Sono appena tornata da Capraia, luogo di incanti, isola di Alcina per eccellenza. Il tempo è poco, quindi invece di un resoconto vi posto, per ora, un articolo scritto per Linus dove racconto perché le isole sono importanti nel nostro immaginario. E perché bisogna capirle prima di sentenziare.
Mi sono chiesta, e mi chiedo, come stiamo cambiando, noi che siamo con i libri in modi vari, leggendoli, scrivendoli, parlandone. Mi sono chiesta, e mi chiedo, come stiano cambiando i testi: perché stanno cambiando moltissimo, e non è solo invocando il ritorno al passato o la sanzione e l’attenzione della critica che muteremo rotta. Ne parlerò diffusamente, per ora mi limito a dire che forse, sia detto umilmente, non è agitando le nostre certezze, forti di una loro presunta immutabilità, che renderemo un buon servizio alla letteratura o alla narrativa o a quel modo di essere insieme attraverso le parole a cui siamo abituati da millenni. Forse dovremmo cercare la via di Ismaele, e quanto meno vederle, quelle rotte.
“E’ la via attraverso la Terra Desolata, o l’oceano del tempo presente, se si preferisce. Possiamo percorrerla aggrappati a una bara galleggiante, proprio come l’altro Ismaele, il protagonista di Moby Dick, nella scena finale del romanzo. Quella cassa da morto si trasforma in scialuppa, con la quale diventa possibile tracciare nuove rotte e navigare attraverso l’arcipelago delle mille isole e oasi che ancora alludono a un’altra possibilità del mondo. E’ questo il viaggio, è questa l’impresa, che oggi abbiamo bisogno di raccontare.”
(Wu Ming 4, L’eroe imperfetto)
Non postano nulla sui lavoratori della Gkn, né sul festival di letteratura working class, nè si sono interessati dei lavoratori di Grafica veneta. Ma quando c’è da rilanciare la notizia di Ken Loach che nel 2012 rifiuta il premio del Torino Film Festival sono prontissimi. E se fai loro notare che appunto la notizia è vecchia nella maggior parte dei casi ti insultano. In alcuni casi prendono spunto per sfogarsi contro di te: tu che vivi nella bambagia e non conosci il mondo dal tuo sgabello microfonato, presuntuosa, maestrina, grillo parlante, autrice di lezioncina sgradevole, ben altri sono i problemi, i giornalisti sono corrotti (che non c’entra niente ma è scusa comodissima per non dover dire “ops, ho sbagliato”) e, soprattutto, il capitalismo è sempre qui e dunque la notizia è valida.
Ho scritto molte volte su questa faccenda. L’ho fatto non perché mi diverta a “dar lezioni”, tutt’altro: le lezioni sono una cosa seria, servono a incontrarsi e a trasmettersi saperi. L’ho fatto perché è pericoloso, e perché tutti quelli che cianciano “oddio le fake news” non si rendono conto di esserne a loro volta portatori.
Dunque, mi ripeto. Ho scritto già due volte su questo blog, un anno e due anni fa, su questa storia, e ripropongo quel che scrissi allora. Perchè ci tengo. Non è una sciocchezzuola, reiterare una vecchia notizia spacciandola per nuova: per tanti motivi. Il più importante, è che si punta l’attenzione su qualcosa che appartiene al passato INVECE di provare a capire cosa accade nel presente. Per dire, della Cooperativa Rear, i cui lavoratori denunciarono intimidazioni e taglio stipendi, il che portò al rifiuto da parte di Ken Loach di ricevere il premio del Torino Film Festival, nessuno sa nulla, e non ci si vuole neanche informare: basta il gesto di Loach, ottimo per dire “vedi, lui lo ha fatto e gli intellettuali italiani no” (informatevi e googlate su cosa fanno almeno alcuni degli intellettuali italiani, grazie) e per lavarsi la coscienza.
Dunque, ripasso dichiarato: due articoli in uno, rispettivamente del 2021 e del 2020.
Ho scritto il testo che segue nel maggio 2016, a poche ore dal femminicidio di Sara Di Pietrantonio, 22 anni, uccisa dal suo ex. Come troppe. Ricordavo di averlo fatto, ho cercato il post dopo aver letto di un altro, atroce femminicidio, quello di Giulia Tramontano. Atroce perché c’era anche un bambino che non nascerà, sotto il coltello di suo padre.
Però non cambia quello che penso, e che inutilmente ripetiamo, purtroppo, ogni volta. Mentre altrove si ciancia di famiglia naturale, mentre altrove si vorrebbe imporre alle donne che vogliono interrompere la gravidanza di ascoltare il battito fetale. Non vedono, quegli agitatori di crocifissi, quello che occorrebbe vedere. Perché la vita, a loro parere, va tutelata nel ventre materno. Fuori, invece, molto meno. Questo è.
In It di Stephen King il 31 maggio 1985 coincide con l’alba della distruzione di Derry. Derry, come sapremo da 22.11.63 molto più avanti, non muore del tutto: ne restano gli umori malvagi, l’aura scura, il destino velenoso di chi ha visto muoversi e agire il Male sotto di sé, nelle fogne e nelle strade buie, ed è rimasto indifferente.
Non c’è molto di diverso rispetto alla situazione in cui viviamo.
Un ulteriore 31 maggio di tre anni fa credevamo di esserci lasciati alle spalle qualcosa di imprevisto e terribile, qualcosa che ci ha segnato in modo che non sappiamo ancora dire. E che ci avrebbe segnato ancora, con quella profondissima, amara divisione sui vaccini e sul greenpass che ha creato (ed è stata mal gestita, mille volte sì) una spaccatura che non si sana,e di cui ancora dobbiamo vedere le conseguenze.
E poi? E noi?
Facciamo un esercizio di memoria. Facciamolo prima di attribuire la vittoria delle destre in Italia e non solo ai vestiti di Ellie Schlein o alle mancate alleanze elettorali. Facciamolo provando, per una volta, a interrogarci su cosa ci è accaduto (e non è accaduto solo a noi) negli ultimi quindici anni. Facciamolo chiedendoci come sia possibile che “fare rete”, considerarsi parte di una moltitudine, non riesca o riesca occasionalmente e male.
Nel 2008 Aldo Bonomi si chiede: “”Come è stato possibile che chi sapeva tutto della fabbrica, della catena di montaggio, del rapporto fabbrica-territorio negli anni Settanta e Ottanta, a un certo punto si sia trovato completamente spiazzato di fronte al cambiamento?”.
Il problema è che molti intellettuali sono stati e sono distaccati. Ripensate un momento alla coesione di ampi gruppi di scrittori e scrittrici sotto il governo Berlusconi. Guardate all’oggi. Non aggiungo molto perché ci tornerò.
A chiosa, le parole di Marco Revelli,di nove anni fa. Parlava, allora, dei “forconi”, che abbiamo già dimenticato (così come abbiamo dimenticato che la rabbia cresce in un paese infelice, povero, immobile): “sarebbe una sciagura – peggio, un delitto – regalare ai centurioni delle destre sociali il monopolio della comunicazione con questo mondo e la possibilità di quotarne i (cattivi) sentimenti alla propria borsa. Un ennesimo errore. Forse l’ultimo”.
Speriamo di no.
Ieri è uscito su L’Espresso un mio articolo sull’odio verso i giovani ambientalisti, che è faccenda che continua a sconcertare. L’altra cosa sconcertante è l’ossessione per le Grandi Opere. Sempre per L’Espresso, qualche settimana fa, ne avevo scritto. Sono stata molto criticata per aver citato una serie televisiva con Lorella Cuccarini, dove, negli anni Novanta, si parlava del Ponte sullo Stretto. Argomenti da donnicciola, era il commento. Come se le nostre ricorrenti manie non si riflettessero anche nella cultura popolare.
Ma la storia insegna: anche la storia della televisione, a ricordarla. Dunque, nel 1992 va in onda su Canale 5 Piazza di Spagna, serie televisiva in cinque puntate diretta da Florestano Vancini: la vicenda non è originalissima e narra la vicenda di una ragazza di umili origini, Annabella (Lorella Cuccarini) che lavora come commessa ma vuole diventare top model (i tempi erano quelli), e precipita in un gorgo di intrighi e malaffare. Cosa c’entra la serie con le grandi opere? Oh, c’entra eccome. Perché fra i protagonisti abbiamo l’imprenditore siciliano Carmelo Cascone (Enrico Maria Salerno) che si è trasferito in un attico di lusso pacchiano e debordante a piazza di Spagna, per procurarsi le giuste amicizie al fine di costruire il ponte sullo Stretto di Messina (nel frattempo si fa mettere quaranta maniglie d’oro massiccio alle porte, tanto per chiarire chi ha i soldi).
Scrivere ed essere persone pubbliche. Ci rifletto da ieri, ma nello stesso tempo, pur mettendo in conto le difficoltà che si riflettono sulla scrittura stessa, non riesco a non pensare anche al fatto che se non fosse per due scrittrici, Nadia Terranova e Stefania Auci, non riuscirei a conoscere molte posizioni contro il Ponte sullo Stretto di Messina. Per questo, mi permetto di pubblicare qui quanto Stefania Auci ha scritto su Instagram.
Ma, infine, c’è un tempo in cui si smette di giudicare i corpi delle donne? L’ultimo caso: Sharon Stone, 65 anni, bellissima ieri e oggi, posta una sua foto in bikini che evidenzia la tonicità dei suoi glutei. Naturalmente l’ha postata lei, si dirà subito, e se non avesse voluto essere giudicata, nel bene e nel male, non lo avrebbe fatto. Giusto.
Però resto comunque infastidita dai commenti sui social che soppesano ogni grammo di quel corpo, fanno impietosi paralleli con il volto più segnato o con questa o quella ultrasessantenne. E io mi dico: non finisce proprio mai? Come ci si sottrae allo sguardo delle altre (perché, ancora una volta, sono soprattutto le donne a dare inizio alla cerimonia del commento)?
E, no, non me la faccio una risata.
Tutti noi desideriamo essere percepiti come buoni, di qualunque segno siano o siano state le nostre azioni. Ma è un desiderio impossibile da realizzare, nel momento in cui le nostre azioni hanno provocato sofferenza ad altri.
Ora, Roccella non è ministra della Sanità ma della famiglia e pari opportunità, come ripete a ogni intervista. Ma ministra è. E dire, come ha detto e ripetuto, che l’obiezione di coscienza non vanifica il diritto ad abortire è un falso, e lo dimostrano le tonnellate di dati che sono state raccolte in questi anni.
Ora, quando assistemmo a quella terribile violenza verbale (e non solo) contro Beppino Englaro, che cercava di far rispettare la volontà espressa dalla figlia Eliana, Roccella era sottosegretaria al Welfare e disse: “abbiamo la libertà di fare qualunque cosa del nostro corpo, ma non il diritto: se considero che suicidarmi è un diritto, è giusto che nessuno blocchi più nessuno dal suicidarsi”. Ed è una frase di gigantesca gravità, perché sottintende che è semmai lo Stato che può ingerire sulle decisioni che riguardano il nostro corpo.
Ora, parlando di famiglia, non mi sembra che vengano tenute in considerazione le sofferenze delle famiglie LGBTI e dei loro figli e del sacrosanto diritto di ottenere la trascrizione all’anagrafe.
Ecco, nel momento in cui si sostiene tutto questo, come si può pensare di non ricevere una contestazione in un luogo pubblico?
