Ho sempre immaginato il mio spirito del Natale – comprensivo di passato, presente e futuro perché siamo in tempi di risparmio – identico a Frank’n’furter, il protagonista di Rocky Horror Picture Show che proprio nel 2025 compie cinquant’anni. Uno spirito con tali fattezze provocherà accuse sparse di gender e transfemminismo, cosa che va molto di moda da ultimo: ma l’immaginario è l’immaginario, e uno spirito del Natale come il vecchio Frank ha molti vantaggi: mette di buon umore e canta bene, e a confronto i trascurabili svantaggi (lustrini seminati sui tappeti, lampade spostate per centrarsele sul viso mentre canta “I’m going home”, qualche portacenere rovesciato durante un time-warp preserale) sono poca cosa. Del resto, uno spirito del Natale in guêpière vale quelli canonici, e magari è persino beneaugurale rispetto a un Clarence qualsiasi.
Gli indirizzo una letterina sullo stato delle cose dell’editoria, che non cambia troppo, ahinoi. E gli chiedo Pazienza, Passione, Parole. E pure qualche lustrino.
Categoria: Cose che accadono in giro
Sembrerà strano, ma io nutro qualche dubbio sulla scelta della parola “rispetto” come parola dell’anno. Le intenzioni, certo, sono ottime: porre un argine alle dicotomie, al tutti contro tutti, alla tendenza in apparenza inarrestabile alla rissa, anche per motivi futili.
E però vedo un punto debole: è necessario il rispetto, ma è necessaria anche la lotta nel momento in cui la violenza di cui si parla in quelle righe viene esercitata continuamente. Mi riesce difficile nutrire un sentimento di rispetto verso chi non riesce a vedere le esigenze degli altri, e cerca anzi di schiacciarle. Mi riesce difficile non smantellare le argomentazioni di avversari e avversarie: provo a farlo senza cedere a parole violente, certo, ma il rispetto è un’altra cosa. Rispetto, per me, significa considerare quelle argomentazioni come dettate da una convinzione reale, e non da un calcolo. E non è per niente facile farlo, in queste circostanze.
Anche l’ira per l’ingiustizia
fa roca la voce. Oh, noi
che abbiamo voluto apprestare il terreno alla gentilezza,
noi non si poté essere gentili.
Ho parlato con molte persone, nella trascorsa settimana torinese, ed è stato sempre un bel parlare, magari problematico, e per fortuna anzi problematico perché porta a rivedere molte proprie posizioni. Un’amica, in particolare, mi ha fatto pensare a lungo. Ha parlato di chi, come lei, prende uno stipendio che basta a malapena per pagare l’affitto e mangiucchiare qualcosa: lavora nel settore culturale, che continua a essere trascurato sotto questo aspetto per venire considerato semplicemente privilegio. Eppure anche nella cultura si lavora, e pure tanto, e si viene tutelati ancor meno a causa dell’odioso semi-ricatto “fai qualcosa che ti piace, fai qualcosa di bello”. E quest’amica, sospirando, mi diceva che comincia a capire la disaffezione comune per le battaglie sui diritti. “Come fai”, diceva dunque, “ad appassionarti ai diritti quando non riesci a pianificare niente, figuriamoci una famiglia, perché a fine mese non ci arrivi?”.
E’ innegabilmente il punto su cui agiscono le destre, e trovano terreno fertilissimo, come si nota dal discorso della premier ad Atreju. Eppure, dieci anni fa, Stefano Rodotà diceva: “Si è inclini a dimenticare che i diritti sono indivisibili e che le vere stagioni dei diritti sono quelle in cui diritti individuali e diritti sociali procedono insieme”.
Da quindici anni a questa parte, la fiera della piccola e media editoria è stata un appuntamento fisso del mio dicembre: fisso e convulso, perché condurre la diretta di Fahrenheit significava arrivare prima al Palazzo dei Congressi e poi alla Nuvola alle dieci di mattina, carica di libri e appunti, e di insalate fatte in casa nel contenitore per evitare la coda al bar, ché non c’era tempo, e passare le ore prima della diretta chiusa nella stanzetta della redazione, dove arrivava sempre qualcuno non della redazione a posare cappotto e borsa (con relativo crollo dell’attaccapanni) o qualcun altro a chiedere di presentare il proprio libro, ma anche qualcun altro ancora a portare generi di conforto (le sfogliatelle restano indimenticabili).
Questa volta sarà diverso, per molti motivi.
Il più ovvio è che sarò presente come ospite o presentatrice, e non come conduttrice, ma questo va bene, perché i cicli devono essere chiusi per essere sani, e prometto solennemente alla redazione di Fahrenheit che andrò a posare il mio cappotto da qualche altra parte, per non affaticare l’attaccapanni.
Il più evidente è che a Più Libri ci si arriva con la sofferenza di quanto è avvenuto, e che comunque inciderà molto sul rapporto con tutto il mondo intellettuale, e non solo con chi ha preso la decisione, da cui moltissime si sentono tradite. L’auspicio è che la rabbia venga capita e soprattutto accolta e che si riparta, senza per forza ricucire, ma con la coscienza piena di quanto è avvenuto.
Detto questo, a Più Libri ci sarò, per onorare gli impegni presi con diverse persone, e per prendere spunto per discutere di quanto è avvenuto, come avverrà, tra l’altro, insieme a Mariano Tomatis.
Detto ancora questo, nel post c’è il calendario dei miei incontri per chi volesse.
E’ vero, il mondo preme sul piccolo mondo dei libri, e ne reclama l’attenzione, e qualcuno gliela dà peraltro, perché se qualcosa possono fare i libri è aiutarci a capire, nei mille modi in cui un libro può farlo. Dunque occuparsi dei dieci libri dell’anno scelti dal New York Times può sembrare faccenda frivola. Però ci provo, perché almeno alcuni di questi testi potrebbero dirci qualcosa.
I titoli nel post. Le considerazioni subito.
I cinque romanzi sono stati tradotti in italiano, mentre nella saggistica è disponibile solo Crematorio freddo, che però risale a metà Novecento.
Di quei cinque romanzi ho la sensazione che molti lettori non sappiano molto, se si esclude, forse Percival Everett.
Probabilmente perdiamo molte buone opportunità di lettura per sovrapproduzione: perché nessun critico o nessun giornalista culturale riesce a stare dietro a tutto. La constatazione è vecchia ma diventa sempre più stringente: nel mio piccolo caso, ho una pila di libri che voglio leggere ma che ancora non ho letto, e ovviamente la pila cresce.
Cose vecchie, sì, ma sempre utili e sempre preoccupanti, specie nell’imminenza di fiere e strenne.
Tutti parlano di brain rot, le parole dell’anno scelte dall’Oxford Dictionary, attribuendo il marciume ai social.
Cosa vera ma anche straordinariamente falsa. Certo, viviamo da anni in un flusso di onnipotenza individualista: qui ricordo qualche frase notevole dei cosiddetti modelli adulti, soprattutto politici. E ricordo anche un orrore di dieci anni fa, quando Cosimo Pagnani annunciò su Facebook di aver ucciso la moglie ottenendo 65 like.
Ma grazie alla filosofa Silvia Federici dovremmo capire che siamo di fronte a un altro tipo di stregoneria: “Il disincantamento significa vivere un mondo in cui non è più possibile pensare fuori dalla logica dello sviluppo capitalista. “
Rito del mattino: caffé, yogurt, libro da rileggere, rassegna stampa online. Bene. Sulla newsletter del Corriere della Sera, a proposito di Sanremo 2025, leggo:
“Quello che è certo, perché l’ha detto ufficialmente Conti, è che nelle canzoni «non si parlerà di guerra e immigrazione», ma di «famiglia e rapporti personali». Per carità, meglio non rischiare con temi difficili, meglio mantenere buoni rapporti con tutti, a partire dal governo, meglio restare nazionalpopolari e mettere da parte l’impegno”.
Ti pareva, penso.
Poi però mi chiedo: di cosa parla la maggior parte dei romanzi italiani usciti o in uscita? Famiglia e rapporti personali.
Non vediamo i conflitti. Vediamo soltanto noi e la nostra posizione all’interno di quei conflitti.
Questa è una di quelle mattine in cui mi interrogo sul perché abbiamo un governo di destra, e sul perché le destre ascendono un po’ ovunque. Questa è anche una di quelle mattine in cui torno a quindici anni fa, a quell’autunno 2009 in cui nasce il Movimento 5 Stelle: che nella prima fase almeno ha accolto il risentimento e lo smarrimento di chi non si sentiva riconosciuto, ma spesso trasformandolo in pura negazione. Curiosamente, The Dome esce proprio nel 2009. E’ fra i romanzi più controversi di Stephen King, per struttura e anche per il tono amarissimo, come se non ci fosse – o quasi- via d’uscita.
Quando i social hanno favorito la presa di parola , l’atteggiamento generale è stato quello di definire chi protestava come imbecilli, ignoranti, scomposti. Il che rafforzava la collera verso la “casta” è il disprezzo verso i “saputelli” o “colti”, che per il fatto di esser tali con la casta medesima sono giocoforza collusi. E questo è uno dei punti da meditare bene: perché il disprezzo verso i cosiddetti intellettuali non è faccenda nuova, ha attraversato quasi tre decenni in varie forme e canali, ed è diventato ancora più profondo. Colpa di chi? In parte, certo, anche di un modo di concepire il lavoro intellettuale come distaccato dal sociale e dal quotidiano. In parte, di un “frame” da cui non ci si libera perché non viene affrontato.
Perché ci penso oggi?
Perché continua a sembrarmi difficile battere questo governo se prima non riusciamo a vederci e a vedere. C’è un gigantesco lavoro di ricostruzione da fare, e dobbiamo pur cominciare a farlo. Partendo da noi, credo.
Nel trentennale della morte di Franco Fortini, provo a fare una riflessione sulla diffusione della cultura, e provo a farla tirandomi fuori dalla marea di polemiche di questi giorni.
Perché Fortini? Perché una decina di anni fa, un po’ per amore, un po’ per gioco, un po’ perché all’epoca le poesie di Fortini erano introvabili, ho cominciato a postare una poesia (o parte di una poesia) su Facebook, tutte le sere. Era diventato un appuntamento per parecchi commentatori, quello col “Fortini della sera”: preciso che non aggiungevo commenti, o interpretazioni, o critica. Pubblicavo e basta. Così come era cominciata, finì: finì, anzi, con la ripubblicazione delle poesie, e tanto basti.
Ora, a diversi anni di distanza, alcuni, che sono indubbiamente molto più titolati di me, hanno storto il naso su quell’esperimento, giudicandolo incongruo e soprattutto giudicando inadatta me a parlare di Fortini. E’ verissimo: basti dare un’occhiata ai partecipanti ai convegni che ne hanno celebrato in queste ore il trentennale per capirlo.
Il punto è che io non volevo essere titolata: volevo far arrivare le parole e i versi di Fortini a chi non lo conosceva.
Segue con Virginia Woolf, Mozart, i Pokémon e le Winx.
Sono ancora convinta che, certamente, l’accademia e la critica sono indispensabili per restituirci il pensiero e l’opera di un autore o autrice. Ma che il cosiddetto pop aiuti a veicolare quegli autori e quelle autrici: magari avvicinando, in un passo successo, all’accademia stessa.
Nulla di nuovo, nulla, mi auguro, di divisivo. Ma avocare a sé l’unica autorevolezza possibile significa, per me, tornare indietro di molto.
E’ il 9 gennaio 1979, le 10.20 del mattino. A Radio Città Futura ci sono cinque donne: Anna Attura, 38 anni, Rosetta Padula,35 anni, Carmela Incafù, 58 anni, Gabriella Pignone, 47 anni, Annunziata Miolli, 55 anni. Gestiscono uno spazio che si chiama Le donne escono dalle cucine. Facevano parte del Collettivo delle casalinghe, che si formò ascoltando Radio Donna, all’interno di Radio Città Futura.
Tre uomini col passamontagna fanno irruzione nella sede della radio. Lanciano bombe incendiarie. Sparano raffiche di mitra contro le donne.
I tre fascisti dei Nar erano Valerio Fioravanti, Alessandro Pucci, Dario Pedretti. Lo scrivo perché i nomi bisogna pur ricordarli.
Pubblico questa storia perché ieri, scrivendo l’articolo (oggi su La Stampa) su Covando un mondo nuovo di Paola Agosti e Benedetta Tobagi, ho riflettuto a lungo sulle parole di Benedetta, e sui miei ricordi:
“Questa – racconta Tobagi, – è una delle cose che mi ha colpito di più dei femminismi di allora: la costante preoccupazione di raggiungere tutte le donne, anche se diverse per area geografica, classe sociale e cultura. Raggiungerle e portare loro il Self Help o i consultori, o appunto aprire i microfoni delle radio. Dov’è finito quel patrimonio? Allora si cercava di avvicinare le donne che non avevano gli strumenti. A un certo punto si è smesso di farlo, e le casalinghe guardavano e guardano le televisioni di Berlusconi. “