IL RITORNO DEL MONNEZZONE

Volevo, lo giuro, parlare di qualche libro che mi è piaciuto particolarmente. Però la discussione che si è sviluppata su horror e informazione in rete sta prendendo una piega molto interessante: se ne parla su Malpertuis e da Andrea G.Colombo.
Aggiungo solo una piccola cosa: giustamente il titolare di  Scheletri rivendica nei commenti a Malpertuis  il carattere amatoriale del suo sito, peraltro gestito con molta passione da una sola persona, mentre le recensioni vengono direttamente dagli utenti. Certo, questo è un caso diversissimo rispetto alle tre e-zine corazzata di cui ho parlato in precedenza: però, la mia provocazione intende  battere anche su questo tasto.
Ovvero, l’importanza di un’assunzione di responsabilità PROPRIO da parte degli amatori. Chiunque scriva su un blog scrive gratis: ma se è il compenso a fare la professionalità, la rete rischia grosso. Almeno secondo me, è importante essere sempre pienamente consapevoli di cosa e di come si scrive.
Anche quando si parla di horror e di fantasy.
Direi, persino, soprattutto.  Dal momento che ieri ho visto rispuntare il fantasma del Monnezzone.
Il Monnezzone ha una lunga storia. Si manifestò nel 2006, quando Silvia Ballestra, intervistata da Simonetta Fiori per l’uscita del suo romanzo, ne parlò in questi termini:
Il “monnezzone” è il thriller standardizzato, diffuso a livello planetario. Libri plastificati sul genere Sonzogno ma anche Mondadori ci dà sotto. Un esempio tipico è Jeffrey Deaver, l’ inventore del criminalista paraplegico coinvolto in storie efferate. Titoli del tipo: Lo scheletro che balla o Il collezionista d’ ossa… O anche i gialli di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi. è un genere che tira molto. E io confesso che, quando sto male, me lo divoro.
Seguì un articolo di Andrea Cortellessa su Tuttolibri, la cui parte finale recitava così:
Purtroppo per l’eventuale buonafede di chi spaccia a palate i suoi spaghetti gothic, a contenere in sé un reagente conoscitivo dal valore anche sociale resta proprio la noiosissima letteratura «vera». Quella, cioè, che funziona attraverso la differenza, e non la ripetizione. Quella che, se inventa sempre nuove forme, è perché non s’appaga soporifera di quelle ereditate (le forme artistiche, trascendentale allegoria di quelle dell’esistenza associata). Quella che non equivale certo, sic et simpliciter, alla «comunicazione»: e proprio per questo ha il coraggio di pagare (anche fuor di metafora) la propria mancata «sintonia con le domande della società». È questa la letteratura che prevede, fra i propri scopi ideali, la liberazione del pensiero di chi legge. E non è un caso che sia questa, oggi, a rischiare d’essere travolta dal «futuro» editoriale e mediatico dei monnezzoni «Classe 1984». Se ciò dovesse accadere, stia sicuro l’Inquisitore, non mancheremo, armi e bagagli, d’andarcene sopramonte. Non la sottovaluti, Eymerich, la resistenza: altri hanno fatto lo stesso errore.
Dopo un lungo silenzio, il Monnezzone è riapparso in pompa magna in un articolo di Elena Stancanelli, peraltro molto bello e interessante per quanto riguarda il rapporto fra case editrici e autori. Solo che, verso la fine, cigolano le porte, stridon le catene. Ed ecco cosa accade:
Comprare libri è difficile. Per chi non tiene il naso ficcato ogni giorno nelle pagine culturali dei giornali serve un tom tom, qualcuno che ti indichi la strada quando, entrando nelle librerie, vieni ormai travolto dalla potenza visiva e anche fisica delle pile di “monnezzoni” dalle copertine dorate, che vomitano draghi, complotti, maghetti.
E tre.
Tre fra autori e critici che definiscono spazzatura o, nella migliore delle ipotesi, scrittura da volgare  intrattenimento, tutta la narrativa fantastica. Sì, tutta. Perchè non mi interessa se qualcuno, ora, salterà su dicendo che in realtà adora Philip Dick e ha costruito un altarino segreto a Lovecraft.  Occorre essere chiari: che ci siano libri di basso profilo nella narrativa fantastica è evidente. Che tutto ciò che parla di draghi e magia sia immondizia  è un falso.
Se, dunque, il Monnezzone viene ancora considerato come serie B rispetto alle nobili stanze della letteratura  (ma che noia dover ripetere queste cose a distanza di quasi quattro anni. Davvero, che noia, che desolazione), ebbene, ecco che l’assunzione di responsabilità di chi informa, sulla rete, su  quei libri, diventa fondamentale.
Tutto qui.
Ps. Gl D’Andrea parla nel suo blog dello stesso articolo.

334 pensieri su “IL RITORNO DEL MONNEZZONE

  1. Eleas, però stiamo ripetendo concetti già esposti in precedenza in modo più articolato: così si rischia di dar ragione a chi sostiene che il web è il regno del narcisismo 🙂
    Battute a parte.
    Andrea, non essere ingeneroso: non è vero che in duecento commenti siano stati citati, fortunatamente, solo gli autori delle pile. E quando è avvenuto è stato fatto per dire che c’è altro, ringraziando il cielo.
    Quanto a “se un libro sta in pila non lo leggo”, dissento. Naturalmente.

  2. ma perché devo leggere anch’io quello che lei ritiene essere “ottima letteratura” (e che tale è già considerata da milioni di persone) e non, invece, dedicare tutte le mie energie a far sì che un milionesimo di quelle persone legga invece un altro libro? Vi dà tanto fastidio l’etichetta di “monnezzone”? Non vi rendete conto che centinaia di altri libri, uno diverso dall’altro, non entra nemmeno nell’orizzonte visivo della maggior parte di voi? E’ meglio questo o essere qualificati di “monnezzoni”? Lede più questo o la qualifica di “monnezzone”, la sopravvivenza di un libro?

  3. @cortellessa:
    “Non vi rendete conto che centinaia di altri libri, uno diverso dall’altro, non entra nemmeno nell’orizzonte visivo della maggior parte di voi?”
    e qui mi spiace ma mi girano. Mi girano come lettore. La vuole smettere di insultare indirettamente l’intelligenza di chi legge fantastico? Pensa seriamente che noi si legga solo UN genere? Pensa che sia un approccio serio? Perché poi qui andiamo a parare no? Lei è il paladino della vera letteratura colui che gode di vasti orizzonti, noi i gretti che leggono un solo genere e che non possono comprendere la bellezza insita in Shakespeare (o magari pure quello essendo impilato non va bene?), in Sciascia o in Dante.
    Qui il problema alla fine non sono i monnezzoni ma la considerazione che la critica ha del pubblico che legge i suddetti, considerazione pari o inferiore a zero da quel che deduco dalle sue parole.

  4. Eleas, aveva promesso di leggersi i commenti precedenti.
    Anche perchè, davvero, la discussione si sta avvitando. Andrea, purtroppo occorre ripetere il già detto: non è vero, semplicemente, che libri non visibili non entrino nell’orizzonte visivo di chi legge genere. Non puoi dirlo perchè non puoi verificarlo. Tutto qui.

  5. Contesto che non si possa verificare. Ho argomentato, e ribadisco, che determinati libri dei quali mi sento di affermare la qualità, non sono apparsi recensiti sui principali giornali, non sono stati promossi dai media, non hanno avuto accesso alle librerie. Ergo: non sono conosciuti dai lettori. Non: dai lettori di genere. Dai lettori in generale. La vogliamo piantare col dire che io insulterei i lettori? I lettori sono solo le vittime, di questo sistema. E poiché io sono un lettore, prima che un critico, pretenderei di essere informato (anche sul meglio di quanto produce il “genere”, sì; ma “il meglio”, non ciò-che-consumano-milioni-di-persone-e-dunque-ci-deve-comunque-interessare-a-priori). Capisco l’obiezione: on voglio che mi si dia del monnezzòvoro, se non è vero. Ma vorrei anche che, del pari, si pretendesse di venire informati correttamente su tutto il resto. Se si dà del monnezzone a qualcosa, comunque quel qualcosa “esiste”, nel circuito della comunicazione. Mentre intere galassie letterarie non vi hanno alcun accesso. Perché una vera e corretta informazione libraria attenta alla qualità, e solo alla qualità, non c’è più, o si prepara a non esserci più, nei media italiani. E la conseguenza è che gli spazi in libreria, per la letteratura di qualità sulla quale i media non informano, si riducono sempre più. Questi sono fatti, e fatti gravi, non suscettibilità.

  6. Scusa Loredana, per quanto mi riguarda TUTTA questa polemica (e la mia passione in essa) è su come e quanto spazio hanno certi libri, nella comunicazione, e come e quanto spazio ne hanno altri. Ho detto sin dal principio che né Stancanelli né il sottoscritto hanno eccepito sulla qualità di libri di genere che, presi singolarmente, non hanno letto (la discussione sulla possibilità o meno del genere di veicolare valore letterario l’abbiamo già fatta e se necessario la rifaremo, ma non è questa discussione), bensì sul fatto che tanta passione e tanto amore per la letteratura espresso dai piccoli editori, e riversato nella proposta di testi non appartenenti al “genere”, fatalmente è destinato a naufragare nei marosi di librerie sempre più occupate da altri editori, con altri generi di libri (= di prodotti librari, col loro appeal, il loro merchandising, il loro battage). Si vorrebbe che anche questi altri libri avessero diritto a vivere, tutto qui. Tu (insieme alla grande maggioranza dei commentatori, qui) pensi che questo diritto all’esistenza non sia sostanzialmente minacciato. Io penso che sia già compromesso. Queste sono le posizioni. Se dobbiamo stare altri trecento post a discettare dell’uso più o meno appropriato, più o meno generico, più o meno affettivamente ambiguo, del termine “monnezzone”, davvero ci avvitiamo.

  7. Ci tengo a fare una precisazione, un’idea tutta mia ripresa da Asimov, che mi spiace non vi piaccia, Andrea Cortellessa, perchè insegna molto.
    Il fantasy e la fantascienza non sono “generi”: sono ambientazioni. Un libro è di ambientazione fantastica se si ha una sorta di mondo alternativo; è fantascientifico se è proiettato verso un futuro più o meno realizzabile. Ma, al suo interno, il libro può essere un giallo, può avere una struttura epica, come il fantasy di Tolkien credo posso affermare. Può essere un romanzo incentrato sull’amore, come la saga di Twilight della Meyer. Credo che il fantasy, da questo punto di vista, non costituisca una gabbia, ma una tavolozza da pittore, da cui i più bravi possono attingere con grande maestria, i più modesti fossilizzarsi su un solo colore, convinto che sia invece banalmente una gabbia qualunque.
    Ma, ripeto, questo è solo il mio parere.
    Invece, per quanto riguarda il prendere i libri dalla solita pila… voi neanche potete immaginare quanto sia difficile, per un lettore che ami il fantasy, trovare i libri che gli piacciono. Vanno ordinati, aspettare mesi che arrivino, girare le librerie più grandi e andare a caccia letteralmente armato di tanto tempo e tanta pazienza.
    Jacqueline Carey, ora non so in quanti la conoscano. I suoi libri sono un qualcosa di splendido, scritti bene e con contenuti elevatissimi.
    Anne Rice, principalmente scrittrice di vampiri: non rientra nella letteratura di diffusione, anzi. Chi sente vampiri, ora, pensa alla Meyer, quando non sa che lei è solo una banale scrittrice in tal ambito.
    Possono esser definiti libri spazzatura libri scritti in maniera “furba”, ossia, vista la persona media e potenzialmente il lettore medio, ci si basa sui suoi desideri, i suoi orizzonti, e si scrive per soddisfarlo. così, a mio parere, hanno fatto Moccia e la Meyer. COn tutto che quando la Meyer ha scritto Twilight, e nessuno la conosceva, io l’ho scovata e ho letto una, due, tre volte quel libro. Poi, con l’uscita del terzo libro della saga, è divenuta famosa. però, per quanto sia un bel libro, non è un capolavoro. “Il canto della vita” di O. S. Card. quello è un capolavoro. e vi invito, di cuore, a leggerlo, poichè dimostra quanto la fantascienza e il fantasy non rappresentino delle catene e dei demoni diseducativi, ma siano invece la fiamma che fa volare alte le mongolfiere. Se si è bravi, se si è talentuosi, si può arrivar lontani. Se si è modesti, è un altro discorso.
    E se noi vediamo solo cadere a terra i modesti, non possiamo fare di tutta l’erba un fascio, dire che tutto il genere è da condannare.
    Tornando invece alla questione a sfondo politico: d’annunzio è riconosciuto come un grande artista, e lui non era propriamente un uomo di casa e chiesa, tranquillo e pacato. Pascoli, pascoli è stato usato ampliamente per la propaganda fascista. eppure, la colpa non è sua. ma di chi ha fatto uno scorretto uso.
    Il superuomo di Nietzsche, e da qui tutto il razzismo antisemita. Ma lui non era mica antisemita.

  8. @Nancy
    Mette assieme molte cose. Se mi dice che il “meglio”, nella letteratura di genere non sta nelle pile, mi conferma un’idea di base che Loredana non condivide, ma nella quale mi sono formato e nella quale credo. Se mi dice che la letteratura di genere non limita la… fantasia o l’abilità letteraria degli autori, ripeto, è una discussione già svolta e che probabilmente si dovrà tornare a fare. Io sono di parere contrario al suo. Se mi dice che la trasvalutazione politica di certi autori e certi testi è del tutto indipendendente dai contenuti e dalla struttura di quei testi, pure mi sento di contestarla (ed è appunto quanto ho fatto col saggetto su Tolkien). Il che non toglie che Pascoli, Nietzsche e Wagner siano tutti grandi autori. (Del resto, mi spiace per il NO, NO gridato qualche commento fa, sono grandi autori pure d’Annunzio, Pound e Céline. Ahinoi.)

  9. io li sto studiando a scuola, dico che son grandi autori non perchè li apprezzi io personalmente, e di D’annunzio so solo qualcosa a sfondo storico, ma a sfondo letterario so a grandissime linee quel che ha scritto.
    Dal punto di vista personale so già che preferirò d’annunzio a pascoli, ma qui entra in gioco la soggettività, e come ha scritto qualcuno in precedenza, anche i beatles non piacevano a tutti.
    i contenuti non sono indipendenti dalle interpretazioni future, più di tanto non si possono manipolare i contenuti, ma spero condivida il fatto che Nietzche è stato maleinterpretato, così come Darwin, il quale relegava l’evoluzione e tutto il suo processo ad un ambito prettamente fisico e non sociale.
    il meglio della letteratura di genere è indipendente dallo stare nelle pile o meno, io sono di questo parere. Poichè bisogna tener conto anche le persone a cui sono destinati i libri contenuti nelle pile. ci sono testi che seppur giacendo nelle pile sono di alto contenuto, altri vi stanno perchè sono commerciali.
    ho portato quegli esempi solo per mostrare altre facce che compongono questo splendido poliedro.

  10. Andrea: mi distraggo un attimo ed ecco che i “fanatic” (questa volta il termine è giusto) arriva a mandare a briscole il discorso. Ma i “fanatic” hanno passione e la passione va sempre premiata.
    Ora.
    Siamo d’accordo che i Titani non li possiamo digerire. Siamo anche d’accordo che esistono dei limiti strutturali (cambia il nostro punto di vista su di essi, ma non conta), siamo anche d’accordo che ci sono autori & libri che vengono ignorati (e spernacchiati, ehm) a priori. Siamo anche d’accordo sul fatto che esistono libri – scusa la semplificazione – di serie A e di serie Z. Martin non regge al confronto con Musil. Musil non regge il confronto con Goethe e via così. Siamo – persino – d’accordo, sul fatto che alcuni di questi libri possano essere considerati ANCHE di genere (Ballard, ricordi?).
    Perfetto.
    E torniamo allora a un vecchio libercolo che anche tu conosci (ah! le mie letture adolescenziali! vedi che è andata meglio a te? almeno leggevi Delany): “Che fare?”.
    Continuare a farci la guerra fra “poveri”?
    Oppure cercare di capire come cambiare le carte in tavola?
    E guarda che non sono un utopista, sono nato e vivo “sulla strada”, detto da razionalista a razionalista. Una (modesta) proposta io ce l’ho: possiamo trovare un luogo, anche virtuale, in cui a turno, ci si arricchisca proponendoci a vicenda (senza i famosi “sì, ma”) testi, libri e autori, che pensiamo possano essere utili/interessanti per l’altro? In perfetta orizzontalità. E con il rispetto che viene da chi ha voglia di dire e chi ha voglia di ascoltare. Poi ci possiamo anche scannare, ma almeno su cose concrete, senza trasformarci l’un l’altro in nell’Altro Negativo che non siamo.

  11. Cortellessa mi ha chiesto di argomentare su Tolkien, dunque ecco qui.
    Prima però un ‘informazione di servizio: la lezione di Wu Ming 1 su “300” è disponibile da molto tempo sul nostro sito in file audio, quindi l’eventuale interessato può ascoltare con le sue orecchie, se vuole. Miller è un neo-epico che da posizioni anarcoidi si è spostato sempre più a destra (come spesso capita agli anarchici americani) fino a produrre una graphic novel che si presenta come manifesto estetico-ideologico della resistenza occidentale contro l’invasione del perfido Oriente. Snyder ne ha tratto un film se possibile ancora più smaccatamente allegorico e bushiano, ma presentandolo come un prodotto postmoderno, per pararsi il culo e riservarsi poi di fare film tratti dalle graphic novel di Alan Moore (che è un anarchico europeo e da Miller si differenzia un bel po’, a mio avviso). Miller crede nell’epica e ne fa un uso evidente e dichiarato, Snyder è un paraculo che crede più che altro nel dollaro. Il riferimento a “300” non è balzano e offre lo spunto per rispondere alla sollecitazione, perché proprio quel film è stato adottato come cavallo di battaglia dalla destra: la stessa sorte che toccò a Tolkien.
    Parto da una precisazione: io non ho mai scritto che le forme di letteratura d’intrattenimentro popolare d’oggidì non hanno nulla a che fare con Tolkien. Penso infatti esattamente il contrario. Alcuni grandi autori “di genere” come King e la Le Guin (tra l’altro non proprio autori di destra, ma questo non sembra suggerire niente, a quanto pare…) hanno dichiarato apertamente il proprio debito verso di lui e credo che questo sia ben riscontrabile nella loro produzione narrativa. Produzione che però, non a caso, non ricalca le orme di Tolkien, ma batte altri modelli e forza la gabbia del genere invece di indorarla. Gli autori che al contrario hanno voluto riprodurre più o meno pedissequamente il modello epico tolkieniano hanno fallito e hanno spesso prodotto grandi “monnezzoni” o al massimo emulazioni fallite del Signore degli Anelli (Terry Brooke valga su tutti). L’eredità di Tolkien è vivissima, ma per riconoscerla bisogna abbandonare le gabbie e andarla a cercare trasversalmente anche là dove non ci si aspetterebbe di trovarla, nonché essere poi disposti ad ammetterla.
    Detto questo Cortellessa continua a ribaltare i termini del problema. Fatto salvo che rispetto alle decine di milioni di lettori di Tolkien in tutto il mondo (moltissimi dei quali, è il caso di ricordarlo, non occidentali) i fascisti italiani sono un’esiguissima minoranza, la prima cosa che uno dovrebbe chiedersi non è perché un autore come Tolkien viene recepito dalla destra estrema, bensì perché riesce a parlare a gente, come ad esempio il sottoscritto o Emanuele Trevi, o Ursula K. Le Guinn, che con la destra estrema non ha nulla a che spartire, o addirittura a gente che vive in Sudamerica e in Giappone. Detto questo rispondo nel merito.
    Negli anni Settanta, l’estrema destra italiana, ancora settaria e marginale, scoprì in Tolkien un autore escluso dalla critica di formazione gramsciana, ignorato dall’accademia, apprezzato da milioni di lettori, quindi veicolo di intrattenimento e ammirazione popolare versus i “finocchi con la erre moscia” che scrivevano sui giornali. Il romanzo celeberrimo di Tolkien si ambientava in un passato medievaleggiante e raccontava la resistenza degli eroici Popoli Liberi d’occidente contro l’invasione di perfide forze sud-orientali.
    Su queste rozze premesse si sviluppò una lettura dell’opera di Tolkien fondata essenzialmente su due pilastri:
    – La componente “tradizionalista”, secondo la quale nella narrativa tolkieniana si riscontrerebbe una sorta di peana/canto-del-cigno dell’eroismo e della purezza occidentali. Tolkien condividerebbe una poetica reazionaria, rivolta ai valori di un ideale Medioevo ibrido, collocabili nel punto di congiunzione tra paganesimo nordico e cristianesimo crociato.
    – La componente “mistico-dualista”, che legge in Tolkien una distinzione netta tra Bene assoluto e Male assoluto, e un percorso di purificazione progressiva per pochi ma buoni attraverso le avversità della storia.
    Ebbene, che piaccia o no, queste visioni non trovano fondamento nell’opera di Tolkien. Per sbugiardare la mistificazione sarebbe bastato e basterebbe che qualcuno lo dicesse, dando battaglia sul terreno letterario e della critica. Se a suo tempo Tolkien fosse stato trattato con la serietà che meritava, oggi le conventicole di fascistelli che ancora si ispirano ai suoi scritti non rappresenterebbero nemmeno un caso di dibattito.
    Sarebbe infatti bastato leggere bene Tolkien per accorgersi che:
    – L’eroismo nordico è senz’altro presente nella sua narrativa, ma non viene esaltato o rimpianto, bensì – almeno a partire dagli anni Trenta (chissà perché?!) – messo in crisi e SUPERATO da un eroismo di ispirazione cristiana. Non sono i grandi e grossi guerrieri nord-occidentali a salvare il mondo, ma dei piccoli omuncoli indifesi, ancorché appunto coraggiosi, che rappresentano quanto di più “borghese” e non medievale vi sia nel mondo ideato da Tolkien.
    – In Tolkien non c’è dualismo se non apparente, dato che al Male non viene riconosciuta sostanza, e tutti i protagonisti della saga della Terra di Mezzo (non solo dei romanzi, intendo) sono personaggi combattuti, lacerati, spesso ambigui, e certo non necessariamente “purificati” (tutt’al più, alle volte, “salvati” per grazia ricevuta o ripresi per i capelli dalla Provvidenza).
    – L’antimodernismo di Tolkien, condivisibile o meno che sia, non consiste in un rifiuto della storia o in un rimpianto per ciò che non è più, bensì nell’avversione radicale per gli aspetti alienanti della modernità. Questo si evince chiaramente dalla sua narrativa, tanto è vero che in area anglosassone Tolkien fin dagli anni Sessanta è un autore bandiera dei movimenti ecologisti. Chissà perché però a questo si dà meno peso, e ci si accanisce a imbastire studi ed elucubrazioni sulla sua sussunzione da parte di quattro furbetti fascisti, che probabilmente Tolkien stesso avrebbe definito, alla stregua dei suoi Elfi, “imbalsamatori”.
    Riguardo infine al tema dell’assedio all’Occidente, che dire? L’estremo occidente europeo (ancorché mitico) che Tolkien sceglie per ambientare le sue storie ha sempre subito invasioni da oriente, l’ultima – mentre Il Signore degli Anelli veniva scritto – da parte di Hitler e del suo alleato italiano. Se una facile allegoria si dovesse trovare per l’alleanza di Popoli Liberi che resiste contro l’Ombra proveniente da est, beh, sarebbe proprio quella della lotta anti-nazista. Tolkien non sarebbe mai stato d’accordo con una lettura così didascalica del suo romanzo, ovviamente, ma certo proprio questa sarebbe stata già sufficiente a ridimensionare i neofascisti dei Campi Hobbit. Ancora più efficace sarebbe stato leggere qualcos’altro oltre il Signore degli Anelli, e far notare che nelle ere precedenti a quella in cui si svolge il romanzo, il Grande Nemico, il villain, risiedeva A NORD del planisfero tolkieniano e da lì conduceva i suoi attacchi. Del resto c’è una lettera in cui Tolkien utilizza esattamente questa argomentazione.
    Per concludere, ripeto che in un sistema di diritto anglosassone e di logica razionale non è l’innocenza di Tolkien che va dimostrata, ma la colpevolezza dei mistificatori e la pigrizia dei critici. Ecco, come segnalavo, c’è qualcuno che da un po’ di tempo ha iniziato a farlo, cioè ha iniziato a colmare il gap che separa l’Italia dal resto del mondo. E ben venga che ci si sprovincializzi un po’.
    Concludo con un post scriptum banale a proposito di un’altra invasione, quella degli scaffali da parte di un’autrice visibilmente ispirata da Tolkien, J.K. Rowling. Se grazie al maghetto di Hogwarts milioni di ragazzini di tutto il mondo scoprono il piacere della lettura, oltre a quello di giocare alla playstation, forse un domani potranno accostarsi anche ad altri libri di altri generi e complessità. Credo che dovremmo esserne felici, invece di vedere questo come il problema.

  12. Qualche spunto di riflessione ed idee sparse…
    proposta: regaliamo un libro di Mièville all’autore dell’articolo.
    voglio vedere se ha il coraggio di definire “romanzo d’intrattenimento” un ciclo di libri che è considerato il nuovo manifesto comunista in Inghilterra.
    eppure è fantasy !
    per me il fantasy è lo specchio deformante della realtà, un modo più creativo di fare denuncia sociale.
    vuoi parlare dei campi di concentramento ? fallo, ma chi lo comprerà il libro se non qualcuno che già conosce l’argomento.
    ma prendi Hitler e fallo diventare un elfo, prendi le vittime della sua follia e falle diventare drow: è qualcosa di più creativo (non dico originale perché ho messo i tropi del fantasy, ma è un esempio) e sicuramente più leggero; ciò permetterà al messaggio di arrivare a più persone in maniera più delicata.
    il fantasy è educativo !
    nel fantasy si parla della realtà, solo in maniera più creativa e stimolante per la fantasia.
    se voglia trattare un qualunque tema di denuncia sociale, o filosofia o quant’altro, i miei libri li compreranno solo persone che già conoscono tutto questo; ma se voglio far conoscere determinati temi ad altre persone devo renderli più appetibili.
    e non dimentichiamoci che il fantasy discende da Omero, che George R.R. Martin è la sua controparte moderna.
    poi, i contenuti filosofici di molti libri fantasy sono incredibili.
    la fantasia fa parte dell’animo umano: perché sopprimerla ?
    poi, ci sono scrittori dall’enorme talento che scrivono fantasy.
    esempi:
    Ursula K. Le Guin, China Mièville, George R.R. Martin, Robin Hoob, Robert Jordan, Terry Goodkind, Michael Scott Rohan.
    Il problema è il fantasy commerciale, quello scritto (male) solo per vendere:
    Mayer, Strazzula, anche la Rowling.
    Invece di leggere questa spazzatura, perché Contessa non legge i bei fantasy ? vediamo se ha ancora il coraggio di sparare certe cavolate.
    Scusate la scrittura, ma sono di fretta (la tastiera non funziona bene).
    ps: trovo sciocco affibiare un’etichetta politica ad un genere letterario, ma la maggiorparte dei lettori di fantasy sono di sinistra, se non comunisti, mentre gli scrittori sono quasi tutti di sinistra.

  13. @Wu Ming 4: complimenti per l’argomentazione, e grazie per i contenuti espressi.
    GL, posso chiederti una cosa? ho letto la tua proposta, che mi sembra tra le altre cose molto buona e ponderata, e spero che Andrea la accetti. se ciò avverrà, la chiamiamola così “lista dei libri consigliati” verrà resa pubblica, ossia svolgerete questo scambio su di un blog? Poichè credo sia costruttiva anche per gli altri, o per dei semplici lettori che vogliono ampliare i propri orizzonti seguendo dei consigli.

  14. Nancy: guarda, sono aperto a ogni cosa. Sul serio. Sono io il primo (nel mio piccolo orticello) a consigliare, ogni tanto, libri che di “fantastico” hanno “solo” lo sguardo. L’apertura mentale è sempre _sempre_ fondamentale. Porta a consapevolezza. Perchè ci sono due tipi di libri, adesso come adesso. I libri consapevoli e i libri collaborazionisti. Ma è un altro discorso e non mi va di far deragliare la conversazione. Però: a nome mio e penso di WM4, Lara, Francesco e della padrona di casa: GRAZIE! (di cosa? perchè sei l’esempio che la parola “fan” è bella).

  15. Quanto sono d’accordo con Wu Ming 4!
    E’ vero, verissimo: l’influenza di Tolkien si è estesa anche ad autori che “forzano la gabbia del genere invece di indorarla”.
    Il problema sono tutti gli autori che invece seguono quella scia e rilanciano un’idea passiva e priva di originalità del fantastico.
    La Rowling ha cambiato le carte in tavola, rispetto a Tolkien (secondo me, i due “piani” di realtà hanno un debito ulteriore con la saga della Torre Nera di King, che a sua volta è in esplicito debito con Tolkien) e ha, a sua volta, aperto un nuovo filone.
    Il fatto è che si rischia di scambiare i filoni con gli originali, o comunque con chi cerca di trovare strade diverse. Che ci sono.

  16. Grazie a Wu Ming 4, sia detto senza ironia, per la sua ricostruzione, succinta ma non banale, di quanto Tolkien metta effettivamente in campo – apprezzo in particolare che da questa descrizione, che infatti non tocca la complessità strutturale o l’originalità linguistica del testo, non discenda in alcun modo un giudizio di valore – e di quanto invece gli è stato fatto dire dalla destra italiana. Resta il fatto che questa fruizione storicamente c’è stata, e che a mio modo di vedere (ampiamente illustrato) questo non sia un caso. Circa la leggibilità allegorica del suo testo, le oscillazioni di Tolkien le ho mostrate io e mi pare le ammetta anche Wu Ming 4: il quale fra l’altro di leggibilità gliene attribuisce – legittimamente, data la gran confusione del testo di cui parliamo, che ne consente davvero a iosa – ancora un’altra (la difesa dell’Occidente cristiano nei confronti dell’Oriente pagano cioè nazista; ma ancora più legittimo, allora, leggervi una difesa dall’Oriente ateo cioè sovietico; credo che proprio a questa doppia possibile lettura, in effetti, pensasse il professore di Oxford quando reniteva ad ammettere, non a caso a cavallo della Seconda guerra e dei suoi esiti, una e una sola allegoria, per il suo testo).
    Quanto agli interventi di D’Andrea e Gemini, sostanzialmente sono d’accordo. Siamo d’accordo, cioè, che pccorra cercare, in tutto quanto, il 10% che non è merda, per dirla con Sturgeon (il quale usava una metafora ancora più tranchant di quella del monnezzone, mi si concederà). E questo è l’ufficio della critica, spiace per chi la considera strutturalmente inadeguata, arretrata, accademica ecc.: indirizzare i lettori al meglio, ovunque esso si possa trovare. E dunque, mi spiace se lo si considera ideologico o comunque vieux jeu, educarli: a saper apprezzare testi sempre “migliori”. Dopo di che ci saranno critici più sintonizzati con la letteratura di genere (come Loredana) e ci saranno critici che, per formazione e profondi e incoercibili convincimenti, preferiscono occuparsi d’altro (per esempio il sottoscritto).
    Questa idealmente descritta sarebbe una partita, diciamo, ad armi pari. Voi (D’Andrea un po’ meno, mi par di capire) pensate che oggi il sistema del mercato librario, della grande distribuzione e della comunicazione relativa ai libri, non metta a repentaglio questa ricerca, cioè non sia sperequato in una direzione. A me pare l’esatto contrario. Basta che si prenda atto di questo fatto elementare. E invece la maggior parte dei commentatori di questa partita falsata non vuol neppure sentir parlare. Qui spero di aver quanto meno sollevato qualche incertezza, al riguardo, e, se così è, il mio compito, per questa settimana, è stato assolto.

  17. Andrea: magari un giorno discuteremo con calma (davanti ad una birra wagneriana o una più politicamente scorretta Coca Cola) su come, pur essendo molto diversi per strade e presupposti, quel tipo di preoccupazione tocchi gli autori del “fantastico” quivi presenti (bello il quivi, no?) molto più da vicino di quanto tu non creda. Peccato per quel “Che fare?”, ma se non c’è riuscito quel tizio lì… E poi, come si dice, la vita è breve, ma l’arte lunga. (no, non credere, non cito Giovenale dopo pranzo, cito Alan Moore – per ringraziare Wm4 del suo bel passaggio)
    E diciamo che, se anche tu ti sei reso conto che la porta non è sbarrata e che dietro alla scritta Hic Sunt Leones in realtà c’è gente (magari dalla losca figura, questo sì), ma disposta al dialogo, allora posso dire anche la mia settimana non è stata sprecata.

  18. Scusate il ritardo ma mi ero perso questa discussione molto interessante. A margine – anche perché su tutto il resto convengo con quanto affermato da Cortellessa – vorrei solo dire che anch’io credo di conoscere “il fan di Kafka, Manganelli, Gadda, Borges e Cioran” che “legge, e cita solo loro” perché “tutto passa dalle loro parole”, che “usa come clave contro tutti, in modo acritico, dottrinale, fanatico” menzionato da Biondillo. Ebbene, costui mi ha detto che la lista delle sue passioni èmolto più lunga, e che comunque in ognuno di questi scrittori c’è qualcosa che non gli piace. Per esempio in Borges molta poesia intellettualistica. Di Manganelli, invece, più che il narratore (che gli pare gravato da troppi limiti) ama il viaggiatore, il pubblicista, il manganellizzatore di libri altrui. E a proposito di clave e di manganelli, ha aggiunto che per manganellare Biondillo spesso è sufficiente citare Biondillo stesso, senza scomodare Kafka (che scomodare Kafka è roba da codice penale).
    Non lo ammetterà mai ma quella, per lui, è letteratura di intrattenimento, assolutamente consolatoria. (non a caso le riviste e i quotidiano di destra a partire da Il Domenicale per finire a Libero, li citano di buon grado questi autori. Sanno che non fanno più male a nessuno).
    In confronto il fandom della letteratura fantastica è frequentato da accigliati e pacati barbogi professori.

  19. Penso che facciate dell’ironia nel dire che la Coca cola è politicamente scorretta. Io, che ne sono un devoto (anzi un fan), posso invece garantirvi che in certi posti molto fighetti della capitale son dovuto più volte stare a cena senza poter bere alcunché. Poi dice l’ideologia. (Faccette a scompisciarsi.)

  20. No, nessuna ironia. Vedi che le faccette scritte a mano fanno equivocare?
    Io preferisco davvero la Coca cola alla birra, e se mi dici in quali posti fighetti non la servono ci vado subito con una cassetta di lattine biancorosse. E stavolta niente faccetta.

  21. Prova a fare un giro al Pigneto e a chiedere una Coca. Nella metà dei posti ti guardano peggio che se andassi lì vestito da hobbit.

  22. Lo farò, e posto il resoconto.
    Ps. L’idea che nei blog degli autori di fantastico si parlerà, come leggo nei trackback, di libri non espressamente appartenenti al genere mi sembra ottima. Andrea, tendo la mano e il bicchiere, dopo quasi trecento post (credo che sia il record di Lipperatura).
    E spero che, prima o poi, darai un’occhiata a qualche testo contemporaneo di genere: tanto per poterne riparlare insieme, nel bene o nel male.

  23. En passant fra un sorso di coca e l’altro: la citazione di Sturgeon, che postai anni fa su NI e ora è diventata un tormentone della rete, ha per me il valore di un paradosso logico, tipo quello di Zenone: chiunque la ascolti la approva, ossia il 100% delle persone è convinto di far parte del 10% dell’umanità, l’immagine più eloquente dello snobismo come fenomeno di massa. Prosit 🙂

  24. Non per snobismo, Sergio, ma io la conoscevo da quando avevo 14 anni. La riporta Isaac Asimov (ora non saprei dire in quale volume) in quei paratesti in forma di cronistoria annalistica alle Grandi storie della fantascienza che hanno rappresentato la mia Bildung su quello che è un “campo” letterario. Molto prima (e lo dico a bassa voce) molto meglio di Bourdieu – letto, peraltro, 20 anni dopo.

  25. Eppure i titani hanno sfidato un dio e hanno fallito… perché prendersela con loro? Dovrebbero essere d’esempio. Come ogni fallimento. Da reiterare sempre e comunque.
    Tutto il resto è questione di prospettiva, come l’osservazione di un angolo. Da un punto di vista è acuto, dall’altro è ottuso.

  26. Ciao Andrea, mi riferivo in particolare a Biondillo, che mi disse di averla ripetuta diverse volte in conferenze e scritti dopo averla appresa da un mio post. In ogni caso su molti lit-blog è un tormentone, la cosa curiosa è che la citano spesso gli stessi che mi rimproverano di citare troppo. E poi il fatto che, quando la citano, la prendono alla lettera. Ma forse esiste davvero un modo per calcolare aritmeticamente la quantità di umanità virtuosa, ed è un calcolo ancora più crudo e impietoso di quello di Sturgeon. Lo si può estrarre da un episodio storicamente accertato: quando, nel 1931, Mussolini pretese dai docenti universitari il giuramento di fedeltà al partito fascista, e solo 12 professori su 1200 si rifiutarono, perdendo così carica e stipendio. Mi ha sempre colpito quella coincidenza numerica: l’1%, e mi ha sempre avvilito la certezza che non ne avrei fatto parte.

  27. A Sascha
    Hai perfettamente ragione, sono “loro” che si autoghettizzano. Nel nostro bellissimo mondo progressivo abbiamo un nero presidente degli Stati Uniti, una donna a capo di Confindustria e gli omosessuali sarebbero totalmente accettati se non facessero quelle pacchiane sfilate. Everything is nice.
    Non so se passare da 1984 e Fahrenheit 451 sia un tale anticlimax; è da tanto che non li rileggo. Su Simenon e Chandler, se parliamo delle vecchie traduzioni Mondadori è come azzeccare il terno il lotto, se li leggiamo in lingua originale troviamo due stili enormemente diversi, ma credo nessuno abbia mai affermato che Chandler scriveva male. Vorrei poi far notare che accanto ad Agatha Christie l’età d’oro del giallo classico ha visto Dorothy L. Sayers, che la penna in mano la sapeva tenere visto che ancora oggi molti considerano la sua la migliore traduzione in inglese della Divina Commedia.
    E’ possibile che tu abbia passato molto tempo “nei generi”, ma mi sa che “hai visto molte cose singole ma riflettuto poco”.
    Ci sarebbe da discutere per ore su ogni cosa; poiché mi sembra che mastichi l’inglese, però, preferisco rimandarti a qualche link.
    Qui http://gutenberg.net.au/ebooks03/0300011h.html
    Orwell, che hai citato, ti spiegherà perché la gente legge con piacere romanzi popolari indipendentemente da valutazioni di merito strettamente letterario (Cioè, chi legge Agatha Christie di solito non lo fa perché i cattivi gli hanno tenuto nascosta l’esistenza di Balzac. Sorry.) Cerca il saggio intitolato Good Bad Books, che si conclude con la frase “And by the same token I would back UNCLE TOM’S CABIN to outlive the complete works of Virginia Woolf or George Moore, though I know of no strictly literary test which would show where the superiority lies”. Utile è anche il saggio precedente su Hornung e Hadley Chase.
    Per una discussione delle differenze (non qualitative) fra fantascienza con aspirazioni letterarie e letteratura che sperimenta colla fantascienza è interessante questo articolo
    http://community.livejournal.com/theinferior4/564000.html
    Il centro è la discussione dei due racconti di Karen Joy Fowler e Gene Wolfe, che individua uno dei principali problemi di ricezione per il lettore e critico “mainstream” quando affronta quella fantascienza che ha ambizioni letterarie. Visto che sembri essere fan di Gene Wolfe, ti annuncio che molti critici letterari anglofoni inciampano nell’ambientazione fantascientifica, che non è immediatamente riconducibile, come in molti degli autori che hanno ottenuto riconoscimento mainstream, a estremizzazione allegorica/satirica/distopica/postmoderna del quotidiano.
    Per una discussione non banale di genere e mainstream, successo commerciale e riconoscimento critico, relativamente alla fantascienza:
    http://www.pseudopodium.org/repress/shorts/Davis_and_Lethem-Mistakes_Were_Made.html
    ,compresi i link, soprattutto quello che rimanda a questo articolo http://www.pseudopodium.org/kokonino/jlvls.html
    Riguardo alla fantasy, dentro il ghetto, più o meno a ragione, più o meno felicemente, ci sono anche Elizabeth Hand, John Crowley, Jeffrey Ford, Graham Joyce, M John Harrison e tanti altri. Magari chi apprezza questi scrittori sarebbe un buon target per il tuo libro.

  28. Fan
    Fan è contrazione di fanatic, ma come esagerazione iperbolica, non certo descrizione obiettiva.
    Se io dico che sono fan di Triffids, Go-Betweens, Dream Syndicate, Pixies, Tocotronic, Team Dresch, Dresden Dolls sto dicendo che la musica, o la combinazione di musica e testi, di questi gruppi ha un grandissimo impatto su di me. Non significa che io pensi che la musica rock degli ultimi vent’anni inizi e finisca con loro.
    In letteratura, si può essere fan di Tolkien o Gene Wolfe così come di Jane Austen, Keats, Byron, Emily Dickinson o Emily Brontë, di Sulla Strada oppure del Giovane Holden. Magari queste passioni sono alimentate da fattori emotivi non strettamente letterari, e quindi per il critico non saranno sufficientemente caste. Pazienza.
    Un fandom Letterario: quello centrato su Thomas Pynchon.
    Gli appassionati di Pynchon ne cantano le lodi con un intensità che rasenta il fanatismo; esistono siti, blog e wiki dedicati all’analisi parola per parola delle sue opere principali; un artista, Zak Smith, ha creato una serie di illustrazioni a commento di ogni pagina di Gravity’s Rainbow:
    http://www.themodernword.com/pynchon/zak_smith/page%20index.htm
    Io stesso ho alcune reazioni da fan.
    A catechismo facevo domande sull’esistenza dell’inferno, a 11 anni mi hanno regalato un libro sui tarocchi ed ho scoperto la kabbalah, al liceo scientifico ho avuto una crisi mistica pensando alle implicazioni della seconda legge della termodinamica, ho iniziato un corso di fisica e poi sono passato a lingue, il mio cervello è un accozzaglia di detriti culturali che si ricombinano nei modi più strani, sono logorroico e ridondante e mi piacciono le freddure.
    E’ ovvio che Gravity’s Rainbow è stato scritto apposta per me e quelli come me. Cosa vogliono tutti quei poseur?
    Non mi stupiscono quindi i detrattori che finalmente, in tempi recenti, hanno trovato il coraggio di venire allo scoperto; questo è solo uno degli esempi più eclatanti:
    http://nymag.com/arts/books/reviews/58182/
    Probabilmente leggendo fino in fondo Gravity’s Rainbow si attivano molte più sinapsi che leggendo i racconti di Katherine Mansfield, ma è difficile far discendere da ciò giudizi di merito assoluti.
    Se interessa solo l’eleganza dello stile, da grande fan di Pynchon devo ammettere la sconfitta.
    Conosco lettori che passano da Balzac a Edith Wharton a Cormac McCarthy a Stefan Zweig a Borges che su Pynchon sono rimbalzati.
    Del resto io non ho certo fretta di ordinare The Humbling, il nuovo romanzo breve di Philip Roth. Anche se, essendo Letteratura Vera, immagino funzioni attraverso la differenza e non la ripetizione (Portnoy’s Complaint, now with more lesbians. And a green dildo.) e contenga un reagente conoscitivo di valore anche sociale che magari mi aiuterebbe, che so, a comprendere la realtà delle periferie italiane più di “Niente, più niente al mondo” o “Per cosa si uccide”.
    Un lettore può arrivare a dire: capisco quello che X sta cercando di fare, non disconosco i meriti w,y e z dell’opera, ma mi lascia freddo, non sono sulla stessa lunghezza d’onda, sospendo il giudizio e passo oltre.
    Un critico tende invece a convincersi che gli piace tutto quello che ritiene importante (e poi si hanno le crisi di rigetto e le grida al re nudo come nell’articolo che ho linkato) oppure a giustificare preferenze personali appellandosi a supposti criteri “oggettivi”.
    In sostanza il lettore è colui che dice: io lo fo per piacer mio. Il critico invece: io lo fo per amor di Dio (cioè la Letteratura con L rigorosamente maiuscola).
    In realtà la letteratura è un pò come la gastronomia: ha senso discutere di dosaggio degli ingredienti e perizia d’esecuzione di un determinato piatto, è utile lottare contro la mcdonaldizzazione dei gusti e opporre la filosofia dello slow food a quella del junk food,sarà difficile trovarsi d’accordo se si insiste a paragonare mele e arance, può aver senso fare una gara di torte, non ha senso discettare sull’intrinseca superiorità del goulasch rispetto alla zuppa inglese, e a me la bruschetta fa venire l’acquolina in bocca e una saint-honorè il vomito.
    Ellis, Lunar Park, critica accademica
    Tre gialli che ho letto nell’ultimo anno, mese più mese meno.
    The Bloomsday Dead è un thriller che si svolge a Dublino nell’arco del Bloomsday i cui capitoli alludono ai corrispondenti episodi dell’Ulysses. Over Tumbled Graves è un noir infarcito di citazioni e rimandi a Eliot che ne sottolineano il tema generale di disfacimento. The Herring Seller’s Apprentice è un mystery divertente in superficie ma in realtà molto malinconico il cui protagonista è uno scrittore di gialli frustrato. Nel corso del romanzo le sue preoccupazioni si ripercuotono sulla scrittura, e deve accartocciare diversi abbozzi di primo capitolo – riprodotti nel testo – che gli vengono fuori come pastiche di Hemingway, Sartre, Wodehouse. Non mi interessa ora se questi tre libri siano Letteratura o intrattenimento, se citazioni e omaggi siano fini a se stessi o giustificati.
    Il punto è che molti scrittori – di genere o meno – sono lettori curiosi e onnivori; molti critici istituzionali, no. E’ovvio che l’opera di uno scrittore rifletta molteplici influenze, anche inconsce, assorbite durante la lettura. Ma Lunar Park ha Valore Letterario Tm, per cui bisogna ricercarne le influenze prestigiose, tralasciando quello sgradevole Elephant in the Room di Stephen King, che l’autore ha da subito dichiarato essere la principale musa ispiratrice almeno di quel particolare romanzo.
    Di un opera ascrivibile alla letteratura “bassa” non avrebbe invece senso andare a cercare padri nobili.
    Mi è capitato di imbattermi nella recensione/saggio di un professore inglese su un romanzo “di genere” inviatogli da una casa editrice. Quello che mi ha colpito è stata la combinazione di onestà intellettuale (un tentativo serio e tutto sommato riuscito di “capire” il testo) e mancanza di familiarità con certi tipi di narrazione.
    In particolare, ciò che mi ha portato ad iniziare una discussione via mail con lui è stato il fatto che nel testo trovava tecniche e strategie tipiche del postmoderno, ma concludeva che queste erano evidentemente entrate a far parte a tal punto del “mainstream” che potevano essere assorbite e reimpiegate inconsapevolmente, un “bag of tricks” che l’astuto mestierante può ormai usare istintivamente.
    Il processo è del tutto speculare rispetto a quello che Cortellessa attribuiva a Gorlier; là, di fronte ad un testo X, cerco fino a che non trovo; qui di fronte ad un testo y, se trovo è illusione ottica.
    Il problema della critica istituzionale, e il motivo per cui attacchi come quello di Francesco sono largamente condivisibili, è la sua tendenza a farsi chiesa; con i suoi templi, i suoi sacerdoti unici interpreti e depositari della gestione del sacro, i suoi dogmi. Se io all’Università, durante un corso sul postmoderno americano che francamente toccava anche autori piuttosto minori, quando propongo di discutere Sandman trovo solo perplessità e sconcerto, non ho voglia di aspettare che la Chiesa riabiliti Galileo. Sono tante le strategie possibili; accettare le cose per fede, arrivare a compromessi colla propria coscienza,lottare dall’interno per rendere l’istituzione più aperta, ma anche usare proprio quanto di buono e utile ci è stato trasmesso per vivere una spiritualità matura all’infuori di dogmi e istituzioni. Anche se papa e vescovi pensano che relativismo voglia dire “mettere tutto sullo stesso piano di tutto, tutte le vacche sono nere e allegramente via nella catastrofe nella quale peraltro siamo già da tempo”.
    De genere
    Con la parola genere si intendono molte cose diverse, più o meno strettamente correlate – genere può essere termine di marketing editoriale, può indicare una comunità, dei gruppi di scrittori che si influenzano, agglomerati di tradizioni, modalità espressive, interessi o scenari che possono essere più o meno congeniali a deterrminate categorie di scrittori e lettori.
    L’appeal di un (sotto-)genere per un fan, un lettore o uno scrittore sta in un aspetto intrinseco che ha una risonanza emotiva.
    Ad esempio, per Shirley Jackson il gotico è scelta espressiva naturale, non calcolo commerciale. Non ha senso parlare di aderenza ad un genere come limitazione. Che cosa viene percepito come genere e cosa letteratura dipende poi dal gioco di diversi fattori, a volte semplicemente dalla compagnia che tieni.
    Graham Joyce è un autore fantasy (o magical realist?), con un approccio che viene generalmente definito “letterario”. Il suo ultimo romanzo si chiama Memoirs of a Master Forger (Uk)/ How to Make Friends with Demons (Usa). E’ facile pensare che una eventuale traduzione italiana sceglierebbe titolo e grafica ammiccante (e fuorviante), che farebbe fuggire Cortellessa gridando al “monnezzone fantasy”. Non mi sembra che neanche la critica letteraria inglese, del resto, gli abbia prestato soverchie attenzioni. Poi succede che un ritaglio di quel romanzo venga pubblicato come racconto sulla Paris Review e finisca per vincere il Pen/O’Henry short story award con voto di preferenza del giudice A.S. Byatt.
    I casi della vita, eh?
    Ma di esempi se ne potrebbero fare a iosa. John Crowley, un autore “fantasy” di culto, che Harold Bloom ha ripetutamente citato fra i 5-6 migliori romanzieri americani viventi, ha vinto il premio Flaiano con quello che molti considerano un romanzo non particolarmente riuscito (non l’ho letto) guarda caso, però, totalmente realista. Non parliamo poi dell’ enorme differenza di esposizione e attenzione critica quando autori che “travalicano i generi” come Kelly Link pubblicano le proprie storie “surrealiste” sul New Yorker o magazine letterari hip come Conjunctions o The Believer e quando pubblicano le proprie storie di “fantasy/horror sperimentale” su riviste de’generi.
    Non essendo un fondamentalista, non credo che la lettura che si risolve in intrattenimento fine a sè stesso sia segno di disordine morale. Leggo senza sensi di colpa molti di quelli che Orwell chiamerebbe Good Bad Books.
    Però fra Jeffrey Deaver e Derek Raymond, fra Stephenie Meyer e Ursula K. Le Guin, fra Isaac Asimov e Thomas Disch qualche differenza c’è.
    Per un critico la mancanza di curiosità per le forme popolari, anche quando esse siano semplice intrattenimento, anche quando siano intrattenimento deteriore, non è mai buona cosa. E un genere in salute è humus fertile anche per la Letteratura Tm.
    Noi non ricordiamo Shakeaspeare per The Phoenix and the Turtle, lo ricordiamo per le sue opere COMMERCIALI, con cui si guadagnava da VIVERE, facendo probabilmente anche diverse concessioni ai gusti del pubblico. E così tanti altri sono stati lungamente sottovalutati dalla critica non tanto per la loro “novità”, quanto per aver scritto in forme e generi considerati popolari e minori. Si pensi solo alla difesa del “novel” – roba per donnette, dominato da grandi successi snobbati dalla critica come i gotici della Radcliffe – che la Austen inscrive (pur ironicamente) in Mansfield Park. E a Coleridge, che diceva, (sembra di sentir Cortellessa parlare del fantasy): “where the reading of novels prevails as a habit, it occasions in time the entire destruction of the powers of the mind”
    Potrei vivere abbastanza bene senza la critica ufficiale – mi oriento da solo o fidandomi di pareri che rispetto. Se però questa critica volesse recuperare credibilità, dovrebbe svolgere una funzione di ricerca a 360 gradi.
    Non ha senso pretendere che chi legga Twilight si interessi automaticamente anche di Borges o Calvino.
    Ma chi legge Twilight non necessariamente apprezzerà neanche un autore come John Crowley; chi scopre Crowley in genere invece apprezza anche autori come quelli citati, o Byatt o Nabokov. Magari chi apprezza questi autori potrebbe a sua volta trovare qualcosa di interessante in Crowley, ma non lo saprà mai, perché la critica non gli dirà che non tutta la fantasy è Twilight.
    E così, determinati autori finiscono per essere vittima di una doppia esclusione. Ma la colpa non è certo dei fans di Twilight.
    Uno dei miei autori preferiti è M John Harrison. Ironicamente, è un autore il cui approccio alla fantasy piacerebbe a Cortellessa; anti-fantasy, fin dai tempi di Viriconium, che è decostruzione della fantasy “mitica”, ferocemente critico “da sinistra” del sovrannaturale escapista che lui considera mercificazione e banalizzazione, versione letteraria dell’appropriazione capitalista dell’esotico che diventa “etnico” e “trendy” e dell’illusione neoliberista per cui si può avere -ed essere – qualsiasi cosa, e i sogni diventano acquistabili.
    Nella postfazione ad una sua novella si può leggere: “the story is about the confusion of dream with ambition. A true dream–the kind of dream you dream at night–is by definition something you can’t have. You can’t bring it across from that place of sleep. The modern dream–the aspirational dream, Isobel’s dream–is something else. It defines or describes that point where greed intersects fantasy, ambition, choice, neurosis, control: intersects with, links, and binds those things. At that intersection, if you are naive, your chosen life-itinerary looks available, it looks as if it can be had. … Every age enshrines a different character flaw as its defining virtue. This is the character flaw of our age.”
    Per me ha scritto almeno due capolavori assoluti (non tradotti): il romanzo “The Course of the Heart” e il racconto “Gifco”.
    TCOH segue tre persone che hanno condiviso nel loro passato un momento di trascendenza, mai descritto con precisione (e forse non esistono parole e concetti per comprenderlo e descriverlo appieno), una fuggevole visione (così razionalizzano) della realtà superiore nascosta dietro quella di tutti i giorni. Due elaborano una complicata mitologia, di cui cercano a ritroso prove e tracce nella storia, che dovrebbe servire loro a ritrovare un varco fra il mondo di tutti i giorni e questa realtà superiore; l’altro si adatta ad una vita più o meno normale, ma con una specie di opacità, di sfasamento fra il proprio io, le proprie emozioni e il mondo.
    Naturalmente è una tragedia; una tragedia sulla distruttività di una visione che interpreta il mondo come una storia di cui noi siamo al centro, la realtà concreta non per sè stessa ma come segno di qualcosa d’altro. Ma è anche molto di più, e scritto in una prosa splendida.
    Su Gifco si potrebbero scrivere pagine e pagine, ma si fa prima a dire che è uno di quei racconti che meritano l’aggettivo “perfetto”.
    Ora, su alcuni siti letterari americani ho letto molte lodi per un certo Chris Adrian, “one to watch”. Qualcuno ha spiegato quanto sia originale il modo in cui fonde elementi reali e fantastici nella sua scrittura.
    Qualcun altro è arrivato a dire che questo:
    http://www.esquire.com/print-this/chris-adrian-promise-breaker-1207
    è uno dei più bei racconti degli ultimi vent’anni.
    Sarah Waters è entrata nella shortlist del Booker con The Little Stranger, che viene descritto come romanzo gotico/storia di fantasmi, anche se, tranquilli! sembra ci sia la requisita tensione fra due modalità metastabili di interpretazione.
    Ecco, come dire – il racconto di Adrian è bello, della Waters ho letto Fingersmith e mi è piaciuto, non mi piace fare paragoni, ma qui qualcosa non torna.

  29. Grazie, Marco, condivido, quasi parola per parola tutto quello che dici, quelle che posso condividere perché poi non ho letto tutti gli autori che citi.
    A parte il riferimento a Catherine Mansfield, che però era una fan di Cecov, cosa per la quale immagino che – almeno secondo Andrea Cortellessa – attivi poche sinapsi. E per essere una fan, e per esserlo di Cecov.
    @Andrea. Di tutte le cose che si sono dette qui quella che proprio non mi è andata giù è stato quel riferimento a Cecov e, per corto circuito, a Cheever.
    faccetta molto sorridente

  30. Riassumendo: funziona solo se hai letto prima il libretto delle istruzioni o, come dice il popolo, ‘bello, se ti piace il genere’…
    Ricordo il leggero fastidio, tempo fa, nel leggere il Meridiano di Giovanni Macchia senza trovarvi alcuna menzione di Georges Simenon. Pensai che sì, probabilmente non gli interessava perchè scriveva ‘gialli’.
    In compenso c’era talmente tanta roba e di tale qualità su scrittori francesi semi-dimenticati che non avrei mai scoperto sui giornali, in tivù od online che sentivo di poterlo perdonare.

  31. Scusa, Sascha, ma che c’entrano i fans di qualsiasi tipo, di qualsiasi genere e pure della letteratura mainstram col fatto che sui giornali, in tivù o online non senti parlare di scrittori francesi semi-dimenticati?
    (e chiudo qui perché questo thread ha tanto l’aria di non voler finire più)

  32. Intervengo post coitum, brevemente, solo per due riferimenti “linkografici” che è meglio dare in modo circostanziato.
    Riguardano la critica del mito e della mitopoiesi sviluppata da noi WM soprattutto negli ultimi anni. Critica che mette in guardia dai pericoli insiti nel lavoro sui miti, ed è anche un’autocritica delle nostre poetiche “militanti” dei primi anni Zero.
    Wu Ming 1 – Allegoria e guerra in 300 (2007)
    Wu Ming – Spettri di Müntzer all’alba (2009)

  33. C’entrano, se in fondo si torna sempre al tormentone ‘i cattivi critici non capiscono il genere’, tormentone che fa un po’ a botte con ‘i critici non contano più niente’ (e allora perchè continuare a menarla sull’argomento?)
    A meno di non voler davvero credere che in Italia o anche nel resto del mondo sono i critici ha fare il successo o meno di un libro…

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