COME CANCELLARE LA STORIA DELLE DONNE: I COMMENTI SU EMMA BONINO E UN ARTICOLO DEL 1978

Per chi non frequenta i social, le ore dopo la morte di Emma Bonino sono state segnate non solo dal ricordo e dalla gratitudine sincera di moltissime donne che ne ricordano le battaglie, ma da una impressionante ondata di odio. Diversa dal consueto livore social quando muore un personaggio famoso, simile a quella che è seguita alla morte di Michela Murgia. Annalisa Cegna, direttrice dell’Istituto Storico di Macerata, sta compiendo una prima ricognizione su come è stata raccontata la morte di Emma Bonino e su come, nel 2016, era stata raccontata quella di Marco Pannella. I primi risultati provvisori sono questi:
“Nel 2016 Pannella poteva essere definito senza grandi problemi “eroe dei diritti civili”, uomo che aveva “cambiato l’Italia”, protagonista delle battaglie per divorzio e aborto, pur sapendo tutti che quelle conquiste erano il risultato di processi collettivi, del femminismo, di altri radicali, dei partiti, del Parlamento. Nel caso di Bonino, invece, compare molto più frequentemente la necessità di aggiungere subito una correzione: sì, ma non era sola; sì, ma furono le donne; sì, ma venne prima Adele Faccio; sì, ma le leggi le fecero i partiti; sì, ma i radicali votarono contro la 194; sì, ma il suo successivo liberismo cambia il giudizio complessivo”.
La prevedibile violenza dei fondamentalisti cattolici e postfascisti, dunque, si unisce a una non prevista e altrettanto forte violenza dai puri e duri del pensiero marxista, e non solo. Non sarà facile dimenticarlo.

Io non sono una storica. Non sono una filosofa. Però alcune cose su Emma Bonino voglio dirle, almeno per quanto riguarda la storia delle donne, e dunque dell’aborto, per il semplice fatto che all’epoca ero al Partito radicale. Ero nella segreteria nazionale di Adelaide Aglietta, ero responsabile dell’agenzia di stampa e del giornale “Notizie radicali”. Sono rimasta dal 1976 al 1979, più due anni a Radio radicale. In seguito, come avviene, ho percorso altre strade: un po’ perché ero una ventenne, un po’ perché le scelte successive del partito non mi avevano convinta.

Ma restiamo a Emma. In questi giorni ho letto personaggi autorevoli, docenti di filosofia con un indiscusso impatto sull’opinione delle persone di sinistra, convinti marxisti, fare a pezzi Bonino. Andrea Zhok con un post dove saltava a piè pari il ruolo da lei avuto negli anni dei diritti civili e concentrandosi sul ritratto liberista-capitalista (che contiene innumerevoli grossolanità, ma non è di questo che intendo parlare) e Paolo Desogus con diversi post, su una linea molto simile, dove liquida il ruolo radicale che portò alla legge Fortuna-Baslini sul divorzio (ma proprio saltando a piè pari quello che avvenne dal 1965, quando Fortuna presentò la proposta di legge e, nell’anno successivo, Marco Pannella fondò la Lega Italiana Divorzio, che mobilitò mezzo paese perché la legge venisse approvata, cosa che avverrà nel 1970).
Ma ancora una volta non è di questo che voglio parlare. Scrive infatti Desogus:

“Ancora più clamorosa è la falsificazione sulla legge per l’aborto, la 194. Anche in quella circostanza i Radicali non hanno avuto alcun ruolo. La legge 194 è passata anzi con il loro voto contrario in parlamento. Proprio così: i radicali hanno votato contro, ritenendo che la legge non fosse sufficientemente “radicale”. La verità è però un’altra. Bonino e radicali hanno votato contro per boicottare il consenso trasversale costruito in parlamento dalla sinistra e dai partiti laici. ”

C’è un’incredibile azzeramento in queste affermazioni: ovvero, tutto quello che è stato fatto dai movimenti delle donne, dal CISA, dal MLD, e ANCHE dal Partito radicale per arrivare alla depenalizzazione dell’aborto. Su questo, vi rinvio al libro di Azzurra Tafuro, Un’altra storia dell’aborto, uscito per il Mulino in primavera. Là c’è tutto quello che gli smemorati, o gli uomini in malafede, dovrebbero sapere. Ora, posso arrivare a capire il desiderio di cancellare la storia per attribuire tutto il merito della conquista dei diritti al PCI. Ma non è così: perché il PCI fu estremamente recalcitrante nell’accogliere le istanze delle donne, e nei due casi lo fece sotto la pressione dell’elettorato femminile, e dei movimenti, e del Partito radicale anche.

Ma veniamo a quel no. A quel, “proprio così, i radicali hanno votato contro”. E certo che hanno votato contro (Emma piangendo, peraltro): perché la legge 194 non era nel modo più assoluto quella che doveva essere, e presentava già allora il vulnus che oggi rende così difficile la sua piena applicazione. Non era per avere una legge così che dal 1975 si erano raccolte le firme per il referendum abrogativo “degli articoli nn. 546, 547, 548, 549 2º Comma, 550, 551, 552, 553, 554, 555 del codice penale, riguardanti i reati d’aborto su donna consenziente, di istigazione all’aborto, di atti abortivi su donna ritenuta incinta, di sterilizzazione, di incitamento a pratiche contro la procreazione, di contagio da sifilide o da blenorragia.” Furono 700.000 le firme raccolte: il 15 aprile del 1976 venne fissato il giorno per la consultazione referendaria, che però non ebbe seguito  perché il presidente Leone fu costretto a sciogliere le Camere per la seconda volta.
Sostenere che quel no era dovuto a banale boicottaggio, e che i radicali fossero dei semplici guastatori, significa non aver studiato quegli anni, e peggio voler piegare la storia alle proprie opinioni.

E io non sono una storica. Però una cosa posso farla, per il poco che serve. Il 26 maggio 1978 ho scritto un editoriale per Notizie Radicali: a rileggerlo oggi, è ovviamente ingenuo come possono esserlo le parole di una ragazza di 22 anni. Ma ve lo porgo, tanto per far capire qual era il clima del tempo. E quali i motivi reali di quel voto contrario.
Ma anche per provare a far capire che contrapporre diritti civili e diritti sociali in nome di una rigidità manichea già vista e sentita è inutile: specie se in questo modo si ribadisce, fra le righe, che la storia delle donne è ininfluente.

ABORTO: LE STREGHE SON FREGATE

“In sordina, tra l’indifferenza della stampa, senza che una sola iniziativa del movimento femminista gli facesse eco, la legge sull’aborto è stata approvata dal Senato.

Sarebbe accaduta la stessa cosa se alla Camera dei Deputati non ci fosse stato l’ostruzionismo dei deputati radicali a denunciare la gravità di quanto stava accadendo: l’aborto è sempre stata la patata bollente di questa classe politica, l’elemento perturbatore degli equilibri della maggioranza. Quando proprio non si può fare a meno di parlarne, meglio esorcizzarlo, relegarlo in secondo piano. E’ una delle tattiche della “Politica dell’emergenza”. A causa dell’ostruzionismo radicale, invece, stampa e partiti sono stati costretti a dibattere dell’argomento: il paese ha intuito, più che sapere (questo non gli è stato consentito) che la legge che il Parlamento stava approvando era una truffa, che le donne, che i firmatari del referendum erano ancora una volta beffati.

Venendo meno l’opposizione radicale al Senato, la forza, l’opposizione stavolta poteva e doveva venire dal movimento delle donne. E’ triste dirlo, ma già quando la legge veniva discussa alla Camera le compagne femministe sono scese in piazza una sola volta dopo averlo deciso controvoglia, con poca chiarezza e molte divisioni. Ci si rifiutava anche di pronunciare la parola referendum, per paura di venir chiamate radicali, di venir strumentalizzate chissà da chi: come se il voto non sarebbe stato un voto di donne, un riappropriazione del proprio diritto di decidere. Mentre la legge veniva approvata in tutta fretta al Senato, mi dispiace dirlo, ma obiettivamente il movimento femminista si è reso complice del silenzio in cui questa operazione è stata condotta. Non una volta ho sentito parlare di una mobilitazione delle compagne; l’unica manifestazione che si è svolta a Roma mentre la legge era al Senato è stata fatta quasi per dovere, erano presenti poche decine di compagne. Non una volta ho visto una compagna femminista manifestare sotto il Senato: le botte, ancora una volta, le abbiamo prese noi, compagne e compagni radicali, mentre protestavamo anche per loro, in pochi contro le cose vergognose che venivano approvate sulla pelle di tutte le donne.

Mentre scrivo, non so ancora quale sarà il giudizio della Cassazione: se si riuscirà ugualmente a fare il referendum sull’aborto, se si riuscirà in questo modo a sconfiggere, con una grande vittoria delle donne e del paese, chi non vuole che l’aborto sia realmente libero, realmente gratuito, realmente assistito e che con questa legge l’ha ribadito. Se così non fosse, gli anni che ci aspettano sono davvero molto difficili: nessuna mobilitazione, per quanto grande, per quanto capillare, riuscirebbe ad annullare le burocrazie e gli ostacoli che ci vengono opposti. E’ probabilmente anche inutile rielencarli: i sette giorni di ripensamento prima di ottenere il “passi” per abortire, il riconfermato ruolo del padre nella decisione, l’impossibilità per la minorenne di abortire se non sborsando milioni dai cucchiai d’oro o facendosi massacrare l’utero dalle mammane, l’obiezione di coscienza massiccia degli enti ospedalieri, la mancanza di posti letto negli ospedali, la galera per chi pratica il self help, il terrorismo delle associazioni religiose che di fatto gestiscono i pochi consultori esistenti. E inoltre l’aumentato potere della classe medica, è il vero e proprio insulto che questa legge costituisce per la dignità della donna, che continua ad essere considerata una minorata mentale, incapace di decidere e di scegliere. Questo è quello che la maggioranza politica ha deciso di rispondere agli anni di lotte delle donne e di mobilitazione contro l’aborto clandestino: per i partiti che l’hanno votata, questa legge non è stata nulla di più che una tappa, più o meno importante, della loro strategia di violazione della legalità e di soffocamento dei diritti civili: anzi, si è trattato del momento in cui le loro alleanze si sono consolidate: Parigi, per PCI, PSI e soci val bene una messa.

Per noi donne si tratta di una sconfitta storica. E in questo momento non so quanto la più grande e imponente mobilitazione sul dopo-legge, che deve comunque ed immediatamente esserci, potrà cancellarla”.

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