Nel 1975 Roberto De Simone diventa “il cavaliere Giambattista Basile” e impara “che la matrigna la si può decapitare troncandole la testa in una cassa di biancheria”. Nella ricerca che lo porterà a scrivere una delle più belle opere teatrali del passato recente, La gatta Cenerentola, va sulle tracce della tradizione orale, e impara altro.
La gatta Cenerentola, peraltro, non termina con l’esultanza da parte della medesima, che anzi  non ha nessuna fretta di misurare la scarpa. Quando una delle lavandaie la chiama affinché la prova venga fatta e, insomma, amore e innocenza trionfino, la risposta di Cenerentola è:
“E che nn’haggi’ ‘a fa’ d’ ‘o princepe!…Io ccà sto bbona!…Io nun voglio a nisciuno!”.
Passano gli anni, e quel ritorno alle origini della storia proposto da De Simone viene molto spesso dimenticato (purtroppo: chi può, recuperi video e musiche dell’opera). Il malinteso modello Cenerentola – dove la scarpetta viene subito provata e di gatte non c’è traccia –  no, e riaffiora soprattutto in molti libri destinati alle donne e alle ragazze dove il lieto fine fa parte del patto con il lettore e non può dunque essere tradito.
Scrivo questo perché nei libri che sto occhieggiando in questi giorni i finali lieti occhieggiano a loro volta, anche quando parlano di catastrofi, e ogni tanto sospiro e vado a rileggermi Hill House, che porta con sé il finale più crudele che conosca.