Ieri ho raccontato su Facebook un episodio piuttosto orribile quanto consueto. Una quarantina di gradi, una folla che aspettava l’autobus (il 542), la stessa folla, un quarto d’ora dopo, costretta ad accalcarsi sul medesimo autobus, senza aria condizionata.
Mi è stato detto che è colpa mia perché non ho votato Calenda (e mi taccio per carità cristiana).
Mi è stato detto che noi romani ci lamentiamo sempre e poi non facciamo niente perché la città funzioni, levantini che siamo.
Ora. Chi avesse la pazienza di sfogliare il blog, saprebbe che per quanto mi riguarda non mi sono solo lamentata, ma ho provato, in diciannove anni, a raccontare le problematiche, ovvero quello che chi usa le parole può fare, visto che non mi candiderei mai a sindaca di questa città e visto che non mi sembra carino assaltare il Campidoglio, con o senza oche. Le problematiche sono due: Atac e Ama, trasporto pubblico e immondizia (e cimiteri). Due mostri su cui nessuno è riuscito a intervenire, e probabilmente, a meno che qualcuno non abbia il coraggio di azzerare tutto, nessuno interverrà.
I bus romani sono pochi e vecchi, quindi non passano.
La metropolitana è vecchia e priva di manutenzione seria, quindi si rompe.
I taxi sono qualche migliaio, ma non riescono a far fronte alle persone che non prendono i mezzi pubblici perché non passano perché sono pochi e vecchi (ouroboros).
Roma è tanta. Tantissima. E aumenta con la bella stagione (e non solo). Aumenta in modo impressionante. E’ molto comodo dirlo da una piccola e linda città del Nord, che non ha il flusso di turismo che Roma ha, e che è aumentato a dismisura.
E io non sto difendendo Roma (figurarsi!), ma trovo assurdo che si alzi il ditino a distanza senza capire che corso di sopravvivenza sia abitare in questa città (ed è il motivo per cui mi sottraggo per quanto posso e resto a casa per quanto posso).

Non c’è bisogno di evocare Michel Foucault per dire che abbiamo un problema di visibilità, magari diverso da quello che intendeva lui. Però lo abbiamo, e ogni volta la questione della visibilità si intreccia con quella del potere.
Ecco, però dal mio piccolo osservatorio mi sembra che ci sia un ulteriore livello, o problema: ritenere che la visibilità possa essere salvezza. Faccio un esempio pratico: fra una quindicina di giorni inizia Montelago Celtic Festival, che compie vent’anni. La festa è visibile, certamente: ma lo è perché ha lavorato sul territorio e per il territorio, cercando di fornire una prospettiva diversa dal turismo mordi, fuggi, lascia soldi, ovvero la famosa trasformazione del paesaggio in “esperienza” di cui abbiamo parlato la settimana scorsa a Fahrenheit, complice questo articolo di Alessandro Calvo per l’Essenziale. Semmai, MCF ha cercato di capirlo, quel territorio, e dargli valore preservandolo, e non snaturandolo o rendendolo “visibile” secondo l’altrui aspettativa.
Invece, mi sembra che la questione della visibilità (guarda, quel determinato paese ha un sacco di like su Facebook, facciamolo anche noi; guarda, dobbiamo acchiappare turisti pure noi in questo modo) porti, d’abitudine, nella direzione sbagliata: invece, più turismo non significa necessariamente salvezza. Dipende da quale turismo. Dipende se quel tipo “disneyzzato” di turismo trasformerà i luoghi in caricature di se stessi, offrendo l’immagine del vecchio casale o dell’antico mulino esattamente come ci si immagina di trovarli in un depliant. O su Facebook, certo.
Naturalmente, in genere, vince esattamente questa versione. Experience, esperienza: come se il turismo fosse un’attrazione, il numero del Grande Danton in The Prestige, roba forte. Magari dovrebbe e potrebbe essere altro, cercando di capire come i luoghi parlino e cosa può venire da quei luoghi, invece di snaturarli.

“Carne dentro una specie di fragile collant”, scriveva David Foster Wallace sui corpi. “Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo”…”citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità”. (E’ in Roger Federer come esperienza religiosa).
Da ultimo mi interrogo su una delle molte ossessioni del nostro tempo. Quello che mi turba, e che so farà inarcare qualche sopracciglio, è il disperato tentativo di controllare tutto. Ieri un mio contatto social è stato aggredito per aver ricordato i tempi dell’idrolitina: la polverina, ovvero, che si metteva nell’acqua per renderla frizzante e che certo non era benefica, come molto altro. Ed è giusto e sano e importante che, negli anni, ci si renda consapevoli di quanto alimenti e comportamenti possano essere dannosi per il nostro corpo, e che ci si metta in guardia contro le abitudni sbagliate.
Quello che mi turba è la violenza con cui si fa. Lo stigma sociale sui corpi.

Sono in corsa, dunque per oggi posto la rubrica uscita a maggio per Linus. Sempre di fantastico si parla, eh.
Come cambia la fine del mondo, o meglio, come cambia il modo di raccontarla? Mi capita fra le mani un bell’esordio, Il senso della fine di Marianna Crasto (lo pubblica effequ), e per associazione mi torna in mente il romanzo con cui Laura Pugno si dedicò alla prosa, Sirene. Il libro è del 2007 e nel frattempo, alla fine del 2022, Pugno è tornata alle creature marine con Melusina, che è invece uscito per Hacca con le straordinarie illustrazioni di Elisa Seitzinger, e ancora una volta racconta di ibridi e di mutazioni, recuperando e rivisitando il mito.

“È la contrapposizione netta fra “una” razionalità e un “irrazionalismo” ad essere errata: ce lo ricordava, fra i tanti, Primo Levi ne I sommersi e i salvati, stigmatizzando la nostra propensione verso le narrazioni storiche manichee. Ma non esiste “una” razionalità: come ogni cosa (a partire dalla soggettività e dalla natura), anche la razionalità è un campo di battaglia fra diversi razionalismi, alcuni dei quali strutturano quel campo avverso che chiamiamo ragione capitalistica o imperialistica. Non comprendere questo significa ricadere in certe teorie del disincanto, riedizione annacquata di un concetto weberiano già di per sé discutibile, che facendo coincidere ogni razionalità con una sola razionalità, fanno collassare tout court la razionalità col potere (a sua volta inteso come un monolito): col risultato di sdoganare in chiave “antagonista” ogni e qualsivoglia “irrazionalismo”.
Leggere queste parole fa bene, soprattutto dopo la trentesima mail in cui si annunciano i romanzi dell’autunno con la dicitura “tratto da una storia vera”, come se questo sancisse la qualità del testo a prescindere. Il pensiero è di Girolamo De Michele, in un lungo articolo dal titolo “Il fantastico è un campo di battaglia”, che vi invito a leggere integralmente.

Pare brutto dire “noi”, giusto? Sgusciando via dalle discussioni letterarie di questi giorni che, come prevedibile, si sono arenate nel pro-contro (tempi di dicotomia, come già detto) invece di, come sarebbe bello e forse giusto, allargare lo sguardo, rifletto su quanto ha raccontato ieri a Fahrenheit Alberto Prunetti. Si riferiva ai due anni di lotta dei lavoratori dell’ex GKN. Si riferiva al fatto che il festival della letteratura working class non è stato, come spesso o forse sempre avviene, quell’occasione in cui arrivavano gli scrittori e le scrittrici a porgere il verbo agli operai, ma il luogo dove gli operai in prima persona hanno raccontato.
E penso all’incredibile condanna a quattro mesi di Mattia Tombolini per aver dato del fascista a un signore che fa il saluto fascista. E penso al noi, penso a dove sia oggi.

Le code polemiche su questo e quello si sciolgono nel caldo, e forse, prima che tutto si sospenda fino all’autunno, vale la pena di raccontare una storia fra le molte che non conosciamo. E’ quella del collettivo 5.37 e della situazione che si sta vivendo nei Siti Museali Nazionali della Valle Camonica.

“Il quadro – mi scrivono –  è sconfortante, e le responsabilità molteplici e complesse: dalla Ditta aggiudicataria che non svolge nemmeno con efficienza i suoi compiti e che si permette di fare offerte al ribasso gravando poi sul compenso dei lavoratori, alla Direzione Regionale Musei Lombardia, che permette l’applicazione di contratti del genere, che nei capitolati di gara addirittura consiglia il Contratto Servizi Fiduciari, e costruisce un sistema precario di lavoro in cui un gruppo di persone sottopagate deve essere sempre a disposizione nonostante il monte ore esiguo e l’assenza di una qualsiasi programmazione annuale (e non si tratta di una situazione emergenziale, è da anni che lavoriamo in questi siti e ne garantiamo l’apertura), ai sindacati confederali, che hanno sottoscritto contratti collettivi nazionali vergognosi, che prevedono paghe sotto i 6 euro lordi l’ora”.

Sono passati dieci giorni e quindi posto qui l’articolo sulla fine delle storie uscito per La Stampa. Visto che se ne parla qua e là, mi par giusto mettere a disposizione l’originale.
Siamo avidi, e mai sazi, delle vite degli altri, e questo chiediamo oggi e con decisione alla narrativa. Che, per millenni, ha certamente raccontato il vero ma trasfigurandolo in finzione: cosa sarebbe, oggi, Moby Dick, se non il diario di un’ossessione narrato dalla voce non di Ismaele ma di Achab?
Poi ci sarebbe anche altro da sottolineare: che la nostra attitudine alla veglia continua e il nostro culto del realismo sono il sintomo di un perenne disincanto che ci accompagna da molto tempo. Ma, per rimanere alla letteratura, almeno qualche interrogativo andrebbe posto, davanti a quello specchio che ci pone davanti senza permetterci di attraversarlo.

Ieri ho terminato la nuova stagione di Black Mirror: lo so, è ininfluente, o forse no. E’ un’ottima stagione, a mio parere, perché si permette molte libertà. Non solo rappresentare il presente avanzato, come nella prima puntata, Joan è terribile (dove Netflix fa il verso a se stessa), ma appropriandosi di molta parte dell’immaginario, dal thriller all’horror alla fantascienza fino alla distopia.
So che le opinioni sono divise in proposito, ma la strada scelta, più letteraria del solito, mi ha convinta, perché indaga molto  sulle relazioni fra i personaggi, si tratti di donne in carriera prese di mira dall’affermarsi ineluttabile della coincidenza fra persona e rappresentazione pubblica della medesima, o di timide commesse che provano a salvare il mondo, o di astronauti che scivolano nell’orrore, o di attrici che commettono un grave (molto grave) errore.
Però, quel che è interessante è che la serie continua a porci la stessa domanda: chi siamo davvero?

Qualche giorno fa, sempre su La Stampa, è uscito un mio articolo sulla (possibile) fine delle storie: ovvero, sul disamore da parte di premi letterari, editori e, sì, lettrici e lettori, nei confronti dei libri che non siano memoir, autofiction, biografie, saggi. Ci tornerò, ma oggi mi interessa parlare di Questo mondo non mi renderà cattivo, la nuova serie Netflix di Zerocalcare. Perché, in apparenza, incarna una contraddizione: sulle prime, tutta l’opera di Zerocalcare, dai fumetti online ai libri, sembra essere una lunga narrazione di se stesso, delle sue fobie, dei suoi amici, della sua famiglia. Ma è una lettura superficiale, a mio parere: perché per quel che sembra a me il personaggio Zerocalcare usa il pretesto della sua autorappresentazione per portare chi legge da tutt’altra parte, si tratti della periferia di Roma o di Shengal o di Kobane.
Insomma, se autofiction è, quella di Zerocalcare è totalmente e sempre politica esattamente come quella di Annie Ernaux, e così andrebbe letta. Poi, com’è giusto, a ognuno le sue reazioni ed emozioni. Per me, è la cosa più bella che, fin qui, Zerocalcare ha fatto: ma si sa, noi di periferia abbiamo circoletti ovunque, e d’abitudine ci diamo di gomito davanti a certi gelatai di piazza Beltramelli o dal pescivendolo di via Tiburtina, com’è noto.
E comunque guardatelo e, com’è giusto, fatevi la vostra opinione: non sarà tempo perso, e questa è già cosa rara.

Loredana Lipperini
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