Proseguo, insieme a Patrick Fogli, la pubblicazione degli interventi agli Stati Generali dell’Immaginazione di domenica 1 ottobre a Bologna. Preciso prima un particolare: non sono fra gli organizzatori dell’iniziativa, ma l’ho vista nascere a giugno, dopo lo sconcerto condiviso con alcune e alcuni sulle cinquine di Strega e Campiello. Ne ho parlato su La Stampa e sui social molto spesso, e non ho partecipato solo perché contemporaneamente ero impegnata con la lezione a Multi, sullo stesso argomento peraltro, e mi sembrava giusto avere almeno due piazze dove si discuteva di immaginario e letteratura. 
Noto con dispiacere che si sollevano distinguo su chi c’era e chi non c’era, su quanto fosse rappresentata la fantascienza e quanto le scrittrici: banalmente, era una call, dunque ci si poteva iscrivere e chiedere di partecipare, non si trattava di un convegno a inviti. Meno banalmente, starei molto attenta a non settorializzare il discorso sul fantastico con il vecchio bilancino dei generi: un po’ di fantascienza, un po’ di horror, un pizzico di gotico e una spruzzatina di fantasy. Questo modo di ragionare ha portato a una sola cosa negli anni passati: chiusura. Invece, è il momento di ragionare per aperture, visto che la posta in gioco riguarda tutte e tutti, chi scrive genere e chi no, chi scrive fantastico e chi no. Ma tutte e tutti si scrive di finzioni, e non di realtà.
Detto questo, pubblico l’intervento di Alessandra Sarchi.

Ieri sera, nel bellissimo “Multi” ideato da Lucy sulla cultura con Slow food, ho parlato di storie e di immaginazione e di mito. Contemporaneamente, a Bologna, si svolgevano gli Stati generali dell’immaginazione, sullo stesso tema. Dunque, grazie a Patrick Fogli, comincio a pubblicare gli interventi bolognesi,  alla fine pubblicherò il mio.
Comincio proprio con quello di Patrick Fogli.
“Io voglio continuare ad andare a Macondo. Voglio sbirciare nelle fogne di Derry e scappare a gambe levate quando brillano nell’oscurità gli occhi di un pagliaccio che mi invita a galleggiare. Voglio imbarcarmi su una baleniera e imparare l’elfico e guardare un assassino cannibale che disegna a memoria i monumenti di Firenze e accompagnare un padre e un figlio sulla loro strada in un mondo devastato e ostile e affogare i pensieri e i sentimenti nel passaparola innominabile che porta un cuore da un ragazzo che muore a una donna che sta morendo. Ascoltare il silenzio della Fortezza Bastiani. Viaggiare con un frate che si chiama come un investigatore o un bardo alla caccia di un assassino che assomiglia a uno scrittore mentre la Santa Inquisizione caccia le sue streghe e incarna i suoi demoni.”

Circola sui social il post disgustato di uno studioso, sconvolto che fra i libri per ragazze e ragazzi ci sia Divergent e non Salgari, e soprattutto dal fatto che i romanzi storici siano sostituiti da fantasy e fantascienza. A parte il fatto che la gran parte dell’offerta è costituita da storie invece realistiche, è desolante l’assoluta ignoranza non solo di quello che si pubblica, ma anche di cosa significa letteratura fantastica. Dunque, riporto qui nuovamente  l’intervento di Ursula K.Le Guin in occasione del conferimento del National Book Award. Sperando che faccia effetto, come dovrebbe.

C’è una faccenda di simboli che agita gli animi: è bastato riportare su Facebook la protesta di una giovane coppia che ha trovato alla scuola dell’infanzia pubblica crocifissi in ogni aula e obbligo di grembiulino rosa o celeste, per scatenare il putiferio. Soprattutto su due punti: “che male farà mai” e “volete il gender a scuola”. Non rifaccio qui la storia dei simboli medesimi, ma mi colpisce la violenza delle argomentazioni.
 Andiamo avanti.
Anzi, torniamo indietro. Perché quel di cui non si parla è questo: avviene in America, per ora. Più di un anno dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha annullato la sentenza Roe v. Wade, gli attivisti messicani per il diritto all’aborto hanno assistito a un aumento delle donne americane che attraversano il confine per cercare di abortire

Fahrenheit compie oggi 24 anni, il che significa non solo che ci ho trascorso una fetta importante della mia vita, ma che ha chiuso un secolo e aperto un millennio, e porta con sé ancora tante domande sul futuro.
Ci ho riso e pianto, ho stretto amicizie e ho ricevuto inimicizie (sì, pure quelle: quelle di coloro che se provo a criticarli sostengono che sto abusando di un potere, e che continuano a confondere i piani, ma li compiangiamo e passiamo oltre). Ho ascoltato storie. Ho studiato. 
E soprattutto, prima di ogni cosa, Fahrenheit per me è un momento preciso della nostra storia.
Ovvero, quei tre mesi del 2020 in cui ho trasmesso da casa, durante la pandemia.

Nelle settimane di conduzione il tempo per il blog si riduce. Male non fa, però, riproporre qui quanto scritto sui giornali. Per esempio, questo articolo sulle Grandi Opere uscito su L’Espresso, visto che la voglia non passa mai.
Qualche anno fa Tomaso Montanari commentava: “Andrà scritta, prima o poi, la vera storia della cementificazione dell’Italia. Quella storia che oggi ci presenta un conto terribile. Andranno identificati, esaminati, valutati i giorni, le circostanze, i nomi, le leggi nazionali e regionali, i piani casa, i piani regolatori, i condoni, i grumi di interesse che — tra il 1950 e il 2000 — hanno mangiato 5 milioni di ettari di suolo agricolo. E che solo tra il 1995 e il 2006 hanno sigillato un territorio grande poco meno dell’Umbria, in un inarrestabile processo che oggi trasforma in cemento 8 metri quadrati di Italia al secondo”.

Fra poco Karen Russell arriverà in Italia, in occasione del Premio Lattes Grinzane, a metà ottobre. In quell’occasione, terrà un workshop di scrittura alla Scuola Holden, con la mia complicità. Se non sapete chi sia, se non l’avete letta, è tempo di conoscerla. Dunque, pubblico un articolo già uscito su TuttoLibri.
Pubblicato da poco in Italia, “I donatori di sonno” (tradotto da Martina Testa per BigSur) è stato scritto nel 2014 da questa magnifica autrice di fantastico che fin qui era arrivata da noi attraverso Eliot negli anni Zero, con Il collegio di Santa Lucia per giovinette allevate dai lupi, nella terna finalista del Pulitzer, e poi con Swamplandia! e Un vampiro tra i limoni.
Russell è una figura fortunatamente ibrida nella narrativa non realista: dal genere prende quel che serve per raccontare ciò che le interessa: in questo caso il confine, assai sfumato, tra egoismo e altruismo.

Ciclicamente, scoppia una polemica sulle lettrici e i social. L’ultimissima riguarda le booktoker, e mi perdonerete se non entro nel dettaglio (un poco di sconcerto me lo tengo: perché chiedere a Natalia Aspesi – da qui è partita la polemica – di parlare di booktoker significa andare a cercare proprio la polemica, perché è evidente che alla grande Natalia alcuni territori non interessano, ma pazienza).
Ancora una volta, però, approfitto per parlare dell’icona stessa della lettrice,  quanto mai gradita agli scrittori di ogni tempo, che si compiacciono della fedeltà e della passione femminile nei confronti dei libri. Perché queste benedette lettrici saranno anche strapazzate a più riprese, e da non pochi scrittori: ma senza di loro quegli stessi scrittori, come sappiamo, non venderebbero. Quindi, anche se parecchi sguardi critici si rabbuiano pensando a queste ragazzacce che secondo loro leggerebbero solo Erin Doom e se alcuni scrittori sfacciati dicono quello che molti pensano in silenzio, deprecando “le professoresse che affollano i festival”, le lettrici servono.
Esiste, insomma, una mistica della lettura femminile che viene esibita orgogliosamente per avvalorare una certa, dolciastra superiorità morale e intellettuale delle donne sugli uomini.  Che brave, le donne, che brave: leggono. Magari leggeranno me, è il pensiero sottinteso di chi inghiotte il disprezzo (non tutti, per carità, non sempre: non pochi, però).

Cosa rivendicano, fra gli altri, Jonathan Franzen, John Grisham, George RR Martin, George Saunders, Michael Connelly, Douglas Preston e molti altri? Il diritto d’autore, perché, sostengono, i loro libri vengono usati per addestrare ChatGPT, che può così produrre “lavori derivati” senza che venga loro riconosciuto alcun compenso, danneggiandoli non poco: “Il successo e i guadagni di OpenAI si basano sulla violazione di massa del diritto d’autore senza una richiesta di utilizzazione  o un centesimo di risarcimento ai proprietari dei diritti”.
La faccenda è molto complicata, però, e per quanto mi riguarda è difficile esprimere una posizione netta. Resto convinta che nulla potrà mai sostituire l’intelligenza umana, né la sua creatività: so perfettamente che ChatGPT è capacissima di scrivere un romanzo alla Stephen King (gliel’ho chiesto) (a proposito: buon compleanno), ma so anche che quel testo non sarà mai paragonabile a un vero romanzo di King.

Ieri ho scritto un post su Facebook, sfidando quelli che suppongono che chi si occupa di cultura abiti nei quartieri alti e mandi i domestici a fare la spesa nel negozio gourmet dei Parioli o di dove volete voi, per condividere lo sconcerto di una piccola spesa nel mio abituale alimentari di periferia (Pietralata) dove quel che a luglio avrei acquistato con una trentina di euro è costato più del doppio.
Qui però sorgono almeno due problemi. Il primo, è che esiste una tendenza nella sinistra, o in un certo tipo di sinistra, a non vedere la povertà, o l’impoverimento. Ed è una tendenza che va contro la sua stessa natura, e non da oggi, purtroppo. Il secondo, riguarda molte delle persone che lavorano con le parole, e che dunque possono chiamarsi intellettuali, e che di questi argomenti parlano pochissimo, sia nei loro libri, sia nei loro intervenuti pubblici, che spesso, se critici, si concentrano su cosa non funziona nel LORO mondo, ovvero appunto i loro libri non abbastanza apprezzati, e via andare.

Loredana Lipperini
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