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Beh, è molto facile sospettare che la polemica fra il giornalista Roberto Dell’Acqua di Radio Tivù Azzurra che pontificava contro il femminismo nell’incontro stampa con le Bambole di Pezza  sia un disperato tentativo di rianimare il festival di Sanremo.Sanremo cerca di fare pinkwashing a modo suo da diversi anni, in un senso o nell’altro. Qualche anno fa con il monologo di Chiara Ferragni su cui ho espresso, ai tempi, i miei dubbi, e i dubbi riguardavano un certo attivismo digitale, e sempre ai tempi, appunto, mi chiedevo cosa sarebbe successo se un bel giorno in tendenza non ci fossero state le battaglie contro misoginia, violenza, omofobia ma l’esatto contrario, e come si sarebbero comportati quegli stessi giga-influencer che le sposavano davanti a una platea sterminata sapendo che in questo modo contemporaneamente si nutre l’algoritmo (lo facciamo anche noi, con loro) e si guadagnano follower (in genere loro, non noi). La risposta sta già soffiando nel vento.
Però la questione, al di là dell’episodio, esiste e persiste.

Rito del mattino: caffé,  yogurt, libro da rileggere, rassegna stampa online. Bene. Sulla newsletter del Corriere della Sera, a proposito di Sanremo 2025, leggo:

“Quello che è certo, perché l’ha detto ufficialmente Conti, è che nelle canzoni «non si parlerà di guerra e immigrazione», ma di «famiglia e rapporti personali». Per carità, meglio non rischiare con temi difficili, meglio mantenere buoni rapporti con tutti, a partire dal governo, meglio restare nazionalpopolari e mettere da parte l’impegno”.

Ti pareva, penso. 
Poi però mi chiedo: di cosa parla la maggior parte dei romanzi italiani usciti o in uscita? Famiglia e rapporti personali. 

Alle bambine della mia generazione si insegnava a disegnare le cornicette: per una pasticciona insofferente come la sottoscritta era una tortura, perché mi risultava difficilissimo rimanere nei quadretti. Smarginavo continuamente.
Nessun trauma, per carità: solo la premessa di quello che mi sarebbe avvenuto più tardi, e avviene ancora, in tutta la mia vita. Per questo mi arrabbio non poco quando qualcuno cerca di ficcarmi in una cornicetta. Esprimo un dubbio non sull’esistenza in vita del Festival di Sanremo, bensì della – per me – stupefacente overdose di informazioni che occupa giornali, telegiornali e social? Ecco che divento la nemica della cultura popolare, la Elkann in gonnella che legge Proust mentre i buoni e giusti e la Vera Sinistra applaudono Fiorello. Senza ricorrere al curriculum (tranne in due casi, due libri: non so quanti fra i buoni e giusti abbiano scritto di Mozart rock e di Pokémon), verrebbe da dire che un paio di cose sulla cultura popolare andrebbero ripassate, magari leggendo qualche testo in più, ma sarà per un’altra volta, quando la sbornia è passata.
Invece parliamo di cornicette. Anzi, di caselle. Anzi, di generi.
Lo fa Paolo Panzacchi nel suo intervento agli Stati Generali del Genere del 4 febbraio. 
Pace, bene e più  Henry Jenkins per tutti.

Quando la letteratura dice “io”, e lo dice sempre più spesso e in ogni forma, e anzi a questo punto sa che, almeno per un altro po’ di tempo, più dice io e più incontrerà successo, è normale che le altre forme narranti ripetano “io”. In verità, hanno cominciato prima le altre forme: la televisione e poi, ovviamente, i social. Dunque, non mi stupisce che anche le lettere sanremesi continuino (Chiara Ferragni non è la prima) a dire “io” per poi provare a declinare il noi, senza davvero volerlo fare, credo.
Naturalmente non propongo un paragone ma un’alternativa possibile. Un altro modo di dire “io”. E, soprattutto, un altro intento. Dal discorso di Annie Ernaux per l’accettazione del Nobel per la letteratura.
“È così che ho concepito il mio impegno nella scrittura, che non consiste nello scrivere “per” una categoria di lettori, ma “partendo” dalla mia esperienza di donna e di immigrata interna, dalla mia memoria ormai sempre più lunga degli anni attraversati, dal presente, fornitore incessante di immagini e parole degli altri. Questo impegno come pegno di me stessa nella scrittura, e sostenuto dalla credenza, divenuta certezza, che un libro possa contribuire a cambiare la vita personale, a spezzare la solitudine delle cose subite e seppellite, a pensarsi in modo diverso. Quando l’indicibile viene alla luce, è politico”.

MAMMA MIA

No, davvero, non volevo parlare di Sanremo, del tatuaggio di Belen e del supponibile trappolone del team degli autori (“facciamo che le femministe bigotte attaccano la valletta per lo sketch degli slip?”). No, davvero, non c’è molto da dire se…

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