Non interverrò qui (né probabilmente altrove) su Adolescence che quanto meno ha il merito di aver fatto scoprire a un po’ di gente che esistono gli Incel (però approfitto per invitare a leggere La colpa è mia di Andrea Donaera, che di incel parla e che meritava maggior fortuna, secondo me). Intervengo, invece, quasi per parlare fra me e me, e raccontare, a chi interessa, cosa mi colpisce in una serie.
Penso, per dire, a Black Mirror. Che continua a porci la stessa domanda: chi siamo davvero? Non è tanto la questione del discostarsi o avvicinarsi tra identità reale e identità virtuale, e di chiederci quanto la seconda coincida del tutto con la prima. Non c’è una risposta netta, evidentemente: Black mirror racconta quel che siamo già, con appena un avanzamento nel possibile. Veniamo bannati e non possiamo comunicare con gli altri, cerchiamo di crescere in popolarità con cortesia o ammirazione manifesta spesso ipocrite, auguriamo la morte sui social in nome del nostro diritto di parola e via così. E allora?
Qualche anno fa Fabio Chiusi scrisse per Valigia Blu un articolo, di cui vale la pena citare un passo:
“…il monito di Malka Older, studiosa e scrittrice di sci-fi a sfondo politico che, citando Yuval Noah Harari, riporta: “per cambiare un ordine immaginario esistente, dobbiamo prima credere in un ordine immaginario alternativo”. A dire: dovremmo usare di più l’immaginazione, specie fantapolitica e fantascientifica, se vogliamo provare a realizzare un mondo, e un’ideologia, in cui i monopolisti dei dati non sono immutabili, irregolabili, inamovibili. Older la chiama “resistenza speculativa”: “Abbiamo bisogno di futuri speculativi”, dice, “ci ricordano che il mondo in cui viviamo non è inevitabile”. Se l’ideologia dominante è tale proprio in quanto capace di rendersi invisibile, di entrare tra le norme e i comportamenti quotidiani come il respiro nel torace, il grido immaginativo della scrittrice è la forma più pura, e forse più forte, di critica ideologica a Silicon Valley”.
Categoria: Cose che accadono in giro
Il punto di partenza è la storia della popolazione Haida, le cui poesie sono arrivate fino a noi grazie a un traduttore, a un antropologo e al racconto che ne fa Margaret Atwood.
La storia è bella, e probabilmente in molti penseranno che non ci riguarda, convinti come siamo che quel che scriviamo, e leggiamo, resterà per sempre dopo di noi.
No, se qualcuno non interviene a preservarlo, come ha fatto l’antropologo.
Ma rimaniamo all’oggi, e a un tempo molto più breve dei cento anni intercorsi dal racconto orale dei poeti Haida alla pubblicazione della raccolta: mi capita di pensare alle sacrosante rivendicazioni di chi scrive per quel che riguarda il proprio lavoro, e dunque di essere liberi di esprimersi, ma anche di essere pagati per i propri interventi e presentazioni in festival e occasioni pubbliche, come scrisse tempo fa Vincenzo Latronico.
Tutto questo è appunto sacrosanto, e certamente ci vorrebbe un organismo che, come la Authors Guild americana, tuteli scrittrici e scrittori.
Ma, ecco il punto, non solo loro: perché la tutela dovrebbe diventare una rete che riguarda tutte le figure editoriali, i redattori, i traduttori, gli uffici stampa e, sì, i librai, ancora una volta.
Perché è vero che la materia prima viene fornita da chi scrive, ma senza tutto il resto svanisce come le parole degli Haida.
Stamattina leggevo su Collettiva della sparizione di chi legge a Roma. O meglio, della diminuzione delle librerie in centro.
Ma c’è un fenomeno di cui non si parla abbastanza, ed è quello dei gruppi di lettura: che invece si moltiplicano e funzionano e attirano. Esempio personale: ho fortemente voluto che il mio podcast, Cose (molto) preziose avesse un’espansione mensile dal vivo per visitare i gruppi di lettura e sapere da loro come hanno letto e che impressione hanno tratto dai libri presentati: fin qui sono stata a Roma, Catania, Matelica, Torino e domani sarò a Reggio Emilia per un doppio appuntamento che si deve a degustibook, un gruppo di lettura tutto femminile che domani apre ad altri gruppi, ovvero DoRaTe della Rosta Nuova, MOMO di San Pellegrino, la PARADISA di Massenzatico. E da quanto capisco se ne aggiungeranno ancora.
Sottovalutare i lettori, come ho scritto su Lucy-sulla cultura, è errore gravissimo: perché lettrici e lettori, a dispetto dei pochi soldi e del poco tempo, vogliono essere avvinti, e lo dimostra il proliferare in ogni città, piccola e grande, proprio dei gruppi di lettura. Sono i “nidi di vespe”, l’azione che dai grandi luoghi, dalle fiere e dai festival giganteschi, si sposta sul territorio. Ed è questo che, secondo me, dovremmo fare: per i libri, per la politica.
Questa mattina su La Stampa, Simonetta Sciandivasci torna, da par suo, sulla questione dello sciopero dei librai Feltrinelli. E lo fa, all’inizio dell’articolo, ponendo una domanda non da poco:
“Non risultano scrittori che abbiano preso posizione sullo sciopero dei librai Feltrinelli. Non un’intervista, un intervento, un editoriale, un X, un post, una petizione, un botta e risposta su Facebook, un boicottaggio. Niente”.
E’ già accaduto. Dieci anni fa, quando Erri De Luca andò a processo, e cinque, con un po’ di eccezioni, con il caso Grafica veneta.
Ora, tutte e tutti amiamo Luciano Bianciardi: ma la questione del lavoro culturale non è faccenda del secondo Novecento. Anzi, deve uscire dallo studio di Bianciardi per arrivare all’oggi. Non ci si riesce. Così mi chiedo, oggi come cinque e dieci anni fa, come mai ci sia questa scarsa propensione di molti scrittori italiani a sentirsi parte di un discorso comune. Con eccezioni, certo. Poche.
Oggi su La Stampa in edicola torno a parlare dei librai Feltrinelli. E parlo anche di un’altra cosa, che racconta nell’articolo Corrado Meluso della valorosa Timeo. Riporto il suo virgolettato perché è importantissimo.
“Feltrinelli ha preteso dagli editori più piccoli uno sconto di oltre il 50% (a cui vanno aggiunte le percentuali di promozione e distribuzione) solo per aprire le cedole novità e valutarle, e senza garantire maggiore esposizione né un incremento del prenotato – e considera che la nostra media di prenotato al lancio nel circuito Feltrinelli è stata, nei due anni scorsi, di 17 copie a titolo per oltre 150 librerie.
Editori un po’ più grandi di noi sono stati inclusi in un programma chiamato Panoplia, che prevede uno sconto base del 48%, che aumenta di 2/3 o 4 punti nel caso dovesse generare un incremento sul sell out del 10/20 o 30% rispetto all’anno precedente, e consente agli editori di raccontare la cedola anche ad alcuni librai Feltrinelli oltre che alla propria rete vendita: disintermediando si aumenta lo sconto, in buona sostanza, anziché diminuirlo”.
Cosa succede se ti rifiuti? Non sei in Feltrinelli, se non a richiesta del lettore (con quello che i librai Feltrinelli chiamano “Ordine Special”). E perché succede? Per un motivo ovvio, da una parte: dare più spazio ai libri pubblicati dal gruppo, e ci potrebbe pure stare.
Ma ci sono altre questioni.
Feltrinelli celebra i suoi 70 anni con ristampe e festeggiamenti. Intanto, però, i 1200 librai Feltrinelli scioperano, oggi, per otto ore: le organizzazioni sindacali Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs ricordano di aver incontrato la direzione della catena di librerie lo scorso 28 febbraio, per discutere del rinnovo del contratto integrativo aziendale senza che il confronto abbia portato a nulla. L’azienda, dicono, dimostra chiusura rispetto alle richieste: l’aumento del ticket-buono pasto, per esempio. Ma non è solo questo.
Chi lavora nell’editoria, specie se piccolo editore, sa quanto sia difficile essere visibile in una Feltrinelli, e non certo per colpa di chi ci lavora. Chi lavora nell’editoria, chiunque sia, sa che occuparsi dei propri colleghi è la prima cosa da fare, che si sia editor, scrittori o scrittrici, editori o editrici. Senza i librai non si arriva a chi legge. Lavoro culturale significa esattamente questo: occuparsi di ogni anello della catena, e non soltanto degli affaracci propri.
Se ci sono testimonianze, le ospito volentieri. Solidarietà, intanto.
Care e cari, ho lavorato un po’ per fornirvi l’elenco completo della Bibliografia disarmata, un progetto che risale al 2022 e che per diversi mesi è stato al centro di questo blog. Questa bibliografia, nei fatti, è un’arma, ma argomentativa, da usare per spiegare a tutti coloro che parlano di pacifinti e anime belle e imbelli da divano che non funziona così, e che la storia della rivolta nonviolenta, in tutte le forme che ha preso nel tempo, è tutt’altro che pigra inazione. Troverete le storie di scrittori e scrittrici, da Cassola a Woolf, da Moravia a Huxley e Hugo. Troverete i profili di attivisti e pensatori, da Langer a Gene Sharp, da Dolci a Capitini. Troverete le azioni, dalla rivolta di Pratobello alla guerra contro la fosforite. Troverete le storie, i racconti, i romanzi. A ogni link corrisponde un post. Con l’augurio che sia utile, e che serva, almeno, a trovare le parole.
Oggi, su Facebook, una scrittrice e storica di luminosa intelligenza come Vanessa Roghi (leggete, a proposito, il suo La parola femminista, perché avremo occasione di parlarne) pone un problema non piccolo. I libri delle altre. Ed è un problema a varie sfaccettature, perché i social, lo si voglia o meno, sono il terreno in cui nella maggior parte dei casi passa non solo la promozione ma il racconto dei libri. Mi rendo conto che io stessa mi informo molto dai social, che spesso arrivano prima dei canali tradizionali, e che mi fido del parere di alcune e di alcuni.
Però parlo molto poco, sui social e sul blog, di libri italiani, se non per informare in poche righe di un’uscita che mi sembra significativa: parlo di più di libri stranieri, e con meno titubanza. Il motivo è semplice: detesto quell’idea malevola di sottofondo secondo la quale se parli di un testo che ti è piaciuto lo fai per amicizia. E’ peraltro interessante che questa accusa si rivolga soprattutto alle scrittrici, mentre da tempo incalcolabile gli scrittori sono decisamente disinvolti e continuativi nel sostenersi, on e off line.
Il secondo motivo risale ai tempi di Fahrenheit: se parli di un autore e autrice fai torto a chi non nomini.
Di fatto, è un problema mio.
Di fatto, è un problema comune.
Dopo il libro sulle madri, uscito nel 2013, ho anche detto che non avrei scritto altro sulle donne: smentendomi nel giro di pochi mesi, perché fu allora che Michela Murgia e io scrivemmo L’ho uccisa perché l’amavo (che tornerà, peraltro, fra non moltissimo, e sarà dunque di nuovo disponibile).
Comunque, ho ripetuto che non avrei scritto altro: non in un libro, almeno, perché sui giornali e sul blog ho continuato a parlare di donne e femminismi. Il motivo era ed è semplicissimo: era giusto che parlassero e scrivessero le altre, soprattutto più giovani di me, ed era giusto che le voci si moltiplicassero, ed era ingiusto tentare di avocare a sé qualunque tentativo di portavocismo (neologismo orribile, ma me lo passerete).
Quando Sperling&Kupfer, diversi mesi fa, mi ha chiesto di curare una raccolta di testi sulla violenza contro le donne prima ho detto no, poi ho detto vediamo, e infine, ragionandoci molto, ho detto sì. Perché era l’occasione giusta per parlare di violenza dal punto di vista culturale, e culturale significa infinite cose, dalla letteratura alla memoria familiare, dalla lingua alla mostrificazione dei corpi ai luoghi dove parlano e si incontrano le giovani persone. E dunque doveva essere un libro collettivo.
Si intitola Le parole sono uno sciame d’api, reinterpretando un verso di Anne Sexton. Perché le parole servono a raccontare e a sperare, anche, di cambiare il mondo.
E’ un libro di tutte le donne che hanno accettato di scrivere: donne diverse fra loro per professione e punti di vista, e anche per femminismi, e questa è una cosa meravigliosa, in tempi di divisioni. Grazie a Maura Gancitano, Vera Gheno, Jennifer Guerra, Giulia Paganelli, Melissa Panarello, Romana Petri, Chiara Volpato.
E a Elisa Seitzinger per la copertina.
Solo una cosa, in chiusura. Ieri ho annunciato l’uscita del libro su Facebook. Mi è stata immediatamente rimproverata, da due uomini che conosco come persone gentili, peraltro, l’assenza di firme maschili. Mi auguro che leggendo, se vorranno, comprenderanno il motivo: questo non è un saggio sociologico sulla violenza. E’ un’insieme di sguardi di donne su come quella violenza, che non è evidentemente solo fisica, viene percepita. E questo deve essere, per me. Poi, attendo un libro fratello tutto al maschile. Così come ho atteso per quasi vent’anni, invano, e avendolo sollecitato, il corrispettivo maschile di Ancora dalla parte delle bambine. Magari succede.
Due anni fa ho pubblicato questo post. Oggi leggo le parole di Nicola Aloi, già comandante della Capitaneria di porto di Crotone al momento del naufragio: «Se ci avessero chiamato un’ora e mezza prima noi li salvavamo. Perché? Perché riuscivamo ad intercettarli. Noi sappiamo che poi ti spiaggi o ti sfracelli sopra gli scogli, li fermavamo e li portavamo via. Purtroppo quando siamo arrivati non c’era più modo di fare niente se non salvare qualcuno».
Dunque, non possiamo salvare tutti, non noi, ma qualcuno poteva, e non lo ha fatto. Qualcuno, come ben sapete, si spinge anzi a insinuare che quei morti se la sono cercata, perché insomma chi ve lo fa fare a mettere a rischio la vita dei figli. Il problema è che a pensarlo, magari silenziosamente o magari no, sono in tanti, e tante, dal calore delle proprie case, le mani sulla tastiera del computer.
Non salvano, non salviamo neanche noi, che piangiamo quei morti e ci chiediamo come sia possibile.