LA MAGIA DELL’UOMO CALAMITA

Il post è veloce, l’emozione è lunga. Sabato sera, dopo anni di desiderio frustrato, sono riuscita a vedere L’uomo calamita spettacolo di letteratura, musica e circo, ideato da Giacomo Costantini e Wu Ming 2 per il Circo El Grito, le musiche di Fabrizio “Cirro” Baioni, la consulenza alla drammaturgia di Luca Pakarov. Cercatelo dove potete. Perché per la prima volta ho visto riunite tutte le componenti dell’immaginario e della narrazione. Letteratura, storia, musica, arte circense, illusionismo. E dunque corpo, memoria, magia.
La storia viene dalla Storia: nel 1940, dopo una lunga persecuzione che è ben ricostruita qui, vengono vietati gli spettacoli da circo di sinti e rom. Alcuni di loro si uniscono alle brigate partigiane, e anzi ne costituiscono una, molti vengono uccisi. La storia immaginata e poi scritta da Wu Ming 2 è quella di un uomo sopravvissuto, di sua figlia Lena e del suo eroe preferito, l’uomo Calamita, e dei sogni e delle speranze che uno spettacolo può dare. Così una straordinaria invenzione musicale diventa “la macchina ammazzafascisti”, e fuggire su un tetto diventa un numero di equilibrismo che mozza il fiato, e le torture in acqua si trasformano in quello che fu il numero più famoso di Houdini, la fuga dalla vasca, ammanettato.
Dura un’ora e si vorrebbe durasse il più a lungo possibile: perché c’è un equilibrio così raro fra la musica di Cirro, le parole di Wu Ming 2 (e il flauto, anche) e il corpo incredibile di Giacomo Costantini che ci si ripete che finalmente si trova quel che si è a lungo cercato: la bellezza delle storie, senza enfasi, senza egoismi, con una fratellanza di scena che si trasforma in una fratellanza col pubblico.
Le strade ci sono, e si possono anche percorrere.

 

Un piccolissimo omaggio. In uno dei racconti di Magia nera, vendico la perfidia di Houdini nei confronti di una collega. Così, posto qui un frammento da Rosabelle, rispondi.

Però, l’ultimo Natale, Bess aveva cominciato a pensare alla propria morte. Erano a casa dell’amica di un’amica, una donna della sua età che somigliava a qualcuno che conosceva, ma non era riuscita a ricordare chi. Avevano mangiato granchiolini fritti, torta di funghi e cavolfiore, pesce crudo. Avevano bevuto molto bene, un ottimo vino italiano con uno strano nome, Animale celeste, e poi l’amica dell’amica, che in effetti era di origini napoletane, aveva tirato fuori la tombola. “E’ un gioco italiano, somiglia al bingo ma è più antico. E’ divertente”, aveva aggiunto Mildred (si chiamava Mildred, e anche il nome non le riusciva nuovo). Da un sacchetto di pelle erano uscite fuori delle tessere di legno rotonde: novanta, ognuna con un numero intagliato sopra in caratteri rossi. Chi teneva il banco, spiegò Mildred, ne avrebbe estratta una alla volta, e i giocatori dovevano segnare con un fagiolo il numero corrispondente sulle proprie cartelle. I punti erano ambo, terno, quaterna, cinquina, e i numeri dovevano essere sulla stessa fila. Tombola era quando tutti i numeri della cartella venivano estratti. “E’ divertente”, ripeté Mildred, distribuendo cartelle agli ospiti. “Bess, vorresti controllare che ci siano tutte le tessere? E’ facile, disponile sul cartellone così siamo tranquilli che non se ne sia persa nessuna”. Bess aveva obbedito, aveva spiegato davanti a sé il cartellone e aveva iniziato a pescare dal sacchetto. 18, oh guarda. Aveva diciotto anni quando aveva conosciuto Harry, al parco divertimenti di Coney Island, lei cantava e ballava con le Floral sisters ma nel giro di tre settimane aveva cambiato vita, stato civile e si esibiva con Harry, accettando di farsi chiudere in un baule e bevendo con lui rum a mezzanotte. Meglio abituarsi al rum che frequentare i suoi amici freaks, il conte Orloff la finestra umana, Unthan, l’uomo senza braccia che suona il violino con le dita dei piedi e Thardo, la donna che si fa mordere da un serpente a sonagli perché è invulnerabile. 52. Bess si morde le labbra. Gli anni di Harry quando ha preso quell’orribile pugno dall’orribile studente ed è morto, in modo stupido, in pochi giorni. 30. A trent’anni Bess portava bei vestiti chiari leggeri e sapeva correre senza rompere il fiato, come adesso le succede facendo le scale. 8. Non era forse per il Natale dei suoi 8 anni che aveva ricevuto la sua unica bambola? Si chiamava Mary e aveva i capelli biondi legati in una lunga treccia. 47. Gli anni in cui le mestruazioni hanno cominciato a saltare, una e due e tre volte in un anno. 1. Com’era quando aveva un anno? Non ricorda. Ricorda un sonaglio d’argento, però, e un gatto bianco che le si strusciava sulle gambe.
Bess lasciò cadere il sacchetto con le tessere, che rotolarono a terra. “Mi dispiace”, mormorò. “Cara, è pallida”, disse Mildred, accorrendo verso di lei. “Beva un po’ di vino”. “No, passa subito”, disse Bess, lasciandosi cadere sulla sedia. “Sembra che abbia visto un fantasma”, aggiunse Mildred. “No, ho visto la morte”, pensò Bess. “Le tessere della tombola vanno da uno a novanta, come ragionevolmente una vita umana, a meno che non intervenga uno studente a sferrare un pugno sullo stomaco a un uomo di cinquantadue. E io ho vissuto già 67 anni. Sono nell’ultima parte del cartellone e non ci avevo mai pensato. Se avessi giocato a vent’anni non ci avrei pensato. Forse nemmeno a quaranta, o a cinquanta. Ma ora è inevitabile che ci pensi, che non ci sarà un’altra cartella per me, e che è già tutto alle mie spalle, e non si può scappare da questo, non si possono usare trucchi per sfilarsi dalle manette o uscire da un bidone del latte, non si torna indietro così come non è tornato Harry, è rimasto bloccato chissà dove, a marcire con le lettere della madre sotto la nuca, per l’eternità”.
“Vorrei andare a casa”, aveva detto. “Non ancora, è troppo pallida. Lasciamo perdere questo stupido gioco, venga davanti al camino, in poltrona, beva il suo vino”. Mildred la stava facendo alzare con delicatezza, guidandola verso la poltrona, e Bess lasciava fare, in fondo cosa poteva perdere? Avrebbe dimenticato, certo. Il giorno dopo si sarebbe svegliata con le gambe rannicchiate sul petto, come sempre, e avrebbe desiderato alzarsi per fare subito colazione con uova e caffè, come sempre, e poi la giornata si sarebbe srotolata davanti a lei come qualsiasi altra, e quell’orrore sarebbe stato accantonato. Ma c’era, adesso c’era e non poteva cacciarlo, e avrebbe dato tutto quel che aveva per non aver mai infilato le mani nel sacchetto della tombola, e chissà perché poi questa donna aveva insistito tanto per farla giocare. Questa donna che.
“Sì”, aveva sussurrato Mildred al suo orecchio, “vedo che mi hai riconosciuta. Sono Minerva. La donna che tuo marito ha odiato più di ogni altra creatura al mondo perché facevo il suo stesso numero, uscivo dal bidone del latte pieno d’acqua ma avevo più successo di lui perché quando uscivo i miei abiti bagnati aderivano al corpo e gli uomini ne andavano pazzi. La regina delle manette, mi chiamavano, e lui ha fatto in modo che mi togliessero tutti gli ingaggi. Fa paura la tombola, vero? Succede sempre, con le vecchie. E tu sei vecchia, Bess”.
Le altre erano in piedi vicino alla tavola. “Ti serve aiuto, Bess?”
“Ci penso io, sta già meglio”, disse Mildred. “Preparate una limonata calda, forse ha mangiato troppa torta col cavolfiore”.
Quando le donne sparirono in cucina, Mildred riprese a soffiare il suo monologo. ”E poi fece quella cosa, tuo marito. Fece versare una bottiglia di succo di limone nel mio bidone. Quando mi immersi credevo di morire, gli occhi sembravano esplodere. Pensava che ci sarei annegata dentro, invece sono riuscita a uscirne lo stesso. Quando è morto ho pensato che in un certo senso avevo avuto la mia vendetta. Ma restavi tu. Che non gli hai mai impedito di farmi quello che mi ha fatto. Allora ho pensato che dovessi sapere. Che non c’è speranza. Che non si torna dalla morte. Non lui, non io. Non tu, mia cara. Buon Natale”.

Bess svenne.

 

Il giorno dopo lo trascorse a letto. E anche quello dopo ancora. Ma poi cominciò a dimenticare, riuscì a uscire per la festa di fine anno con un gruppo di devoti ammiratori di Harry, e brindò al 1943. A metà gennaio programmò un viaggio in treno verso New York, per rivedere i luoghi dove era stata felice con Harry. Ma mentre gennaio finiva lo sognò, e poco meno di quindici giorni dopo, mentre saliva sul treno avvolta in un cappotto di pelliccia, sentì distintamente  la sua voce che gridava, nel vento, Rosabelle, rispondi, e seppe che sarebbe morta prima di arrivare alla stazione di New York. A quel punto, non poté far altro che salire lo stesso, stringersi nel cappotto, e guardare dal finestrino mentre tutta la sua vita scorreva via.

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