Tag: fantascienza

Quarta puntata di una serie dove si tirano le fila di tanti discorsi, e che riprende lunedì. Oggi, l’intervento di Andrea Cattaneo, redattore della rivista “Robot” e collaboratore di “Delos Science Fiction”. Ha pubblicato i romanzi “Uomini e Lupi” (Delos Digital) e “Non è che un soffio” (Kipple Officina Libraria), e l’antologia horror “Animali Notturni”.
E ama la libertà di scrittura, come tanti e tante.
“È un atteggiamento legittimo, per carità, tipico del giro buono degli scrittori italiani, quelli che ambiscono allo Strega, per intenderci. Ma io ci vedo anche una gabbia dorata, da cui forse qualcuno vorrebbe scappare e non può. Guai, se sei pubblicato da un grande editore, a dire che il tuo prossimo romanzo sarà di fantascienza! Quanti se lo potrebbero permettere?
Fa impressione, in questo senso, la differenza con gli omologhi europei e americani: quanto amano la fantascienza e il fantastico! Quanto adorano la libertà che il genere concede di sperimentare temi e forme, approcci e visioni! Una libertà che in Italia rende pochissimo e che Covacich non conoscerà mai. Ma gli auguro che anche questa si riveli una delle tante previsioni fallaci che tanto lo indispettiscono.”

In questa serie di interventi, che proseguirà per un po’, anche perché ne stanno arrivando di nuovi e belli, c’è un dato che chi non frequenta, sia leggendo che scrivendo, il mondo della letteratura fantastica secondo me non coglie. Si scambia, cioè, per vittimismo (o permalosità) quella che è e resta un’anomalia italiana che va peraltro diventando più forte. Se, fino a cinque-sei anni fa, alcuni editori si aprivano a romanzi che quanto meno includevano il non realismo anche se non appartenevano formalmente al genere, adesso ci si irrigidisce, si teme, si preferisce di no. Normale, si dirà, perché i libri si vendono poco e bisogna puntare sul sicuro. Non ne sono del tutto certa, e Patrick Fogli, che genere scrive (non fantastico, ma sempre genere) e che organizza insieme a Massimo Carlotto gli Stati Generali dell’Immaginazione (e non solo), porta almeno un esempio francese. Dove sta, insomma, l’anomalia?
“Il mainstream è l’unico racconto a cui viene concessa patente di letteratura, si ammette obtorto collo che King è un gigante, che la Jackson e Lovecraft sono fra i pilastri del contemporaneo tanto quanto Frankenstein e Dracula, si osannano e premiano gli stranieri quando aprono scenari inquietanti o altri su una realtà già spaventosa – Il canto del profeta, Cronorifugio, Non lasciarmi, la straordinaria Mariana Enriquez, il DeLillo di Zero K per citare titoli e autori –, ma se qualcuno ci prova a queste latitudini si alza sempre un sopracciglio, quasi che non fossero mai esistiti romanzi meravigliosi come L’anno dei dodici inverni di Tullio Avoledo o, per uscire dalla fantascienza, Romanzo criminale o Gomorra.
Una stortura tutta italiana, basta valicare le alpi perché tutto cambi.

Nel 2020 Hervé Le Tellier vince il Goncourt con un romanzo di fantascienza, L’anomalia, che ragiona su uno dei grandi classici della letteratura, il doppio. Una storia che da noi non avrebbe mai avuto la stessa attenzione, neppure editoriale. Sempre il Goncourt ha premiato un autore come Lemaitre che ha frequentato e frequenta il genere”.
“Capisco le provocazioni, ma le storie sono nate per distruggere gli steccati, non per costruirli, la letteratura svela raccontando e la nostra non lo fa solo se parla di dolori famigliari, malattie, piccole tragedie quotidiane, ma anche quando usa astronavi, draghi, delitti, gente che vola, maledizioni, fantasmi.”

Seconda puntata della discussione sulla fantascienza. Che, almeno per come la vedo io, non è una discussione “contro” un articolo, ma una discussione per capire come mai, nel 2026, un grande inserto culturale di un grande quotidiano pubblichi un articolo che conferma il pregiudizio neanche troppo latente sulla fantascienza stessa e, aggiungo sempre, su tutta la letteratura fantastica. Che ancora oggi viene guardata con sospetto e confinata in un recinto: anche se da quel recinto è uscita fuori da un bel po’.
Pubblico dunque l’intervento (immenso, colto, profondo) di una grande scrittrice italiana di fantascienza, Nicoletta Vallorani, nonché studiosa della medesima, che in proposito ha moltissimo da dire.
Segue domani e dopo e ancora.
“Donna Haraway, filosofa che con questa tipologia di narrazioni ha avuto molto a che fare, in Staying with the trouble (pubblicato in Italia come Chtulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto) suggerisce in modo geniale di sposare il semplice acronimo: “SF” può significare molte cose, ovvero science fiction, speculative fabulation, string figures, speculative feminism, science fact, so far. Si può scegliere. E se si può scegliere, vuol dire che i confini sono caduti e che in questo territorio la migrazione è libera, purché si disponga di un unico passaporto: la capacità di visione. Vorrei che diventasse finalmente chiaro che questa visione si aggancia con una solidità non controvertibile al reale. Il che non vuol dire prevedere il futuro: piuttosto ragionare sui dati del reale per costruire un progetto, che analizza il percorso del cambiamento per mostrare quello che potrebbe accadere.
Potrebbe: un condizionale che dipende dalle scelte che decidiamo di fare, nel mondo reale, dopo averle progettate nel mondo della finzione. Ray Bradbury lo scriveva già nel 1953, rispondendo a un giornalista che probabilmente ragionava come alcuni critici di oggi. Il giornalista gli chiedeva appunto se Farenheit 451 era una previsione del futuro europeo dopo l’esperienza dell’olocausto. Bradbury, non ebbe esitazioni: “I’m a preventer of the future. I’m not a predictor of it”.”

Come promesso, il blog è aperto alle riflessioni sulla fantascienza e sulla sua accoglienza in Italia. C’è qualcosa che non torna, e non si tratta solo di un articolo. Oggi interviene una delle maggiori studiose di letteratura fantastica in Italia, Giuliana Misserville, e la ringrazio per questo.
Individua tre modalità nell’atteggiamento verso la fantascienza, in Italia.
“La terza modalità consiste nell’accogliere la fantascienza nel pantheon della cultura italiana affidandone però la cura a studiosi e scrittori (rigorosamente maschi) che di fantascienza non si sono mai occupati. Come se studiosi e studiose di fantascienza in Italia non ce ne fossero: toh… li avevamo cercati ma non esistevano o non erano disponibili perché stavano portando a spasso il cane. Per un malcelato tentativo di nobilitare così la materia trattata. Vedi Meridiano su Philip Dick.
Queste tre modalità rimandano a una società culturale che ha un’idea di letteratura molto mainstream, molto ingessata, antiquata e forse in buona parte superata o piuttosto ben attenta ai rapporti di potere vigenti nel paese in cui abitiamo.
Mentre io amo la letteratura tutta, e quella di genere in particolare perché come ben individuava Valerio Evangelisti può costituire un potente strumento di critica sociale e politica.
Come la fantascienza è stata la letteratura utilizzata dalle scrittrici americane degli anni Settanta per sovvertire il patriarcato sulla pagina scritta e nella vita reale, oggi, nel nostro paese, la fantascienza e il fantastico sono la letteratura utilizzata dalle soggettività marginalizzate per dire la loro rabbia, parlare di utopia e inventare un altro futuro.”

La cronaca. Su La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, esce un articolo di Mauro Covacich dal titolo “Contro la fantascienza”, dove da una parte ammette una personale distanza di lettore dalla fantascienza medesima (ci sta, son gusti, se elenco le mie idiosincrasie non finiamo più), ma dall’altra rimprovera al genere di non essere stato veritiero nelle sue predizioni. Insomma, di non aver azzeccato quel che raccontava nei suoi romanzi. E, temo, l’errore grave è qui, perché la fantascienza non ha questa vocazione, non vuole immaginare il futuro ma creare mondi, e in quei mondi raccontare il nostro. L’ho detta semplice, altri la diranno meglio, perché a partire da oggi apro il blog agli interventi di scrittrici, scrittori, lettrici e lettori sul punto.
Lo faccio per due motivi. Primo, non amo le tempeste social, che prevedibilmente si sono scatenate su Mauro, che stimo come scrittore e come persona. Secondo, chi lo ha difeso ha detto una solenne fesseria: ovvero che i poveri scrittori letterati non vendono, mentre gli autori di fantascienza sì, essendo brutta gente che scrive romanzi per ragazzini. Dunque, mi sono resa conto che nonostante anni e anni di discussioni, scrittori letterati confondono ancora fantascienza con fantasy, e non parliamo ovviamente dei sottogeneri, e non parliamo dell’horror e del gotico.
Anzi, parliamone. Perché in questo schifare tutto ciò che non è realista (non è il caso di Covacich, ma del collega difensore e di molti altri sì) si perde non soltanto l’opportunità di leggere libri meravigliosi, e molto più letterari dell’ennesimo memoir. Ma ci si dimentica un particolare. Tutta la letteratura è fantastica. Anche se non vogliamo dircelo.
Dunque, comincio da qui, con il primo intervento. Il mio.
Che parte da Carlo Fruttero (la fantascienza “non è profezia, ma una proiezione appassionata dell’oggi su di un avvenire mitico: e per questo aspetto partecipa della letteratura e della poesia”) ad Antonio Caronia (“i sacerdoti e i semplici devoti di quel monte hanno saputo vedere la componente salvifica di quell’enorme simulazione della messa in crisi del mondo e di tutte le possibili forme di cura dello stesso. Assecondare la lacerazione del tessuto della realtà per evidenziarne i punti di rottura e porvi rimedio”). E altre, e altri.

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