaginazione di Bologna.

Oggi l’intervento dagli Stati Generali dell’Immaginazione è di un regista, Daniele Vicari. A dimostrazione che la questione è ampia, e riguarda ogni settore (non solo QUEL settore là di cui ci si continua a lamentare in rete, magari andando ad ascoltare la giornata di domenica solo per poterne spettegolare: il suicidio perfetto). “Non abbiamo scelta”, scrive Vicari. E’ vero.
“La “presa diretta”, il “partito preso delle cose” detto poeticamente, non sono più privilegio di chi di mestiere “coglie la vita sul fatto”. Ora tutti coloro che riprendono istintivamente ogni cosa, colgono la vita sul fatto con maggiore immediatezza di chi si sveglia al mattino con il proposito di farlo, bene organizzato con operatore e fonico, per arrivare puntualmente in ritardo sugli accadimenti.”

Proseguo, insieme a Patrick Fogli, la pubblicazione degli interventi agli Stati Generali dell’Immaginazione di domenica 1 ottobre a Bologna. Preciso prima un particolare: non sono fra gli organizzatori dell’iniziativa, ma l’ho vista nascere a giugno, dopo lo sconcerto condiviso con alcune e alcuni sulle cinquine di Strega e Campiello. Ne ho parlato su La Stampa e sui social molto spesso, e non ho partecipato solo perché contemporaneamente ero impegnata con la lezione a Multi, sullo stesso argomento peraltro, e mi sembrava giusto avere almeno due piazze dove si discuteva di immaginario e letteratura. 
Noto con dispiacere che si sollevano distinguo su chi c’era e chi non c’era, su quanto fosse rappresentata la fantascienza e quanto le scrittrici: banalmente, era una call, dunque ci si poteva iscrivere e chiedere di partecipare, non si trattava di un convegno a inviti. Meno banalmente, starei molto attenta a non settorializzare il discorso sul fantastico con il vecchio bilancino dei generi: un po’ di fantascienza, un po’ di horror, un pizzico di gotico e una spruzzatina di fantasy. Questo modo di ragionare ha portato a una sola cosa negli anni passati: chiusura. Invece, è il momento di ragionare per aperture, visto che la posta in gioco riguarda tutte e tutti, chi scrive genere e chi no, chi scrive fantastico e chi no. Ma tutte e tutti si scrive di finzioni, e non di realtà.
Detto questo, pubblico l’intervento di Alessandra Sarchi.

Ieri sera, nel bellissimo “Multi” ideato da Lucy sulla cultura con Slow food, ho parlato di storie e di immaginazione e di mito. Contemporaneamente, a Bologna, si svolgevano gli Stati generali dell’immaginazione, sullo stesso tema. Dunque, grazie a Patrick Fogli, comincio a pubblicare gli interventi bolognesi,  alla fine pubblicherò il mio.
Comincio proprio con quello di Patrick Fogli.
“Io voglio continuare ad andare a Macondo. Voglio sbirciare nelle fogne di Derry e scappare a gambe levate quando brillano nell’oscurità gli occhi di un pagliaccio che mi invita a galleggiare. Voglio imbarcarmi su una baleniera e imparare l’elfico e guardare un assassino cannibale che disegna a memoria i monumenti di Firenze e accompagnare un padre e un figlio sulla loro strada in un mondo devastato e ostile e affogare i pensieri e i sentimenti nel passaparola innominabile che porta un cuore da un ragazzo che muore a una donna che sta morendo. Ascoltare il silenzio della Fortezza Bastiani. Viaggiare con un frate che si chiama come un investigatore o un bardo alla caccia di un assassino che assomiglia a uno scrittore mentre la Santa Inquisizione caccia le sue streghe e incarna i suoi demoni.”

Circola sui social il post disgustato di uno studioso, sconvolto che fra i libri per ragazze e ragazzi ci sia Divergent e non Salgari, e soprattutto dal fatto che i romanzi storici siano sostituiti da fantasy e fantascienza. A parte il fatto che la gran parte dell’offerta è costituita da storie invece realistiche, è desolante l’assoluta ignoranza non solo di quello che si pubblica, ma anche di cosa significa letteratura fantastica. Dunque, riporto qui nuovamente  l’intervento di Ursula K.Le Guin in occasione del conferimento del National Book Award. Sperando che faccia effetto, come dovrebbe.

C’è una faccenda di simboli che agita gli animi: è bastato riportare su Facebook la protesta di una giovane coppia che ha trovato alla scuola dell’infanzia pubblica crocifissi in ogni aula e obbligo di grembiulino rosa o celeste, per scatenare il putiferio. Soprattutto su due punti: “che male farà mai” e “volete il gender a scuola”. Non rifaccio qui la storia dei simboli medesimi, ma mi colpisce la violenza delle argomentazioni.
 Andiamo avanti.
Anzi, torniamo indietro. Perché quel di cui non si parla è questo: avviene in America, per ora. Più di un anno dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la sentenza Roe v. Wade, gli attivisti messicani per il diritto all’aborto hanno assistito a un aumento delle donne americane che attraversano il confine per cercare di abortire

Fahrenheit compie oggi 24 anni, il che significa non solo che ci ho trascorso una fetta importante della mia vita, ma che ha chiuso un secolo e aperto un millennio, e porta con sé ancora tante domande sul futuro.
Ci ho riso e pianto, ho stretto amicizie e ho ricevuto inimicizie (sì, pure quelle: quelle di coloro che se provo a criticarli sostengono che sto abusando di un potere, e che continuano a confondere i piani, ma li compiangiamo e passiamo oltre). Ho ascoltato storie. Ho studiato. 
E soprattutto, prima di ogni cosa, Fahrenheit per me è un momento preciso della nostra storia.
Ovvero, quei tre mesi del 2020 in cui ho trasmesso da casa, durante la pandemia.

Loredana Lipperini
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