Sono un po’ (tantissimo) stufa, perché in queste settimane non è che abbia visto tutte queste prese di posizione nel mondo della letteratura: sì, lo so, letteratura e attivismo non si mischiano, si dice. Oppure no?
Non è stato così per molti. Penso ad Antonio Tabucchi e a quello che fa dire al suo Pereira:
“Se loro avessero ragione la mia vita non avrebbe senso, non avrebbe senso avere studiato lettere a Coimbra e avere sempre creduto che la letteratura fosse la cosa più importante del mondo, non avrebbe senso che io diriga la pagina culturale di questo giornale del pomeriggio dove non posso esprimere la mia opinione.”
Penso a Norberto Bobbio:
“Chi si rifugia, come in un asilo di purità, nel proprio lavoro, pretende di essere riuscito a liberarsi dalla politica, e invece alla fine fa della cattiva politica.”
Penso, insomma, a tutte e a tutti coloro che all’asilo di purità non credono, e stanno provando a dire e fare qualcosa, nei modi possibili, e spesso in un silenzio che cresce.
Categoria: Cose che accadono in giro
L’idea dei Pro Vita presenti nei consultori non solo non è nuova, ma è già realtà. Posto qui un articolo uscito per L’Espresso a marzo.
Parlare e presidiare. E’ l’unico modo per rispondere ai manifesti che anche quest’anno incombono sulle donne. Magari dicendo chiaramente che sì, l’aborto è la soppressione di una forma di vita, ma che la volontà della donna prevale, perché il corpo è il suo ed è sua la scelta, e che costringerla a una gestazione non voluta è il pilastro su cui si è retto il patriarcato per diecimila anni. E che soltanto la contraccezione e il diritto di abortire in sicurezza lo hanno scardinato. E che non si torna indietro, nonostante.
Sul New York Times, Ezra Klein racconta di aver “ucciso” il suo account gmail dopo vent’anni: cosa si fa quando si ha un milione di messaggi non letti nella casella di posta? Capita. Ricordo un pomeriggio con Michela Murgia, dieci anni fa: eravamo a Firenze per presentare “L’ho uccisa perché l’amavo”, io sarei ripartita, lei no, e mi stavo riposando nella sua camera d’albergo quando ho sbirciato il suo computer e ho esclamato “Michi, hai cinquecento mail non lette!”. “Per forza: come sopravvivo, altrimenti?”, mi disse.
Ora, essendo una fissata col senso del dovere (e di colpa), continuo a leggere tutto. Solo da un anno o due ho cominciato a non rispondere sempre, con il risultato che chi non ha ottenuto risposta (e si tratta nella maggior parte dei casi di richieste di lettura o recensione) mi riscrive, e tutto diventa più complicato. Ma, pur non avendo messaggi non letti, mi ritrovo in quel che dice Klein: è diventato più difficile trovare quel che invece ti serve. “Gli algoritmi di Google avevano iniziato a deludermi. Quello che loro pensavano fosse una priorità e quello che io pensavo fosse una priorità divergevano”.
Non è solo una questione di algoritmi, credo: è una questione di memoria, e non ha troppo a che fare solo con gmail: quando siamo in presenza di valanghe di informazioni, dimentichiamo quello che stavamo cercando, dimentichiamo quello che ci è utile.
Succede anche nei social, come ho provato a scrivere tante volte: siamo in contatto con centinaia, migliaia, decine di migliaia di persone, teoricamente, ma nei fatti la solitudine aumenta. Perché, e ancora una volta ha ragione Klein, “la vicinanza richiede tempo”.
La discussione sulle scrittrici: un articolo di Meg Wolitzer di dodici anni fa per il New York Times. Sarebbe molto bello partire da qui, dalle riflessioni fatte da un’autrice statunitense, per capire anche come mai altrove è possibile dibattere dalle pagine del maggior quotidiano e qui molto meno. Buona lettura.
“Tirare in ballo la questione femminile – nel senso di narrativa femminile – è un po’ come parlare del debito di stato durante una cena. C’è chi si infastidisce, ritenendolo un argomento di cui si è parlato troppo e in modo inesatto, mentre alcuni lo considerano cruciale.
Poco tempo fa, a un evento sociale, scoprendo che ero una scrittrice un ospite mi ha chiesto: «Potrei aver letto qualcosa di suo?» Gli ho declinato le mie generalità: il nome non gli diceva nulla, il che va benissimo, non sono così famosa. Poi, dietro sua richiesta, gli ho descritto i miei romanzi. «Mah, contemporanei, direi. Alcuni parlano di matrimonio. Di famiglia. Sesso. Desiderio. Genitori e figli.» Trascorsi alcuni istanti d’imbarazzo, il signore ha chiamato sua moglie, annunciandomi che era con lei, «che quel genere di libri li legge», che avrei dovuto parlare. Se ripenso a quell’incontro, lo vedo come un’occasione persa. Alla domanda «Potrei aver letto qualcosa di suo?», molte scrittrici sarebbero tentate di rispondere: «In un mondo più giusto».”
Come accennavo ieri, si discute parecchio, in ambito social-letterario, delle scarse vendite dei libri. Faccenda che, come detto, dovrebbe essere nota anche ai non addetti ai lavori, visto che i medesimi ne parlano spessissimo. Non commento ulteriormente, ma rimando all’articolo di Guia Soncini uscito oggi su Linkiesta.
Invece, provo a spiegare cosa significa pubblicare in modo che definire eccessivo è poco. E lo faccio postandovi l’articolo uscito a febbraio per Linus. Parla di un romanzo fra i moltissimi, Il mondo dietro di te di Rumaan Alam, altrove lodatissimo, da noi passato sotto silenzio, e suppongo già sparito dagli scaffali.
Come si pretende di non vendere poche centinaia di copie quando lo spazio fisico nelle librerie non c’è perché si deve far posto alle novità? Basterebbe questo. Non basta mai. Buona lettura.
Cosa sto scrivendo, dunque?
Sto scrivendo un romanzo. Tratto da Il segno del comando, ovvero dallo sceneggiato di Giuseppe D’Agata (e altri, la questione dell’ideazione e della sceneggiatura è complessa e non la rievocherò qui), che più avanti ne trasse a sua volta un libro.
Ma questa sarà un’altra storia: l’idea è di questa estate, quando con Roberto Genovesi, allora fresco direttore di RaiLibri (finalmente uno scrittore a RaiLibri!) ne discutemmo davanti a una bibita. RaiLibri, infatti, apre una collana che è dedicata proprio alla riscrittura di alcuni tra gli sceneggiati storici più amati.
Ma, appunto, la mia non è una semplice novellizzazione: sto scrivendo un vero e proprio romanzo gotico che più gotico non si può. Rispetterò i personaggi, l’ambientazione e lo schema dello sceneggiato: ma ci sarà molto, molto altro. Ci sarà l’Italia del 1971 e tutte le oscurità e i fermenti che correvano sottopelle. Ci saranno storie che si intreccerano alla vicenda principale. Ci saranno le motivazioni e le vite dei personaggi secondari e ce ne saranno molti assolutamente nuovi. Ci sarà un finale diverso rispetto a quello giustamente sospeso dello sceneggiato. E, in ordine sparso, ribelli e cospiratori, cultori dell’esoterismo vecchi e nuovi e veri e falsi, alchimisti e streghe (metaforiche e reali), e tutto quel che il gotico ama ed è.
Uscirà in autunno, ovviamente per RaiLibri.
Ieri su Instagram una commentatrice ha espresso le sue perplessità sulle manifestazioni letterarie. In sintesi, diceva, ci si incontra fra i soliti, di norma ben vestiti ed educati, borghesi insomma, e si tralasciano gli altri.
Sono in profondo disaccordo e in parte invece d’accordo.
E’ una bellissima primavera per le scrittrici: sono usciti o stanno uscendo romanzi attesi e belli. Ne prendo uno, intanto, Alma di Federica Manzon, che con la grazia cristallina che la contraddistingue esplora la grande questione dei ritorni, e dei confini, e dei Balcani, che pochi e poche, in Italia almeno, raccontano. Intanto leggetelo e amatelo come l’ho amato io.
Approfitto di Alma per tornare su una questione che mi sta a cuore non da oggi, e che è quella delle scrittrici. Che noia, diranno i soliti, ancora sulle quote rosa in letteratura. Affatto. Continuo a pensare che occorra parlare della scarsa “visibilità” delle scrittrici, nel senso di riconoscimento di autorevolezza, nel senso che lo stesso libro firmato da uno scrittore in molti casi susciterebbe un fiorir di elogi. Ma bisogna parlare anche del fenomeno contrario, secondo il quale molte lettrici sceglierebbero, dicon le tendenze, di leggere con maggior riluttanza il testo di uno scrittore di sesso maschile, specie se esordiente o quasi. Generalizzo, evidentemente, e altrettanto evidentemente esistono le eccezioni virtuose.
Oggi leggo un intervento di Paolo Verri su La Stampa, dove racconta del suo intervento al San Mauriziano e fa due conti: il costo, se avesse dovuto pagare, sarebbe stato di 20.000 euro.
Allora ho fatto due conti anche io, basandomi sui costi a Roma e andando per approssimazione.
Tre elettocardiogrammi. Immaginiamo al costo massimo di 50 euro l’uno: 150 euro
Un ecocardiogramma: tra 77 e 160 a Roma. Diciamo 100.
Più la visita cardiologica: diciamo altre 100
Una radiografia al torace: si parte da 150.
Enzimi cardiaci, due volte: circa 60 euro
Esame del sangue completo: intorno ai 50 euro (ma può essere molto di più)
A spanne, si superano i 600 euro. E ci sarebbe anche da considerare l’assistenza e il monitoraggio dei medici.
Quando leggo le dichiarazioni di Giorgia Meloni sulle tasse (queste: ““Non penso e non dirò mai che le tasse sono una cosa bellissima, sono bellissime le libere donazioni non i prelievi imposti per legge, per questo”) vorrei ricordare a chi vota il suo partito cosa significa pagare le tasse per avere sanità e scuola pubblica, anche se tutte e due vengono insidiate e assediate da anni, e non solo dal suo partito, questo va detto e ricordato.
Un frammento di Roma dal bordo, a corollario del post di ieri.
L’aggiornamento del neoproletariato di Tommaso Labranca significa spostare più in là il disprezzo per i poveri, gli ignoranti, i barbari. Quello che un tempo apparteneva ad alcuni intellettuali e ai ricchi, e che appunto è stato raccolto dagli ex barbari divenuti alla moda, per destinarlo a chi non ha nulla, neppure le parole.
Avendo vissuto quel disprezzo dalla parte della barbara, lo riconosco negli altri, e soprattutto nei miei vicini di non quartiere che gli intellettuali ipnomediatici allora, e oggi ipnotizzati essi stessi dai social, non conoscono, perché la loro Roma è diversa dalla mia.
Quello che di Roma afferro io, allora, è il desiderio frustrato e infine abbandonato di chi voleva vivere in quella che riteneva la vera capitale, quella del centro: non più, perché infine si capisce che quella vera capitale non esiste, e dunque non vale la pena insistere.