Ma quanto si parla di Tolkien, eh? Dopo anni in cui la discussione sul professore è stata relegata ai margini, tutti scrivono de Il signore degli anelli e de Lo Hobbit, si fanno convegni (lunedì, a Milano) e mostre (mercoledì, a Roma) e anche dall’estero ci si interessa allo strano caso dell’autore preferito delle destre.
Ci tornerò in modo ampio, nei prossimi giorni, qui o altrove. Per ora, mi limito a segnalare due interventi: quello di Wu Ming  ieri e quello di Edoardo Rialti (che ne aveva già scritto benissimo) sul Foglio di oggi, dove si ricorda anche l’uscita, più che simbolica, di Maria Elena Boschi contro i maghi e a favore di Draghi, con tanto di innocente bambino munito di cartello. Simbolica non perché Tolkien vada ascritto alla sinistra (ma per favore), ma perché dell’immaginario, del mito, del fantastico, molta sinistra non ha capito nulla, e spesso ancora non capisce.

E’ un post strano, questo. Stamattina, al primo sole, guardavo le ortensie che sono da potare, i cespugli di lavanda e rosmarino, e insomma godevo del giardino come sempre faccio appena sveglia e pensavo che no, non va. Non va il fatto che non riusciamo a parlare dei nostri traumi collettivi e ci spostiamo o sulla notizia del giorno o sul trauma in corso, dimenticando quello che abbiamo alle spalle. 
Mi chiedevo come sia possibile che si parli così poco della pandemia e di quei terribili tre mesi di chiusura nelle nostre case, ormai oltre tre anni fa. Altri libri, in altre lingue, cominciano a narrare quei momenti. Per noi sembra essere più faticoso.

Appaiono un bel po’ di interviste, da ultimo. Prima Giuliano Amato su Ustica. Il 13 ottobre a Piazza Pulita Corrado Formigli intervista l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini. Due giorni fa Repubblica intervista  Mario Mori, ex capo dei Ros, e ex Sid. Che dice tra l’altro: “Noi avevamo in Medio Oriente uno dei più grandi uomini di intelligence, il colonnello Stefano Giovannone, uno capace di avere buoni rapporti tanto con l’Olp quanto col Mossad”.
Personalmente ho avuto un brivido nel leggere quella definizione: “uno dei più grandi uomini d’intelligence” riferita a Stefano Giovannone. Quell’uomo, che si faceva chiamare Maestro, è stato in carcere, a Forte Boccea, per rivelazione di segreti di Stato, per ordine di Giancarlo Armati, che indagava sulla scomparsa (e l’assassinio) di Graziella De Palo e Italo Toni. Sulla figura di Giovannone si addensano ombre più fitte della terra di Mordor, e non sono state ancora dissolte. Così come sull’azione dei servizi segreti. 
Resta il fatto che improvvisamente sembra essere in corso una riabilitazione generale. Gli anni, ma certo. La vecchiaia, sicuro.
Ma restano i morti. Specie quelli che non hanno avuto giustizia. Magari, ci andrei cauta.

Ho cominciato la settimana leggendo, divertendomi ma anche arrabbiandomi, l’articolo di Fabrizio Patriarca su Snaporaz: parla di imbecillità e soprattutto parla di influencer, e di quel che può avvenire quando un improvvido organizzatore decide che l’influencer faccia il moderatore nella presentazione di due libri. Al di là dell’episodio (che pure dà da pensare, visto che capita con frequenza maggiore che gli e le influencer presentino o moderino eventi culturali), quel che forse dovremmo ancora capire, e non è facile, è cosa si intenda e come si muovono le persone che hanno un considerevole seguito sui social.
Perché non sono tutte uguali, ovviamente. Ci sono state e ci sono persone che hanno quel seguito perché hanno fatto e scritto e detto cose importanti, e intendono usare i social per raggiungere il pubblico più ampio possibile. Non faccio i nomi ma credo che sia abbastanza intuitivo capire il concetto. Ci sono però stati e ci sono influencer che con i social lavorano, e dunque i loro video e le loro parole hanno un prezzo che viene pagato dal committente, e tanto. Anche qui, niente di male: sapevamo da anni che saremmo finiti dritti dal no-logo al me-logo, e che saremmo diventati i brand di noi stessi, da mettere al servizio di altri dietro compenso. Che si tratti di vendere libri o limette per le unghie o scarpe o quel che volete non cambia.
Però, cosa succede quando non si vende nulla e si milita nei social come attivisti? Quali rischi corriamo?

TEMPESTE

Bisogna restare anche se è difficile e creare spiragli di discussione. Però, all’ amico che mi ha telefonato dicendomi che chi semina vento raccoglie tempesta, vorrei dire che preferisco la tempesta . Se dovessi diventare una signora che vive sui social per dire che tutto fa schifo e che la vera cultura è solo quella che ha vissuto lei in giovinezza, farei molto bene a me e agli altri ritirandomi a contemplare i Sibillini. 

Ma non è questo il giorno, sapete com’è.

Da questa mattina mi chiedo il senso di scrivere un articolo violentissimo, come quello di Francesco Merlo su Zerocalcare e non solo, per dar conto di una posizione. Mi interrogo anche sul perché in quell’articolo si evoca Michela Murgia come esempio di insignificanza  di discorsi non seri. In particolare, riferendosi a una dichiarazione di Fumettibrutti, dice:

“Ecco: intersezionalità e Michela Murgia. In tempi normali basterebbe questa lunga spiegazione per liberarci con un sorriso dall’imbarazzante sospetto che possa trattarsi di una cosa seria.”

Smetto di interrogarmi, perché il meccanismo evidentemente è quello, ed è sciocco da parte mia pretendere che cambi.
Quindi, faccio altro, e penso a questa giornata dei morti, e penso a chi è morto.

Poche parole sull’immaginazione e l’immaginario anche oggi, partendo da questa notte, la notte di Halloween. Avviene da molti anni che in questa occasione si prenda parola per condannare i festeggiamenti, le zucche, i costumi e tutto quello che costituisce il rito moderno (consumistico? Sì, anche e non solo però). Da ultimo si sono levate due voci: quelle di alcuni parroci romagnoli, che ritengono grave il “rito satanico” mentre infuria la guerra, e quella di Stefano Massini su Repubblica, che chiede di spiegare quale sia il senso di questa ricorrenza: “se tutto intorno la morte è un cabaret”, scrive, e sostiene che se intorno a noi si uccide e si muore, il gioco di Halloween non dovrebbe esserci.
Invece, è importante che ci sia.

Questa discussione che prosegue, sugli Stati Generali dell’Immaginazione, vede ora l’intervento di Giuliana Misserville, già apparso su Leggendaria. “E la narrativa riesce a artigliare un pezzo della nostra anima per portarci a riflettere o si balocca con altro?  Perché, come già sosteneva Valerio Evangelisti, solo la fantascienza sembra ancora, oggi come allora, in grado di farsi carico della responsabilità di raccontare il passaggio epocale che stiamo vivendo, affondando le sue trame nelle ambiguità in cui ci dibattiamo”.
Al solito, ogni ulteriore contributo è benvenuto.

La discussione su immaginazione e narrazione prosegue e proseguirà. Lunedì pubblicherò un intervento di Giuliana Misserville, per esempio, ma ribadisco che, in attesa dei nuovi Stati Generali, fissati per il 4 febbraio a Bologna, questo blog è aperto a ospitare il vostro punto di vista. Il tema sono le storie, la curva autonarrante della letteratura contemporanea, nonché, volendo, la difficoltà (di lunga data, per l’Italia) , a dare il giusto valore al romanzo o al racconto non realista. Potete contattarmi attraverso il blog, rispondo sempre (tranne ai messaggi di autopromozione, perché non è questo lo strumento).
In attesa, riprendo un passaggio della lezione che Margaret Atwood, che oggi ha postato su Instagram un video dove balla il tip tap dopo un’operazione al cuore per un pacemaker, ha tenuto ad Alba nell’ottobre 2019 durante il Premio Lattes Grinzane. Lo faccio perché dà, almeno per me, il senso ultimo della scrittura.
Buon week end e a lunedì.

Loredana Lipperini
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