La Repubblica anticipa oggi il
testo di un intervento che Roberto Saviano terrà a Milano. Ve ne porgo un lungo
estratto.
Nelle
lunghe discussioni con Vincenzo Consolo, Goffredo Fofi, Corrado Stajano, ho
appreso che la necessità prima dell´intellettuale è presenziare al dolore
umano, mantenersi sentinella della libertà umana, non delegare mai ad altro il
proprio imperativo di difesa della dignità umana. Non all´interno di una sorta
di nuova ideologia ma come unica capacità di fare del talento, della scrittura,
necessità: «Esiste la bellezza e l´inferno degli oppressi, per quanto possibile
vorrei rimanere fedele a entrambi», scrive Albert Camus. Fedele alla bellezza e
all´inferno dei viventi, è il canone estetico che preferisco.
La scrittura
letteraria è labirintica, multiforme, non credo possano esserci strade
univoche, ma quelle su cui credo debbano posare i miei piedi le riconosco.
Primo Levi, in polemica con Giorgio Manganelli che rivendicava la possibilità
di scrivere oscuro, affermò che "scrivere oscuro è immorale". Quando
Philip Roth dichiara che dopo Se questo è
un uomo nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz. Non di non
sapere dell´esistenza di Auschwitz. Ma non si può più dire di non essere stati
in fila fuori ad una camera a gas.
Questa la potenza di quelle pagine. Libri che non sono testimonianze,
reportage, non sono dimostrazioni. Ma portano il lettore nel loro stesso
territorio, permettono di essere carne nella carne. In qualche modo questa è la
differenza reale tra ciò che è cronaca e ciò che è letteratura. Non
l´argomento, neanche lo stile, ma questa possibilità di creare parole che non
comunicano ma esprimono, in grado di sussurrare o urlare, di mettere sottopelle
al lettore che ciò che si sta leggendo lo riguarda. Non è la Cecenia, non è Saigon, non
è Dachau, ma è il proprio luogo, e quelle storie sono le proprie storie. Ed il
rischio per gli scrittori non è mai di aver svelato quel segreto, di aver
scoperto chissà quale verità nascosta, ma di averla detta. Di averla detta
bene. Orhan Pamuk, Salman Rushdie, Anna Politkovskaja hanno avuto in modalità
fortemente diverse la responsabilità di fare delle storie che raccontavano
vicende riguardanti ogni essere umano e non più circoscritte alla geografia di
un territorio. Questo rende lo scrittore pericoloso, temuto. Può arrivare
ovunque attraverso una parola che non trasporta soltanto l´informazione, che
invece può essere nascosta, fermata, diffamata, smentita, ma trasporta qualcosa
che solo gli occhi del lettore possono smentire e confermare.
Questa potenza non puoi fermarla se non fermando la mano che la scrive. La
forza letteraria continua ad essere questa sua incapacità a ridursi ad una
dimensione, ad essere soltanto qualcosa, sia essa notizia, informazione o
sensazione, piacere, emozione. Questa sua fruibilità la rende in grado di
andare oltre ogni limite, di superare le comunità scientifiche, gli addetti ai
lavori, e di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento
ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile. La potenza stessa che
faceva temere di più ai governi sovietici Boris Pasternak e Il dottor Zivago e I Racconti di Kolyma di Salamov che gli investimenti del
controspionaggio della Cia. Mentre i saggisti venivano isolati, relegati in
riviste accademiche, lasciati sfogare, gli scrittori dovevano essere eliminati,
le pagine nascoste, le parole rese cieche e mute.
Quando mi capita di ascoltare le litanie sulla vacuità della scrittura, o
quando io stesso mi lascio convincere dal vizio della letteratura come palestra
per onanisti con poco talento per la vita, penso sempre alla figura di
Kostylev, personaggio del libro di Gustaw Herling Un mondo a parte, un libro per anni marginalizzato e boicottato.
Kostylev era stato un uomo che aveva dedicato la sua vita alla causa
bolscevica. Poi iniziò a leggere Balzac, Stendhal, Constant e trovò in quei
testi "un´aria diversa, mi sentivo come un uomo che, senza saperlo, era
stato soffocato tutta la vita". Kostylev abbandonò il lavoro di partito,
concesse tutto il suo tempo alla lettura desideroso di conoscere le verità che
gli erano state nascoste. I libri stranieri che si procurava clandestinamente
lo fecero arrestare. La polizia segreta lo accusò d´essere una spia e
torturandolo fu costretto a confessare la mendace accusa. Kostylev si ustionava
di sua volontà il suo braccio esponendolo alle fiamme vive, preferiva avere un
braccio piagato e gonfio, piuttosto che lavorare per i suoi carcerieri. Nella
baracca dove, esentato dal lavoro, passava le giornate, non c´era attimo in cui
non leggesse libri. La lettura che gli aveva cambiato l´esistenza portandolo
nei campi di lavoro, continuò ad essere la maggiore espressione della sua
umanità in quel girone infernale.
Non mi interessa la letteratura come vizio, non mi interessa la letteratura
come debole pensiero, non mi riguardano belle storie incapaci di mettere le
mani nel sangue del mio tempo, e di non fissare in volto il marciume della
politica e il tanfo degli affari. Esiste una letteratura diversa, può avere
grandi qualità e riscuotere numerosi consensi. Ma non mi riguarda. Ho in mente
la frase di Graham Green: «Non so cosa andrò a scrivere ma per me vale soltanto
scrivere cose che contano». Cercare di capire i meccanismi. I congegni del
potere, del nostro tempo, i bulloni della metafisica dei costumi. Tutto diventa
materia. Danaro, taglio della coca, transazioni, assessori, documenti,
uccisioni, proclami, preti e capizona. Tutto è coro e materia, con registri
diversi. Senza il terrore di scrivere al di fuori dei perimetri letterari,
prescegliendo dati, indirizzi, percentuali e armamentari, contaminando con ogni
cosa.
Se devo scrivere devo farlo in emergenza, dove le bestemmie sono più sincere
delle preghiere. E dove la realtà ha slabbrature maggiormente in grado di
mostrare verità. Il rap in Europa sembra essere anni luce più avanti della
letteratura nella capacità di fare della parola parte della carne del presente,
rapper parigini che si trasferiscono a Napoli per raccontare il mediterraneo,
filippini e gallaratesi che si lanciano in slang comuni e codificano nuovi
sguardi, foggiando nuove grammatiche del racconto. E narrano di un mondo dove
tutto è meccanismo di potere, danaro, affermazione, dove la politica è sempre
tradimento e dove la parola è il discrimine capace di raccontare tutto questo
senza negarlo, senza considerarlo inevitabile ma sentendo necessaria la
bellezza di narrarlo e di corroderlo. Con le parole e con i succhi gastrici.
Molta scrittura invece sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali
del nostro vivere. Tutto sommato non mi interessa far evadere il lettore. Mi
interessa invaderlo. E mi interessa la letteratura più simile al morso di
vipera che ad un acquarello di fantasie. Arrovellarsi sui territori delle
definizioni di ciò che è letterario e di ciò che non lo è, tra combattimenti di
accademici e filologi, ruzzolando nell´aia degli scrittori, può essere
un´attività infinita senza soluzione alcuna. Una risposta credo risolutiva la
diede l´autore del Viaggio al termine
della notte e di Morte a credito.
Una giovane giornalista andò a trovare un ormai vecchio, isolato e sempre più
accidioso Louis Ferdinand Céline. Andò a Meudon, a pochi chilometri da Parigi,
dove lo scrittore si era rintanato con sua moglie e i suoi animali. La
giornalista dopo le solite domande di circostanza trovò il coraggio e gli
chiese, quasi come se stesse pretendendo che lo scrittore gli svelasse il segreto
del suo mestiere: «Ma quanti modi ci sono di fare letteratura?». Céline
rispose, secco senza titubare: «Ci sono solo due modi di fare letteratura». La
giornalista così si aspettava lo scibile umano delle lettere divise in due
correnti e Céline diede la sue sintesi insuperabile: «Fare letteratura o
costruire spilli per inculare le mosche».
Molto bello il testo, Loredana.
Sono d’accordo.
Mi piacerebbe sapere cosa pensa Saviano delle continue – e fastidiose – affermazioni del suo amico Piperno circa la vacuità della letteratura: della serie “la letteratura non serve a niente”. Come saprai c’è in corso una polemica con Scurati.
Concordo su tutta la linea, anche se trovo questo intervento a sua volta una “tarantella”.
Ho idee chiare sulla letteratura e sulla scrittura, nel contenuto Saviano ci va vicino, nella forma e nella forza che contiene questo pezzo si allontana.
Lui accenna al “rap”, ed è un buon caso, ma mi sembra che in pochi hanno capito che oggi la buona narrativa, la buona scrittura, la sta facendo chi per ultimo pensa a scrivere e che magari fa pubblicità e canzoni, o che piuttosto si traveste da viaggiatore spaziotemporale [come Titor] e invade la rete.
Un unico appunto. Se si sa già in anticipo che cosa Saviano dirà a Milano, a che pro andare a Milano? Forse per vanificare da Roma l’affermazione di Genna “quello che càpita a Milano, nel giro di pochi anni càpita a tutta Italia”:- )
P.S. Forse c’è un refuso in “coro e materia”…
P.S. Genna non ha idea di che cosa sia appena successo qui al Lido di Venezia: idioti piromani hanno incendiato l’oasi degli Alberoni… non vorrei che ciò che è successo agli Alberoni poi capitasse a tutta l’Officina Italia.
Non sembra Saviano, sembra Moresco.
Che noia
come cavare il sangue da un rap
solo una precisazione, con tutto il rispetto per saviano. ma è una mia picca: non amo l’uso improprio delle parole.
onan eiaculava ‘fuori porta’, insomma eseguiva un coitus interruptus. nulla a che fare con la masturbazione cui chiaramente saviano si riferisce. lo so, l’errore è diffuso. ma saviano non lo deve fare, non è da lui. colgo l’occasione per ringraziarlo. per la citazione di celine. purtroppo di spilli per inculare mosche se ne fabbricano ancora troppi.
Questa è la sua idea di letteratura.
Io ho un’altra idea di letteratura, nella quale Manganelli sta non solo a pieno diritto, ma in gloria.
Comincio a organizzare l’oasi WWF per gli scrittori oscuri e vacui, tipo Joyce, magari, o Beckett.
Saviano è un eccellente giornalista e ha una grande e meritoria energia, ma quando parla di scritture dice cose un po’ ingenue.
Manganelli oscuro … come il cinese per chi non lo sa.
Onanista è ormai da tempo sinonimo di masturbatore, così come “piantare in asso” non ha più nulla a che vedere con l’originaria isola di Nasso, in cui Teseo piantò Arianna. Saviano fa benissimo ad attenersi alla lingua corrente.
e magari Céline si reputava pure simpatico (ma no, forse no).
Io credo esista un solo tipo di letteratura, quella che interferisce con il mondo, che lo modifica, lo riedifica.
Il mondo esiste solo se raccontato, se ricordato.
Anche attraverso gli spilli, magari.
no, lucio. non è un sinonimo. c’è una sostanziale differenza di senso. la differenza tra onanismo e masturbazione è la stessa tra usare e immaginare di usare, non mi sembra da poco. usare la lingua corrente non vuol dire passare sopra agli svarioni. però non cambia nulla. come ho detto, è solo una mia mania. si dica pure ‘steig(g dolce)’per il francese ‘stage’. o ‘daiana’ per ‘dyana’ o ‘diana’. mica cade il mondo. solo manie di un vecchio.
A me sembra un pezzo bellissimo in cui si ribadisce una cosa che abbiamo dimenticato, il legame tra parola e verità.
Mi sembra anche, parlando di “testimonianza” e “reportage”, una risposta al testo di Benedetti-Scarpa, che avevano inserito Gomorra nella tradizione della “letteratura testimoniale”, in particolare quella di Primo Levi. E’ come se Roberto dicesse: sì, Levi per me è un maestro, ma allo stesso tempo volesse mettere in evidenza che l’accento non è soltanto sulla “testimonianza”, che c’è di più, cioè la parola prima: “letteratura”.
Così apre al pensiero di quegli scrittori che non hanno separato “fatti” e “invenzione” (con tutta la cautela che queste parole richiedono, perché ricordiamo che Levi in Se questo è un uomo avverte prima di tutto il lettore che ciò che racconta è realmente accaduto). Si può anche fare il nome di Moresco, ma è una goccia, perché tutta la storia della letteratura è fatta da questi scrittori. Se qualcuno vuole darmi del trombone per questo discorso fa benissimo, nel senso che non ho la preparazone per sostenerlo, so solo che da lettore “sento” questo tipo di letteratura in cui tutte le dimensioni stanno, o tentano, di stare assieme, rendendo le parole potentissime.
Un giorno, quando si potrà davvero ragionare sulle cose senza alzare polveroni, sarebbe bello parlare anche del racconto che veniva chiamato “mythos”.
Sono discorsi che riguardano non soltanto il mestiere di scrivere, ma la possibilità di farci “arrivare” i libri.
@ Salvador.
Devoto-Oli: onanista = vizioso della masturbazione.
“Se qualcuno vuole darmi del trombone per questo discorso fa benissimo, nel senso che non ho la preparazone per sostenerlo”
Va bè, lo faccio subito io, così la chiudiamo lì.
… non mi interessa far evadere il lettore. Mi interessa invaderlo.
Questa frase è bellissima.
Grazie.
Bellissimo testo!!! Robè.
effeffe
ps
di Celine si ricorda quasi tutto, nel bene, Mort à credit, nel male, gli scritti antisemiti. Pochi conoscono le sue canzoni. Pochissimi lo hanno sentito cantare. Eppure è possibile sentirlo. Qui.
http://www.fremeaux.com/
components/com_virtuemart/
shop_image/product/FA187.jpg
un assaggio
le voilà
Louis-Ferdinand Céline :
Je te crèverai, charogne
Un vilain soir !
Je te ferai dans les mires
Deux grands trous noirs !
Ton âme de vache dans la trans’pe
Prendra du champ
Tu verras cette belle assistance
Tu verras voir comment qu’l’on danse
Au grand cimetière des Bons-Enfants !
…
Mais la question qui m’tracasse
En te r’gardant
Est-ce que tu s’ras plus dégueulasse
Mort que vivant…
trad.
Io ti farò crepare carogna
in una sera qualunque
e tra gli occhi
due grandi buchi neri ti farò
la tua anima di porca vacca
trafitta prenderà i campi
vedrai che bella assistenza
vedrai allora come si danza
al cimitero della buona infanzia (dei bonaccioni)
Ma la questione che mi rode dentro
guardandoti bene
e che sarai ancora più schifoso da morto
che da vivo
(traduzione a braccio)
Saviano è più onesto dei suoi fans. pratica una versione di letteratura e non dice: questa è la letteratura, ma qui io mi fermo. Poi c’è molto altro.
Tolkien, anche.
Grande letteratura.
D’accordo, ho pensato in prima istanza. Sul dolore, intendo. Ma poi mi sono detto: ma non è che il dolore rischia di anestetizzarci tutti, scrittori e lettori? Mettiamo tangentopoli. Fino a quando i reati contestati riguardavano i politici (gli “altri” rispetto a noi) allora si banchettava al tavolo del dolore. Ma dal momento in cui le indagini coinvolsero anche cittadini “normali” tangentopoli divenne una metafora di un’insubordinazione pericolosa. Stava svelando l’intima adesione degli italiani all’ethos criminale. Finché questo riguardava i politici allora si poteva esorcizzarlo. Ma poi…
Cosa voglio dire? Scritture sul dolore ne abbiamo avute tante (intendo quelle valide, in fondo, estremizzando, anche quella di Sciascia era una scrittura del dolore). Ma nulla che ci abbia rivelato la struttura del reale. Ci si impegna sulle conseguenze di una realtà negativa, non sulla sua struttura intima. Probabilmente un libro che non si faccia imprigionare dall’anestesia, dall’appiattimento, dovrebbe osare, spingersi nei territori dei cattivi, usare un artificio della regressione che metta l’intellettuale nei panni dei siciliani, per dire, così rispettosi del potere mafioso, così pronti ad ammirare con la bava alla bocca politici, boss, semplici dirigenti regionali collusi, ecc. Ci vorrebbe un bel libro con personaggi criminali declinati come eroi (eroi rispetto ai valori del contesto), una voce narrante collusa sarebbe il massimo.
Eh, Alcor, già Temperanza, non sono uno che ha studiato per anni la letteratura, so che con le parole arrivo fino a un certo punto, e che qualsiasi cosa scrivo viene fuori irrigidita, intrombonita. Ma questo non significa che non si possono “sentire” le cose, e nemmeno che l’entusiasmo di fronte a cose buone vada trattenuto. Non voglio premettere a ogni post la solita clausola del discorso semiserio. Posso avere il tono sbagliato per incapacità, e anche essere abbagliato, ma voglio rischiare di essere serio, di premettere la clausola: in questa cosa ci credo. E poi, il mio “sentire” un po’ primitivo è abbastanza efficace.
Tempo fa ho bombardato di sms e mail amici su un libro che trovavo straordinario, una cosa totalmente nuova nella nostra produzione. Qualche giorno fa quel libro, “Pandemonio”, è stato premiato al Comicon di Napoli come miglior romanzo grafico, un premio che spesso va a lavori della qualità di Coconino Press per intenderci. Vedi, nonostante la rozzezza a volte ci prendo, e su cose nuove.
“perchè tutto sia completo,perchè io possa dirmi veramente felice,spero ci siano tante persone il giorno della mia esecuzione,e che mi accolgano con grida di odio”(e di gioia?)
Andrè Camus-L’ étranger
Barbieri, io peso le parole, ho citato le tue e anche il tuo gentile invito. Se prima dici che chi le accoglie “fa benissimo”, che vuoi da me?
E sono d’accordo con Binaghi, Saviano è molto più onesto dei suoi fans, e anche molto più bravo.
Io vengo qui, nella tana del “nemico” (spero che le virgolette siano ben visibili) a spezzare una lancia, o almeno a ricordare, che la letteratura è anche altro.
Mah, per scrivere che una persona è più onesta di un’altra bisognerebbe conoscerle entrambe. Credo che utilizzare le parole così, più che il soppesamento, attesti delle pratiche erotiche con la zanzara tigre! 🙂
E da vero fan finisco con un: forza Robbe’!!!
Noia, noia noia. Citazionismo, citazionismo, citazionismo. Intellettualismo, intellettualismo, intellettualismo.
Che succede al bravissimo Saviano? Questo l’ho letto tutto a fatica, ma di recente ho interrotto dopo la decima riga un altro suo intervento sull’Espresso in merito a “Manituana”. Anche lì lo stesso peccato: frasi incomprensibili, cose come “Dinamiche lessicali”, e altre amenità insopportabili. Peccato 🙁
[Ste]
Non amo particolarmente Saviano, ma se suona la sveglia ai tanti (troppi) che ancora identificano la letteratura con la definizione che – per sintetizzare brutalmente – ne dava Umberto Eco nelle “Postille al nome della rosa” (letteratura come gioco combinatorio, freddo virtuosismo privo di densità con la sola funzione di esibire se stesso), ben venga anche ‘sto manifesto di Saviano.
E’ finito il tempo di fare i piedi alle mosche (ecco, me la sono cavata più elegantemente del Saviano plagiato da Celine…).
@ Massimo Maugeri:
Pare invece che il professor Piperno, a sentirsi definire scrittore disimpegnato, s’incazzi parecchio.
Cfr. puntata di ieri di Fahrenheit.
A proposito, qualcuno degli intimi ha chiesto a Saviano
quanta “letteratura più simile al morso di vipera che ad un acquarello di fantasie” ha trovato in Manituana? Perchè non vogliamo credere che la sua recensione sia solo, come tante in Italia, un omaggio agli amici degli amici.
Binaghi, ma un po’ di vergogna non la provi proprio mai? In questo momento tu stai dando del mafioso a Saviano per aver recensito Manituana, come hanno fatto altri in un altro post, peraltro.
Lo fai gratuitamente, senza che questo abbia una pertinenza reale con quanto si stava discutendo in questo momento, solo per sfogare i tuoi personali livori.
E allora mi sfogo io, stavolta.
Sai perchè credo che la cosiddetta blogosfera letteraria stia andando a puttane, in Italia? perchè in una parte ingentissima è costuita da persone che invece di portare contributi (di segno diverso, evidentemente: nessuno vuole un coro di unanimi), parlano di sè, delle proprie simpatie, della propria poetica, dei propri rancori, delle proprie frustrazioni. Dei propri LIBRI, naturalmente.
Pensando che tutto questo sia giusto, importante, interessante per gli altri.
Non funziona così. Per me, soprattutto, non funziona così. Se a te, e ad altri, piace: divertitevi. Sentitevi importanti. Sentitevi artisti, magari incompresi, contatevi le copie vendute, le recensioni, fate quel che vi pare.
Io lo trovo desolante.
Detto da una che si è arruolata coi Blisset da quando esistono, gli fa da portavoce quando può e s’incazza quando glieli toccano (la parola mafioso è tua, non mia: io parlerei piuttosto di conventicole di sinistra, ben note).
Vergogna? Non ne provo.
Sai perchè? Perchè sono stato zitto per vent’anni, per vedere che cosa ne sarebbe stato delle idee che mi avevano affascinato da giovane, se avessi capito male io, se la pochezza cui mi avevano condotto fosse da imputarsi solo alla mia fragilità.
E invece niente: finita la coscienza di classe, resta la conventicola, che si promuove vicendevolmente e spaccia se stessa come alta letteratura.
Avevi capito bene, Binà: la pochezza era tutta tua.
No, Valter, questo proprio no. Questo lo trovo un colpo basso, ben sotto la cintura.
Cosa dovevo pensare, allora, quando mi hai chiesto di presentare il tuo libro alla libreria del giallo? E cosa devi pensare tu delle cose che ho detto quel giorno? Devo sospettare che tutti parlino e scrivano “con lingua biforcuta”? E’ questo il mondo della letteratura che vogliamo qui in Italia? Un continuo vicendevole spompinamento utilitaristico?
No, grazie. Se queste sono le regole io mi tiro fuori dal gioco.
Gianni, mi spieghi cosa c’entra con me e te?
Quale “lingua biforcuta”? Tutti fanno tutto alla luce del sole, e se ne vantano pure, come Scurati e Piperno che fingono di litigare sull’impegno in letteratura e poi si spartiscono consensi sullo stesso palco (lì si che si contano le copie vendute, cara Lipperini, altrimenti non ci si arriva, alla faccia di roboanti dichiarazioni sulla volontà di promuovere il nuovo e l’anticonformista).
Il lettore non capisce?
Non capisce perchè chi ha scavato nei meandri della camorra e il post proustiano apologeta della pippa brindano insieme?
Sono tutti figli di Siciliano, ci spiega la Taglietti sul Corriere di stamattina: come dire, parole e idee facciano pure rumore, sono le parentele che contano.
E il potere, come sempre.
Vi fa senso Berlusconi che fa l’occhiolino ai democratici di sinistra?
Ma non è la stessa cosa?
Cara Loredana Lipperini, vorrei sapere, per favore, a chi ti riferisci quando sostieni che “altri” avrebbe dato del “mafioso” a Roberto Saviano “in un altro post”?
No, Binaghi, pure tu a metterla sullo sfogo qualunquistico dell’escluso: “è tutta ‘na combriccola”.
Andiamo…
Mi pare che la parola “mafia” andrebbe usata con maggiore precauzione, anche da Lipperini. Semplicemente, da sempre, i veri amici sono quelli che non parlano male di noi. Anzi, se possibile evidenziano le nostre qualità. BEN ALTRI, direbbe Barbieri, sono i ‘favori’ che si scambiano i mafiosi.
adoro il riflesso delle schermaglie.Ma oggi avverto giusto un rombo sordo relativo a neri clamori minacciosi al posto degli applausi che meriterebbero successi da prendere ad esempio in un mondo che boccheggia,con occhi tristi e dita spezzate, sotto i colpi dell’illusione(la solita guerra tra poveri insomma)
(la solita guerra di chi si sente messo in ombra dal successo degli altri)
(e preferisce attribuire quello alle conventicole, invece di pensare che in lui c’è qualcosa che non va)
Perchè non facciamo un party?
dove si beve ci si guarda negli occhi e magari si ride pure…
effeffe
ps
un party non democratico…
… comunista!!!
effeffe
@Livermore
Anche tu con gli argomenti ad personam? Se uno dice che una cosa non gli sta bene è perchè vuole promuovere i suoi libri?
Mai che a qualcuno venga in mente di confutare nel merito?
Se dico che quelli che si spacciano per centri di aperta e alta cultura sono strumenti di autopromozione dove contano affinità ideologiche e alleanze editoriali più che il valore, e che la cosa è molto più evidente a sinistra che a destra (cosa che tra l’altro hanno affermato in molti), mi si dimostri che ho torto.
Certo, ci tengo a quello che ho scritto, è sudore e sangue e ci metto la faccia, ma si scrive per comprendere la vita, non si vive per scrivere.
Ho pubblicato articoli e libri tra i venti e i ventidue anni e poi mi sono tolto dal circuito dei rivoluzionari di mestiere, perchè mi pareva di danzare su un ossario e non volevo perdere l’anima.
Nemmeno adesso voglio, e se volessi farlo (sacrificare idee e dignità alla promozione di un libro) non verrei a farlo proprio qui.
Quello che non va nei blog letterari, almeno per come si stanno mettendo le cose, è la frustrazione feroce che porta a buttare merda su tutto e su tutti, sempre e comunque. E’ come se i lettori-scrittori si stessero trasformando in hooligans. Del resto questa mutazione coinvolge i politici, i personaggi teelvisivi, gli idustriali, ecc.
Grazie, Nicolò.
Altra esagerazione, quella di Nicolò: tutto, tutti, merda, sempre… ma quando mai?
Nel merito del post su Saviano
In Italia un libro che vende più di cinquantamila copie non è letteratura, è costume. Può essere anche un buonissimo libro, ma diventa un-libro-da-avere-a-tutti-i-costi più che un libro da leggere. Lasciamo perdere Moccia e MelissaP: quello è costume e basta.
C’è anche vera letteratura, letteratura che fa mito: Piperno e Saviano. Al di là dei meriti e demeriti dei loro libri, Piperno e Saviano esistono perchè a sinistra, riconosciuta finalmente l’inevitabilità del mito, c’è bisogno di un buono e di un cattivo.
Piperno è il cattivo: antipatico, inutilmente snob, sfacciato celebrante della deboscia borghese, è l’icona del nemico che l’intellettuale comunista sogna di trovarsi davanti, per accusarlo di disimpegno e lui prontamente anticipa tutti e si presenta da sè, sbandierando l’inutilità della letteratura. Saviano è il buono: il ragazzo coraggioso, che sfida la camorra e deve spostarsi sotto scorta. Le prime cento pagine di Saviano sono anche potente letteratura, mentre Piperno l’ho trovato insulso dall’inizio alla fine, ma sono una coppia ideale. Non servono complotti editoriali o mediatici per metterli assieme, basta l’inconscio collettivo. Sono opposti e complementari, come certi archetipi junghiani.
Qui Saviano ci dice che vuole letteratura di dolore e d’inchiesta Rischia di identificare sè come autore con l’io narrante di “Gomorra”, un’autolimitazione pesante. In età diverse le cose si vedono diversamente. La letteratura è sempre di più: ricerca d’armonia, anche, composizione, trascendenza. Meglio essere fedeli alla vita che al proprio personaggio.
Ognuno è come è. E che ‘tte frega a te?
Magari tu complementare a WM3. E allora?
Suvvia, mettiti a 360° (spazia intorno con distaccata eleganza).
Seguo questo blog da parecchio, anche se il tempo per dare un contributo è sempre troppo poco. Ho letto il pezzo di Saviano, e non mi è dispiaciuto. Ho letto i primi commenti (critiche pertinenti) e mi sono trovato a favore o contro. Poi, come accade sempre più spesso (in molti blog), qualcuno cambia rotta, butta lì qualcosa di urticante, ma che non c’entra una mazza con quello che si sta parlando, pieno di livore e risentimento.
Anch’io sono “scrittore” alle prime armi, ma spero che se ciò che scriverò non verrà preso in considerazione (tocco ferro, sia chiaro), non me la prenderò con “gli altri” autori, per invidia, ricercando complotti o circoli chiusi.
Ma ora basta, chiudiamo questa parentesi, e torniamo
al post, da dove si era partiti…
Hap
@ a. barbieri
Mi sono preso la libertà di postare il suo commento positivo su Pandemonio nel forum della Fernandel in cui scrive Gianluca Morozzi, lo sceneggiatore di Pandemonio.
Spero non le dispiaccia.
E già che ci sono dico la mia.
Saviano è il futuro del giornalismo e della narrativa italiana e forse europea.
Questo non toglie che non lo si possa leggere con sguardo critico, ci mancherebbe. Ma non riconoscerne l’assoluto talento e la preziosità di risorsa insostituibile è, nella migliore delle ipotesi, miopia intellettuale.
@Lipperini. Attenta. Andrea Barbieri è in contatto da sempre con Fernandel e con il suo intervento ha voluto solo pubblicizzare Morotti. E’ tutta una mafia. Si è materializzato pure un tizio della casa editrice… Qua ognuno tira l’acqua al suo mulino. Oh tempi delle more!
Baricco scrive, nei “Barbari”, che da un certo momento in poi (un momento che segna una cesura), si è spostato il centro della letteratura dall’espressione alla comunicazione: è diventata meno importante la voce che parla, e più importante l’orecchio che ascolta. Cito Baricco perché il suo approccio non è di quelli “oddìomistracciolevestisoloasentirlo”, ma: cerchiamo di capire cos’è successo, e come pensano i nuovi lettori (“i barbari”). Io trovo che questa considerazione aiuti a capire il valore che Saviano attribuisce alla letteratura più di tante comparazioni o elencazioni su chi ha detto che la letteratura è…
A scanso di equivoci: in Saviano il piano espressivo c’è, eccome, ed è importante, non secondario (è un “letterato”, non un “giornalista”). ma Saviano è un ragazzo (ricordarselo, tutti quelli che ironizzano sulla scorta: un ragazzo, anche se è nato in una terra dove si resta giovani troppo poco tempo) del XXI secolo, per il quale il piano comunicativo è come la funzione polmonare: non solo vitale, ma automatica: non esiste per effetto di un volere mediato, ma per impulso neuronico. Sempre per capirsi: anche Moresco, per quanto sia interamente calato sul piano espressivo, non è né ignaro né indifferente al piano comunicativo. Perché anche Moresco è un “ragazzo” del XXI secolo (era, anagraficamente, ragazzo nel secolo scorso, ma era già proiettato nella mutazione in corso, e per fortuna non è di quelli che si sono pentiti e non va in giro ad esibire la propria impotenza).
Piuttosto che chiedersi se sia meglio Saviano o il tal altro nel definire la letteratura, sarebbe più utile (o almeno: io credo sia più utile) chiedersi se il tale o il talaltro, vissuti nell’età espressiva, scriverebbero nello stesso modo e penserebbero nello stesso modo anche oggi, nell’età della comunicazione.
Resta il fatto che, foss’anche che Saviano scrive male e male si esprime (liberi tutti di pensarlo, magari argomentarlo con uno straccio di analisi, chessò, dei registri linguistici sarebbe più onesto, ma vabbé…), della comunicazione di Gomorra c’è bisogno come il pane.