“L’ho uccisa perché l’amavo” esce domenica in allegato con Repubblica. E’ stato pubblicato dieci anni fa, nel 2013, per Laterza ed era fuori catalogo dalla primavera scorsa. E’ un piccolo libro scritto con Michela Murgia in una manciata di settimane: è stato annunciato a me a dicembre 2012, mentre ero in Val d’Aosta, ed è stato concluso a gennaio 2013, mentre Michela era in Val d’Aosta, per chi crede nelle coincidenze. Noi ci abbiamo creduto.
Quello  che si propone il libro non è raccontare storie (altri e altre lo hanno fatto ed è importante che si continui a fare), ma ragionare sulle parole che vengono usate per raccontare le storie. Per questo, posto sul blog un frammento del capitolo introduttivo. 
C’è un misto di gioia e malinconia nel salutare il ritorno di questo piccolo libro, l’unico scritto insieme, un pezzo per una, e lunghe telefonate in mezzo. Ci sono cose che tornano. E altre che non tornano. Così è.

Ogni tanto, sui social, spunta fuori qualcuno o qualcuna con l’accusa di classismo quando si sbotta contro l’odio in rete. Bisogna capire il popolino, dicono. Non bisogna bollarlo come una massa di maleducati, dicono ancora (a sua volta, un filino classisti o meglio ancora paternalisti).
C’è una verità in questo, ed è nel verbo capire. Qualche volta mi capita di leggere discussioni molto violente che riguardano, per esempio, il covid e i vaccini: e davvero vorrei capirle, perché quella divisione in due blocchi che abbiamo sperimentato da tre anni a questa parte è avvelenata e continua a farci male.
Detto questo, parliamo di classismo.
E’ classista la posizione di Pimentel Fonseca, che pure ha fatto quel che poteva per quel “popolino”, finendone uccisa? Sì, e no.
E’ classista la posizione di Annie Ernaux, che in tutta la sua opera riflette sulla provenienza della sua famiglia che ha, in un certo senso, tradito? No, e no. Perché ne è consapevole, e prova a superarla con la letteratura, per quel che la letteratura può.

Ieri Renata De Palo ha compiuto cento anni. E’ nata nel 1923, come mia madre. Come tutte le madri, la ricordo giovane e bellissima nel salone luminoso ed elegante della casa di via Asmara, teatro di feste, chiacchierate interminabili, confessioni, allegria e tristezza. Ricordo anche una fotografia in una cornice d’argento, una Renata ancora più giovane con un sorriso pieno di luce.
Quando penso a lei, provo un misto di amore e rabbia. Rabbia per quella cesura, come una crepa in uno specchio, che ha diviso in due la sua vita e quella della sua famiglia a partire dal 2 settembre 1980, quando Graziella è svanita in chissà quale strada polverosa di Beirut.
Amore, e riconoscenza, per tutto quello che con la sua famiglia ha fatto.

Ricordate Vermicino? Ricordate – anche se ora gli antichi commentatori tacciono pudicamente sull’argomento – come venne analizzato il volto della madre di Alfredino? E ricordate come il sospetto si insinuò, velenoso, per quell’assenza di lacrime, per quella compostezza che non poteva appartenere ad una donna dolente?
Ricordate Cogne? Certo che ricordate: impossibile dimenticare, dopo l’esibizione di zoccoli e mestoli in prima serata. Ma il giorno del funerale del bambino, i commenti, su tutti i giornali, riguardavano i capelli della madre, freschi di parrucchiere. Perchè una donna che ha perso un figlio non può mostrarsi in ordine, con un filo di trucco sul viso. Deve invece lacerarsi le guance, e strapparseli, quei capelli, a ciocche.
Oggi la ghiottoneria è Gino Cecchettin. Un padre, anziché una madre. Un padre che nel suo discorso pubblico è stato esemplare, e che ha saputo condividere il proprio immenso dolore con gli altri, per far sì che l’assassinio di sua figlia fosse almeno una scintilla per riflettere su quanto ci accade.
In rete, continuo a leggere moltissime donne che scrivono “io non avrei fatto così”. Madri a loro volta, radiose nelle fotografie che postano in compagnia di bimbi e cani, pronte a puntare l’indice su un altro genitore, e a dire quel che si è sempre detto: io non avrei fatto così, io sono, io penso, io giudico. A volte, come nel caso di tal Concita Borrelli, giornalista e autrice televisiva, si spingono oltre: ” Non accetto che nessuno punti il dito sulla società. Non esiste oggi una cultura fascista che semina morti. Il padre di Giulia stasera si è consacrato alla Sinistra. ”
Altri razzolano per i social cercando frasi della sua vita passata che lo mettano in ombra. Altre, ahinoi, molte altre, strillano cose agghiaccianti rivendicando “il diritto di dire la mia”.
Bisognerebbe forse dirci che questo diritto non c’è.

Chiedo mille volte scusa al commentarium, ma in questi giorni, e almeno fino a metà dicembre, la Vostra è sempre in giro, soprattutto per le lezioni presso la Scuola Holden, ma anche, la prossima settimana, per la diretta di Fahrenheit da Più Libri Più Liberi.
In realtà questo breve post è per dirvi che ho dimenticato un compleanno che cadeva a fine novembre: quello di questo blog, che esiste da ben 19 anni. Fa piuttosto impressione, in effetti, e fa ancor più impressione il fatto che ricordi molto bene la sensazione iniziale di smarrimento (un diario quotidiano? articoli? Cosa?) e quella di assoluta passione dei giorni successivi. Fino a oggi, e anche domani, e anche dopo.

Dieci anni fa, Adriano Sofri scrisse un articolo sul femminicidio e soprattutto sugli uomini che continuano a negarlo, anche oggi.
Lo ripropongo oggi perché la negazione sembra esserci ancora.
“La minimizzazione del femminicidio si presenta come un’obiezione al sensazionalismo. Si potrà dire almeno che ha avuto una gran fretta. Si sono ammazzate donne per qualche migliaio di anni, per avidità amorosa e per futili motivi: da qualche anno si protesta ad alta voce, e già non se ne può più?”

COME LEGGIAMO

A proposito di frammentazione: continuo a riflettere sul tema di cui abbiamo discusso ieri a Fahrenheit con Marino Sinibaldi e Lella Mazzoli. Ovvero, leggiamo sempre allo stesso modo oppure la nostra vita di lettori e lettrici si è fatta più frammentata, appunto, e cede alle interruzioni o ai sottofondi? E questo comporta più o meno concentrazione? E, ancora, la concentrazione è sempre necessaria? Mi spiego, se io sospendo la lettura de L’ora di greco di Han Kang per andare a vedere le immagini della Biblioteca di San Gallo arricchisco o svilisco il libro che ho fra le mani?
Difficile rispondere. Per chi, invece, commenta con disdegno il boom di fumetti e manga, la risposta esiste e l’ha data, ai tempi, Lisa Simpson.

Niente storie. Oggi le tengo per me, per chi ascolta Fahrenheit, per chi passerà alle 19 a palazzo Barberini per la mostra di Carlotta , per chi vorrà.

Ancora per chi vorrà, felici i felici, festeggio i miei 67 anni e penso alla bellezza.

E questo è il mio mondo per ringraziarvi tutti e tutte per gli auguri!

Settimana complicata: riprendo la conduzione e poi mi aspettano ben cinque giorni torinesi per Scuola Holden. Dunque, il commentarium mi perdonerà se aggiorno il blog con articoli già pubblicati su carta. Questo, per esempio, è apparso su Linus, ma dal momento che parla dei racconti di Shirley Jackson spero di esser perdonata.
Ci sono molti modi per fare paura, e uno di questi è ritrovare nelle pagine di un libro i tipi umani che oggi vengono allo scoperto sui social, ma che sono sempre esistiti, come le donne di Shirley Jackson. Avviene in Un giorno come un altro, nella traduzione di Simona Vinci, che oltre essere a sua volta scrittrice altrettanto squisita, è un’appassionata lettrice di Jackson.

Tre mesi dalla morte di Michela Murgia, otto anni esatti dall’uscita di Chirù, che è stato in effetti il suo penultimo romanzo vero e proprio, prima di Tre ciotole.  Otto anni fa, ricordo, uscivo dalla primissima delle mie lezioni alla Scuola Holden e mi dirigevo verso il Circolo dei lettori, dove presentava Chirù in quella che era una performance più che una presentazione. 
E dal momento che ricordare Michela significa leggere Michela, riposto qui quello che scrissi allora.
(Manca. Manca tantissimo).
“Chi si fa maestra offre non solo quel che sa, ma anche quel che é, e nessun dono lascia immune il donatore, o la donatrice. Nessun amore fra chi insegna e chi apprende è immune dalla manipolazione e dal risentimento. Come nessuna relazione fra chi cammina sulla terra”.

Loredana Lipperini
Torna in alto