Anticipazione for blog only: estratto dal primo capitolo di Contro il ’68 di Alessandro Bertante. State bene.
Le donne
e gli uomini protagonisti della lunga stagione contestataria (in Italia sebbene
in forma assai mutevole e crepuscolare dura fino alla metà degli anni Settanta),
superata la soglia della maturità hanno più o meno consapevolmente castrato i
propri figli, tenendo sotto tutela le loro aspirazioni e impedendoli anche a
livello economico una reale emancipazione. Dal loro punto di vista noi saremo
per sempre giovani. Nostro malgrado, invecchiando naturalmente come tutti gli
altri uomini e donne prima di noi, ci mancherà il privilegio della maturità. E nonostante
una formazione scolastica dignitosa – sicuramente priva delle agevolazioni
politiche di cui hanno goduto i contestatori – non potremmo nemmeno contare su
di una casa nostra e su di un posto di lavoro sicuro. Saremo costretti a vivere
sotto tutela, all’ombra del perduto benessere dei nostri genitori. Come in una
sorta di purgatorio laico al quale si accede senza avere commesso peccati.
Per noi
non c’è benessere, non c’è proiezione immaginifica e soprattutto non c’è
conflitto. La prima conseguenza di questo mancato spirito di rivalsa
generazionale è la difficoltà di comunicazione. I trentenni italiani con
i sessantottini non si parlano e non si capiscono. Tendiamo a evitarci
cordialmente. Anche perché secondo una loro radicata, stravagante quanto
infondata convinzione noi non abbiamo ancora guadagnato la pari dignità
culturale, afflitti come siamo dalla sfortuna di aver trascorso la nostra
giovinezza in un epoca di grande disagio esistenziale. L’incomprensione
inevitabilmente genera spiacevoli equivoci. Guardando con sospetto qualsiasi
fenomeno avvenuto dopo la loro irripetibile giovinezza, gli intellettuali
sessantottini hanno cercato di etichettarci con delle categorie anonime e prive
di significato: generazione x, generazione y, generazione del disimpegno, generazione
dei mammoni, degli eterni adolescenti, degli inconcludenti che non se vanno di
casa.
È
umiliante. Manco fossimo dei bambolotti che non sanno camminare con le proprie
gambe. Questo atteggiamento misto di incredulità e paternalismo benpensante, si
è sviluppato nel tempo, si è rodato con gli anni e si è infine consumato fino
alla nausea.
In quanto
ultima generazione virtuosa dell’umanità, i sessantottini non si sono
preoccupati di chi sarebbe venuto dopo di loro. Hanno vissuto nel presente,
hanno lottato per il presente, creduto nel presente, bruciato il presente,
senza mai provare a indirizzare lo sguardo in avanti. Per la loro immediatezza
di vita “volevano tutto” e tutto hanno avuto. Anche meritoriamente, va detto
perché il puro sentimento di appartenenza come la innata capacità di
condivisione e di mobilitazione, furono risorse straordinarie, una forza d’urto
rara e invidiabile. Ma purtroppo breve e non sempre onesta, perché proprio mentre
ridicolizzavano aspramente l’aspirazione piccolo borghese del posto fisso e
della tranquillità economica, si sono presi cura dei propri interessi: assunti
a tempo indeterminato, garantiti al cento per cento, non licenziabili, molti
sono diventati perfino baby pensionati, una bizzarria surreale ma significativa,
esemplare per chi pensa di non avere eredi. E se lo Statuto dei lavoratori (promulgato
nel 1970, inseguito alle lotte operaie dell’Autunno caldo) rimane una delle più importanti
eredità politiche del Sessantotto, a noi nati dopo hanno lasciato in dote un
mondo del lavoro disgregato e persecutorio, nel quale l’oramai capillare e
consolidata diffusione del precariato è solo l’aspetto più appariscente di una
crisi in realtà etica ed esistenziale, cominciata proprio con la loro sconfitta.
Gramo destino il nostro. Fanalino di coda di una Europa ancora impalpabile,
viviamo alla giornata senza riuscire a immaginare un futuro, come figli
illegittimi di una nazione che rappresenta l’antitesi ideale e pratica di tutte
le battaglie politiche e sociali degli anni settanta, una nazione fiaccata dal
malcostume e culturalmente depressa. Nella loro illusione di eternità, hanno
vissuto come se non ci sarebbe mai stato un ricambio.
hanno semplicemente riscosso il premio per la pazienza avuta seguendo un dibattito ideologico che,come abbiamo avuto l’onore di sapere,non portava niente da nessuna parte(si può ipotizzare pure che la gran parte di quei rivoluzionari da passeggio pronti a cambiare maschera dormisse durante i collettivi,per tenersi in forma in vista di traguardi fottutamente più concreti.Sul punto la controcultura è riuscita a essere abbastanza pungente)
Caro Bertante, troppo comodo dare la colpa ai padri. Noi ex sessantottini ci siamo fatti un culo così per fare il ’68. Adesso tocca a voi: fatevi il 2007, o il 2008, se preferite, ma lasciateci godere in santa pace le nostre meritatissime baby-pensioni.
siamo ancora tutti sulla stessa barca.Nessuno ti regala niente.ciao bello.
siamo tutti sulla stessa barca e più della somma delle nostre azioni.Nessuno ti regala niente.Ciao bello.
Almeno ha ereditato dai sessantottini il disprezzo per i dati e la logica. Mi sembra un libro scritto con organi diversi dalla testa
Il libro di Bertante a me è piaciuto, mette in luce alcune contraddizioni del 68 (anzi, dei sessantottini) e l’incoerenza tra quanto si andava blaterando e i loro percorsi di vita.
Per diamonds: bel messaggio, complimenti: i sessantottini a godersi le baby pensioni, i loro figli precari a vita, a farsi un culo così per una pensione che non vedranno mai (precariato voluto peraltro, dalla vostra generazione, caro diamonds).
Haug
Ogni generazione deve fare la propria rivoluzione, ma quale rivoluzione parte senza una critica di ciò che c’è stato in precedenza? In Germania il ’68 metteva sotto giudizio la generazione che aveva rimosso il nazismo, in Italia e altrove si metteva sotto accusa la cultura dei padri (detta così è sicuramente riduttivo, me ne rendo conto, ma mi riferisco comunque alla percezione su vasta scala).
Ora, che si dica ai giovani di oggi “fate il vostro 2007 ma lasciate in pace noi” che senso ha? Una critica al presente che non tenga conto delle radici storiche nasce morta. E io, di classe ’85, quando sento parlare persone che hanno fatto il ’68 o gli anni Settanta ho l’impressione che si dividano in due gruppi, quelli che hanno rinnegato tutto e condannano tutto, e quelli che rivendicano la totale bontà di ciò che è stato fatto, o minimizzano gli aspetti negativi. Dice bene Diamonds che la controcultura ha saputo evidenzare sempre con efficacia gli aspetti negativi del movimentismo dal ’68 in poi, ma è anche vero che controcultura era e controcultura è rimasta, sempre minoritaria, e non mi pare che abbia esercitato un’influenza decisiva sulla coscienza collettiva, visto che poi in tv il massimo che si vede è La Meglio Gioventù di Giordana e il suo teorema del ’68 “buono” e del ’77 “cattivo”. Insomma, mi pare che manchi una visione critica di quegli anni da parte di chi li ha fatti, il che lo posso anche capire (la nostalgia, la distorsione temporale nei ricordi, e via dicendo), ma proprio per questo bisognerebbe dare scarso peso alle loro opinioni, e invece buona parte della letteratura su quegli anni, sia di celebrazione o sia di condanna, è fatta proprio dai reduci.
Personalmente, non ho problemi ad ammettere tutto quel di positivo che è venuto dagli anni Settanta, ma penso anche che sia stato un certo tipo di assemblearismo a far nascere i programmi di Maria De Filippi e la cultura della rissa, che da interpretazioni distorte di molte parole d’ordine di allora derivino problemi di oggi, che la velleità di liberazione dal lavoro ha portato al precariato, ovviamente per le generazioni successive, che la disponibilità a mettere l’ideale rivoluzionario di fronte alla vita e all’integrità fisica dell’avversario sia alla base di chi oggi per difendere la propria sicurezza privata non esita a bruciare i campi rom. Per me riconoscere questo non vuol dire che il ’68 e ciò che è seguito sia stato un errore tragico, ma che come ogni grande fenomeno culturale e sociale ha con sé elementi positivi e negativi, che non possono essere scissi
Ho 34 anni, i miei genitori sono del ’47 e hanno fatto il ’68 in prima persona (papà però non movimentista ma Lotta Comunista). Mi hanno insegnato a cavarmela da sola, ho studiato, mi sono laureata in ingegneria e ho l’ansia da precariato, così nonostante avessi trovato lavoro a tempo indeterminato nel privato ho fatto un concorso pubblico e l’ho vinto, senza raccomandazioni, con le mie sole forze. I miei non mi hanno comprato la macchina, non mi hanno comprato la casa, vivo sola da quando lavoro. Conosco molti miei coetanei che hanno vissuto e vivono situazioni simili, anche con storie famigliari differenti. La nostra generazione non è solo stare a casa fino a 40 anni, lavoro precario, mammismo, ecc. E’ anche quello, ma non solo (e comunque se uno stipendio da laureato è di 1200 euro al mese non è facile pagarsi un affitto). Più collaborazione tra generazioni e meno polemiche credo sarebbero di aiuto a tutti…
La realtà è che, da un lato, la rivoluzione deve essere permanente, dall’altro bisognerà pure che chi ha già dato passi il testimone. O si vuole sempre la pappa pronta?
la rivoluzione inizia dallo specchio del bagno al mattino , come dicevano gli “husker du” .gruppo chiaramente non del 68.Sarei curioso di sapere cosa ci vedono nello specchio al mattino svariati sessantottini.
Sarkosy ha attaccato il ’68 da destra, era ora che qualcuno lo facesse da sinistra!!! Non se ne può più di certi miti idilliaci…
il 68 “è stato un sogno fortissimo” in cui l’innocente carne da cannone si è resa colpevole di avere delegato le proprie aspirazioni a leader “di pronte guittezze”(e nemmeno sono riusciti a dipingere il secolo di nero,come si permise di sottolineare Presuming-End).”Cría cuervos y te sacaran los ojos”
p.s. è così sarebbe da imputare a noi nati nel 68(paraggi)lo smantellamento dello statuto dei lavoratori.Non lo sapevo
Sul ’68 ci sono molte critiche possibili, ma a Bertante direi che confonde il post hoc col propter hoc. Non è colpa dei 68ttini se l’espansione capitalistica della Golden Age è finita e adesso il proletario è superprecarizzato. Caso mai le colpe dei ’68ttini sono altre: aver scambiato il principio di piacere col principio di realtà (come insegnava il cattivo maestro Marcuse) e illuso le generazioni a venire.
Per Sessantottino doc: appunto, passassero il testimone. La si smettesse con le celebrazioni del ’68 e del ’77, basta con l’incensamento acritico, basta con la critica preventiva alle nuove generazioni “che non sono attive come noi”. Il che magari è anche vero, per carità, non lo metto in dubbio (se io dicessi che la mia generazione è brava, buona e attiva cadrei nello stesso errore che contesto ai sessantottini). Ma non si può “passare il testimone” e allo stesso tempo continuare a suonare il mito del ’68 e a proporlo alle generazioni successive come modello di azione e termine di paragone, secondo me è una contraddizione.
No, Valter, nessuno ha colpe, ma va almeno riconosciuta una corresponsabilità (nell’irresponsabilità) tra liberismi: hai letto Houellebecq? (Io sto leggendo il “Bonetti”.)
a proposito v’è un libro che mi piacerebbe tradurre per i lettori italiani
La génération lyrique
Essai sur la vie et l’oeuvre des premiers-nés du baby-boom
de François Ricard
Anghelos, chi incenserebbe chi? Dove? Quando? Come? Puoi circostanziare?
A parte qualche fortunato (Toni Negri che vende best seller, Cesare Battisti che, tra una fuga e l’altra, si è dato al giallo, qualche altro magari diventato direttore di giornale…), c’è chi l’h pagata molto dura (es.: Adriano Sofri).
Manca solo che Bertante incolpi le vecchie femministe di aver indirettamente provocato, con le loro sciocche gonne a fiori, l’esclusione delle autrici di oggi dalla sua bella Officina milanese…
Sessantottino: io credo che Bertante, invece, abbia parecchie ragioni. Ma ti rispondo solo sull’ultimo punto: perchè le cose stanno quasi così. E’ un malinteso senso del “femminile” come ripiegamento su se stesse, e una concezione della scrittura come claustrofobia, ad aver fatto sì che non ci siano moltissime scrittrici, oggi, in Italia, a saper vedere oltre le (proprie) quattro mura.
Penso ai libri di Mario Capanna, agli speciali sul ’77 che fioriscono come funghi, alla mitizzazione di Radio Alice, a Guccini che canta di “anni fatati di miti cantati e contestazioni”, allo stesso Sofri che fa il guru dalle pagine di Repubblica, ma anche a quei gruppi antagonisti di oggi che per contestare Cofferati a Bologna scrivono “Non Lama nessuno”, a dimostrare che chi porta avanti un discorso di critica al sistema è ancora prigioniero delle forme di movimento degli anni Settanta (che hanno fallito allora, e figuriamoci adesso)…
Ancora meno scrittori maschi, se per questo, a saper vedere oltre le mura del proprio ombelico.
C’è stato un movimento rivoluzionario.
Ma quante persone hanno partecipato alla rivoluzione, quanti hanno appreso ciò che voleva proporre.
E’ rimasto un movimento.
La rivoluzione: è sfociata nel terrore ed è morta da parte di mano armata
ma i nati negli anni sessanta, che il 68 non lo hanno fatto ché erano troppo piccoli, dove sono? cioè i 45enni che si dovrebbero frapporre fra i sessantottini e quelli come me nati negli anni 70 dove sono? Tutti bruciati dall’eroina? Loro non erano figli dei sessantottini ma non sono stati capaci di sostituirli – temo. Anche su questo si potrebbe riflettere. Non c’è solo un predominio dei padri sui figli, ma anche la sparizione dei cugini grandi.
I cugini più grandi sono con noi: invisibili come noi, anzi più.. A loro il precariato della vita è toccato molto tardi quando parte della loro vita era già costruita.
Io sono nato nel 1966. Avevo 20 anni nel cuore degli anni 80, mentre i miei “fratelli maggiori”, che avevano fatto “la rivoluzione” si stavano già spartendo la torta, dicendoci, nel frattempo, che eravamo edonisti e immaturi. Io 8che edonista non lo sono mai stato!) non ci ho mai creduto e continuo a non crederci. Come dice “lettore” siamo stati i primi che hanno visto la trasformazione in atto che ci ha “precariati” ad una età dove si doveva essere già “arrivati”. proprio per questo odio chi dà della “generazione x” (cioè incompiuta) a chi è nato dopo i ’70. So che è un orribile trucco per bambinizzarli. Non cascateci. Non caschiamoci.
p.s. Lippa non ti sposo solo perché mia moglie non gradirebbe 😉
A proposito: ho 41 anni, una moglie, due figlie, un affitto da pagare e continuo ad essere descritto come un “giovane scrittore”.
Mi sono rotto i coglioni!
E allora smetti di scrivere, così resti giovane e basta (che non guasta mai) ;D
Scherzi a parte, il problema del ricambio generazionale è in tutti i campi…
ho 44 anni;
da bambina/adolescente ho guardato ai 68ini più grandi di me con ammirazione, preparandomi a diventare donna nel mondo fatto da loro;
negli anni 80 mi sono ritrovata a 20 anni in un mondo di jeans firmati e di rampantismo e di socialisti che ballavano in discoteche glamour e di presunte donne realizzate che si davano al bisturi.
Così ho il posto fisso e la casa di proprietà e faccio la mamma, e poi all’improvviso ho i palpiti per le canzoni dei cantautori anni 70: secondo me noi 40enni soprattutto siamo schizofrenici! Abbiamo studiato da comunisti e vissuto da reaganiani: siamo il decennio dei radical chic.
Mai avuto jeans firmati, mai ballato con socialisti in discoteche glamour, mai avuto un posto fisso, mai avuto case di proprietà, mai avuto palpiti per Vecchioni o Lolli e non mi sono mai rifatto le tette.
Io invece di anni ne ho ventisette: negli anni novanta mi hanno insegnato che bisognava rispettare l’altro, che la globalizzazione era bella, che il papa era buono e che manifestare era lecito e divertente (happening, parola di merda) che gli handicappati erano diversamente abili, che l’ecologia era importante, che le guerre non c’erano e se c’erano erano per aiutare i profughi (clinton, altro bel figlio del 68) e adesso mi trovo con i sessantottini al governo – da tutte e due le sponde – che tagliano pensioni, che seppelliscono la sinistra, i sindacati e la solidarietà sociale, precarizzano il lavoro e vogliono pure che gli baci le chiappe perchè loro “quando avevano la mia età” il mondo lo hanno cambiato e se tu stai da mammà perchè guadagmni 800 euro al mese con 40 ore di lavoro (nonostante la laurea) allora sei pure un frignone e un ingrato, noi stavamo negli scantinati e ci andava bene così.
“Potevate scegliere fra la guerra e il disonore, avete scelto il disonore. Avrete la guerra.” (braindamage)
Loredana, scusa lo sfogo, ma credo siano molti i miei coetanei che la pensano così.
La questione sollevata da Bertante è cruciale. Non è il Sessantotto a essere messo sotto la lente di ingrandimento, con atteggiamento pamphlettistico che, fino a ora, nessuno in Italia si era permesso, a causa di censure implicite del silenzio e della costrizione all’inazione. A sedere al banco degli imputati è la deriva umana che, facendosi scudo della Rivoluzione, fallita in certe istanze e riuscita in altre, ha creato un blocco generazionale nell’impreditoria e nel terziario, misconoscendo l’ovvietà, fino a tale generazione del tutto naturale, della trasmissione di saperi e poteri, della legittimazione all’esperienza da parte di chi viene dopo. Il perno, evidenziato da Bertante, è che questa generazione non ha reagito alla torsione epocale vissuta in Italia a partire dagli Ottanta: anzi, l’ha cavalcata. La protrazione della categoria dei “giovani”, appiccicata addosso fino a 45 anni oggidì, è un comodo scudo per mettersi al riparo dalla colpa che la generazione sessantottina dovrebbe scontare, ma non sconta mercé un sistema alienativo allargatosi a falso ambiente democratico, ad alienazione condivisa in gioiosa inconsapevolezza. Si parla di crollo dei saperi, di crollo delle Università, di crollo dell’esperienza, di crolli estetici e politici: e di chi sarebbero le responsabilità? Né vale l’obiezione semplicistica: fatevelo voi un altro Sessantotto. poiché il frazionamento sociale, a cui la generazione in questione ha collaborato con l’entusiasmo dei kapò, è giunto ormai a un livello mutageno delle condizioni umane di partenza: dico delle condizioni comunitarie, a cui la mia generazione deve reagire mediante una riconnessione del tessuto culturale di un’intera nazione. L’opera opposta propalata dagli utili idioti che, dopo avere cantato della liberazione, sono andati a dirigere l’ondata di ritorno.
“hanno vissuto come se non ci sarebbe mai stato un ricambio.”
ahimè, neppure una formazione scolastica dignitosa gli abbiamo lasciato.
Poteva mai Bertante scrivere un nuovo “Formidabii quegli anni”? No, non gliel’avrebbe pubblicato nessuno: c’era già. Allora deve essersi detto: scriverò CONTRO quegli anni, così faccio colpo e gliela metto in quel posto. Ed ecco, infatti, “Contro il 68”. La ricetta di dare la colpa ai padri resta vecchia, ma qualcuno disposto a trovarla comunque originale lo si trova sempre. Per esempio qui sopra.
Il ’68 è stato molte cose. Tra l’altro la rottura del patto generazionale, la demonizzazione dell’adulto in quanto adulto, per arrivare all’irreperibilità dell’adulto di oggi. Forever young ( che non c’entra col romanzo di Biondillo), un sogno che si realizza sinistramente nel precariato cronico, come “l’immaginazione al potere” che si è realizzata nell’unico modo in cui poteva realizzarsi: la riduzione della vita a spettacolo e merce. I 68ttini hanno aperto il vaso di Pandora, ma non se ne pentiranno: sono i primi ad aver preso la parola in calzoni corti e non la mollano, neammeno se è solo per il cazzeggio: guardate Mughini.
Sarai fascinoso tu.
Sono d’accordo con Binaghi e con Genna, e comprendo Giuseppe di 27 anni, anche se io ne ho 33.
Ma allora, come mi sono già chiesto a casa mia, perché il libro in oggetto si intitola “Contro il ’68” e non, più correttamente, “Contro gli ex-sessantottini”? Una scelta redazionale ad effetto o una svista imperdonabile dell’autore medesimo?
Harz, dimostri tutta la tua oziosità nello sterile quesito posto. La risposta, ovviamente, è: se non è zuppa, è pan bagnato.
Ozioso io? Sto solo dicendo che, invece di prendersela con il ’68, ossia con una vicenda storica che ha procurato, pur nella sua contradditorietà complessiva, libertà e diritti di cui ci avvaliamo tutti, bisognerebbe puntare il dito contro ciò che alcuni di voi sono diventati in quanto classe dirigente. Come hanno fatto appunto, molto meglio di me, Genna o Binaghi.
ci furono tanti ’68: e non penso ai vari gruppi spesso in opposizione, ma alle persone all’interno di uno stesso gruppo. consideriamo ad es. il seguente campionario:
Sofri
Pietrostefani
Bompressi
Marino
Io non credo che le derive personali siano poi così significative, e ammetto che citare Mughini è come sparare sulla crocerossa. Allora provo a dire una cosa più seria, specialmente al sessantottino qui sopra. Ognuno di noi, ha vissuto nei suoi vent’anni momenti gloriosi che nessuno gli toglierà: io nel ’77, a Bologna per esempio, o al Parco Lambro. Ma non possiamo dare un giudizio su un momento storico a partire da questi momenti, sennò diventa la posta di Annabella. E nemmeno citare scene particolari, o individui all’interno di gruppi. Il particolare non dice l’essenza, e non fa regola. Forse è uun po’ più oggettivo, visto che siamo in un blog letterario, considerare le letture che tutti facevano allora, i libri e gli slogan che hanno dato forma ai movimenti. Provate a rilefggervi “Eros e civiltà” di Marcuse ADESSO.
Io l’ho fatto, e ci ho sentito una pesante approssimazione, un’ideologizzazione positiva del narcisismo che ora trovo insopportabile, una vera e propria apologia rivoluzionaria di ciò che è antropologicamente regressivo.
Calate le maschere del politico, si ritrova l’ex direttore di Lotta Continua che galleggia a destra o a sinistra oppure il reduce, quello che vive e si racconta di rimbalzo, che mi fa sempre pensare a una canzone di Bennato:
“…e ti trovi già vecchio e cadente raccontare a tutta la gente del tuo falso incidente.”
Sembrano due opposti ma pensateci bene, non è così.
E’ il “vogliamo tutto” che si è tradotto in cinica strategia del potere senza più bisogno di fedeltà ideologica, oppure in lutto e melanconia.
I Sessantottini avranno fatto di tutto per chiuderci in gabbia , ma di certo noi nn abbiamo fatto granchè x liberarci .
SE vogliamo scalzarli dalle loro poltrone , dobbiamo rinunciare a qualcosa , correre dei rischi , essere solidali fra d noi o perlomeno nn scannarci x ogni cazzata
Non so se può contribuire alla dotta discussione. Qualche tempo fa una mia alunna (classe 1991), essendomi capitato di citare il Sessantotto, candidamente mi ha chiesto: “Perché, cos’è successo nel Sessantotto?” Sarebba simpatico se qualcuno glielo spiegasse. O magari no, sarebbe inutile. A questo punto.
e dopo questa mi ritirerò in buon ordine, ‘che seguire troppe discussioni non fa bene alla mia salute.
Da qualche tempo mi sto chiedendo se dei problemi che ci poniamo non siano sbagliate le premesse. Ormai non sento parlare che di extracomunitari, sessantottini, sessantasettini, generazione quì, generazione là. Come se non esistessero differenze e si potesse davvero catalogare tutto dentro categorie semplicistiche. Ma la cosa peggiore, aldilà di quest’ansia da ‘catalogo’ e che tutte queste ripartizioni umane, territoriali, temporali vengono usate, di volta in volta, per dare sfogo a malesseri di vario tipo e grado.
Non saprei in che altro modo spiegarmi lettere e forum su persone di sinistra che orrilate dalla povertà di mezzi e di delinquenza degli extracomunitari (non dei mafiosi, non della camorra, non di certa classe dirigente-economica-politica criminale, non da certe lobby pedofile e ecclesisatiche ecc..) invocano quell’Ordine che sentono sfuggire dalle certezze economiche (di consumo) e di classe (fosse pure infima, basta sia italica) acquisite e giudicate inalienabili; non saprei, altresì come spiegarmi le periodiche partite della classe dell’anno-movimento caio contro la classe dell’anno-movimento sempronio.
Sono reduce da un 77 vissuto a 17 anni e da una scuola di serie B, ma ricca di insegnanti che potrei definire (seguendo le classificazioni dei Linneo sociali) come sessantottini. Furono loro (mai finiti su prime pagine di giornali o su poltrone privilegiate, si trattava di gente di provincia, profonda) a dare dignità ai nostri studi’professionali’ a insegnarci a leggere un giornale a chiederci una opinione sul mondo a spiegarci che potevamo averne una (non era così scontato e per certi insegnanti o preti era nota di demerito).
Se nella mia pochezza intellettuale non provo imbarazzo nel rapportarmi a voi e al mondo lo devo in parte a loro. I settanta furono anni in cui non era difficile vedere insieme ‘intellettuali’ studenti squattrinati e operai (a volte queste cose coincidevano), in cui anche gli operai prendevano parola o in cui qualcuno parlava per loro o per i dannati della terra.
Ci furono ipocrisie, spari, morti e tutto quello che volete per degenerazione e/o per alimentare una repressione che di quelle stagioni ha cercato di seppellire tutto.
Perchè quelle stagioni per un Paese che non ha nessuna presa della Bastiglia di cui andare fiero furono le sole che cercarono di azzannare alla caviglia il Potere, quello che oggi è felice di risolvere tutti i problemi della sua crescita sproporzionata e scandalosa dirottando il malessere sociale e la rabbia delle feroci classi medie, insidiate nel loro benessere piccolo piccolo, verso i più svariati capri espiatori.
Non equivocate, prego, non sto parlando di ‘lotte dure, violente’ (mai fatte e mai sopportate per la forte ansia di Potere che le permeava), sto semplicemente rilevando la mancanza/rinuncia a strumenti di analisi che permettono di guardare oltre un naso sempre più corto e sempre meno lucido.
Prima ho dimenticato di proposito un pezzo di storia come la Resistenza perchè rientra nelle stesse dinamiche periodiche e distorte, nelle dialettiche da partita di calcio contro squadre Nere perennemente vincenti (tanto da far temere che siano un tantino dopate).
Che sia ora di occuparsi di nuovo dei rapporti di Potere (indipendentemente dal fatto che a farne parte/gestirlo siano persone che hanno fatto il sessantotto o militato tra i ranghi di Freda)piuttosto che dei disagi condominiali?
Vi lascio con queste tristi considerazioni e senza eventuali repliche a altrui osservazioni. Mi scuso, in questo momento devo badare ai miei piccoli malanni.
besos
sorry, ne ho inviato solo una, non mi spiego la copia.
prego Loredana di cancellare
Un link per FLORIA:
http://www.tifonet.it/empoli/rangers/1968.html
Non mi sembra possibile incolpare di tutti i problemi elencati nel post “donne e uomini protagonisti della lunga stagione contestataria” dal ’68 alla metà dei ’70. Nonostante la triste realtà di molti comportamenti negativi descritti, i movimenti di contestazione del ’68, e anche del ’77 rappresentano (tra l’altro) i momenti in cui il dissenso è riuscito a contrastare concretamente la strategia capitalista, rallentando di molto quei meccanismi che oggi stanno istituzionalizzando un’ enorme quota di forza lavoro sempre più precaria e convinta di lasciarsi sfruttare. E anche scaricare le stesse colpe su un’ intera generazione, i sessantenni e non solo i sessantottini, mi sembrerebbe un po’ troppo semplicistico e giustificazionista.
Su una cosa però sono d’accordo, è molto difficile considerare giovani i trentenni convinti che “Per noi non c’è benessere, non c’è proiezione immaginifica e soprattutto non c’è conflitto”.
correzione tardiva:
da
Non saprei in che altro modo spiegarmi lettere e forum su persone di sinistra che orrilate
a
non saprei in che altro modo spiegare lettere e forum di persone di sinistra che orripilate….
Un libro che affrontava temi simili, ma sul fronte francese, è Les intellos précaires, di Anne e Marine Rambach (Éditions Fayard, 2001). Specie la conclusione è un duro attacco – da sinistra – alla generazione del ’68 e più in generale del baby boom. A seguire un assaggio, da una mia vecchia traduzione estemporanea. nazzareno (nato nel ’66, ma che si considera appieno “generazione x”).
[…] Oggi, nei settori culturali, la “generazione del baby boom” rappresenta una massa considerevole che occupa la maggioranza degli impieghi, in particolare la maggior parte dei posti di ruolo e degli incarichi dirigenziali. È una situazione logica: la generazione del dopoguerra è la più numerosa, i suoi effettivi sono arrivati sul mercato del lavoro in un periodo di piena occupazione, oggi hanno cinquant’anni, età alla quale uno ha avuto modo di percorrere tutte le tappe di una carriera. Questa presenza massiccia è evidente in particolar modo nell’università, dove negli anni Settanta le assunzioni sono state cospicue. […] Molti media e imprese culturali sono stati creati da baby boomer. Ecco il risultato: in queste strutture la “generazione del baby boom” occupa la vetta della piramide gerarchica e, fino a che non andrà in pensione, blocca ogni prospettiva di ascesa, o in ogni caso frena in modo considerevole l’impiego delle generazioni successive. Su un piano puramente fattuale si constata che gli interessi della generazione dei genitori e i nostri sono divergenti. È un po’ “o noi o loro”, e, per il momento, sono chiaramente loro!
È la generazione dei nostri genitori che spesso ci dà lavoro. Direttamente o indirettamente, di persona o tramite assistenti, segretarie di redazione ecc. Oppure sono loro che fanno le regole del gioco – che decidono, per esempio, chi sarà cooptato o meno per occupare un certo posto di assistente universitario. Ma sono anche loro che decidono la forma giuridica del nostro lavoro, sono loro che riempiono gli uffici di stagisti non retribuiti, sono loro che fissano il prezzo del lavoro, sono loro che hanno sviluppato il lavoro precario, moltiplicato i giornalisti freelance, sono loro che ordinano sei cartelle e poi ne pubblicano e pagano solo tre, in ogni caso sono loro che hanno deciso di pagare solo le cartelle pubblicate, sono loro che enunciano le nuove strategie, le nuove politiche dell’impiego nel loro settore, sono loro che ci spiegano che «non si può far altro» che ricorrere ai precari, che gli oneri salariali e le imposte sono esorbitanti, che il lavoro costa sempre di più. Comodamente adagiati nel loro ovattato accordo collettivo, ci spiegano la “Crisi”. Provano compassione vedendo la situazione dei loro figli, razionalizzano sulla scala di una generazione. Beneficiando – tanto meglio per loro! – di sistemi di protezione sociale solidissimi, ci dimostrano che la precarietà è necessaria alla buona salute dell’economia. Alleluia! […]
Non si vuole affermare che nulla sia cambiato. L’università del 2000 è senza dubbio molto diversa da com’era nel 1960. E questa trasformazione è da attribuire alla generazione del ’68. Il contenuto dei corsi, le prospettive intellettuali, i saperi e i metodi insegnati, l’ideologia collettiva dei professori universitari sono cambiati radicalmente. Quello che sembra fossilizzarsi, pietrificarsi, sono le pratiche di esercizio del potere, tutte le forme di paternalismo e di tutela, la rigidità gerarchica, ma anche la sua espressione quotidiana. Allo stesso modo, il mondo della ricerca si è trasformato sul piano ideologico, integrando nuove sensibilità politiche e analitiche: femminismo, strutturalismo, psicanalisi ecc., ideologie e saperi che sono diventati popolari negli anni Settanta. L’università e la ricerca hanno virato a sinistra, certo, ma al prezzo di una dissociazione tra pratiche intellettuali e istituzionali. Progressista nella produzione, conservatrice nei comportamenti: questo è il doppio volto dell’intellighenzia universitaria. […] Niente è meglio conosciuto, eppure niente suscita un così scarso dibattito pubblico. Come se la cappa di piombo che la generazione del ’68 aveva sollevato, essa stessa l’abbia fatta ricadere con fragore sulle generazioni successive. […]
Scalzarli dalle loro poltrone!!! A parte che se solo di questo si trattasse mi verrebbe da dire, beh, prendetevele. Poltrone, ma tu vedi!!! ditelo agli impiegati delle poste che hanno fatto il sessantotto, agli insegnanti delle scuole medie che hanno fatto il sessantotto, agli operai che hanno fatto il sessantotto, poi però scappate a gambe levate, che non sono ancora abbastanza decrepiti da non potervi correre dietro.
Tra l’altro, non le hanno mica fatte loro le leggi sulle baby pensioni, ma la DC, e non da sola, e molto prima, per pescare voti nel bacino larghissimo del pubblico impiego, e quindi parlate della generazione dei vostri nonni.
La vera debolezza di questo discorso sui sessantottini è che non parla di classe, di sviluppo, di mondo, parla solo di un gruppetto di gente visibile che è lì dove non poteva non essere, essendo per alcuni versi classe dirigente in partenza, per provenienza sociale, e che statisticamente è un gruppetto minuscolo.
Che alcuni abbiano visibilità (è contro quelli che Bertante sembra prendersela soprattutto) è dato anche dal modo esponenziale con cui è cresciuto il mondo della comunicazione, è chiaro che il 68 per quello è stata un’ottima scuola.
Ma un banchiere di sessant’anni ho i miei dubbi che abbia fatto il sessantotto,anche avendo l’età, e quella poltrona è magari più appetibile di quelle di cui a mio avviso si parla qui.
Se invece volete fare un discorso serio sul perché il lavoro allora c’era, e fisso, e adesso è parcellizzato, precario eccetera, beh, se fossero bastati i sessantottini a renderlo tale, o le femministe a costringere le scrittrici a guardarsi l’ombelico, basterebbe tagliar loro la testa e vivreste in un mondo bellissimo.
Scusate, ero io, qui sopra.