ACCLAMAZIONI OBBLIGATIVE (SCUSA, GADDA)

Bene, da dove si riparte? Perché la questione della difficoltà di parola, del trovare le parole, del far arrivare le parole, tocca ogni argomento e diventa argomento centrale, sì.
Qualche esempio: in queste ore si registrano le doglianze per lo slittamento della legge sul cognome materno. Comprensibili e giuste quelle di chi della legge è relatrice, un po’ meno comprensibili quelle che vengono da chi ha stradifeso la renzianità e poi sbigottisce davanti alla scarsa sensibilità dell’attuale governo nei confronti delle questioni che riguardano i generi e, in assoluto, i diritti.
Com’è possibile, ci si chiede, dal momento che tanto era stato detto e fatto in questi anni? Possibilissimo, perché di quanto detto e fatto è stata recepita solo la narrazione più semplice. Basti guardare il cortometraggio presentato dal ministero dell’Interno contro la violenza sulle donne per scoraggiarsi: non una delle discussioni sulla necessità di porre la questione in termini culturali e non di demonizzazione del genere maschile e di vittimizzazione delle donne è stata recepita, come ben spiega Nadia Somma. La festa dello stereotipo, insomma, e hai voglia a dire che gli stereotipi sono un danno pesantissimo, hai voglia a dire che a forza di stereotipi siamo già tornate indietro (basti partecipare a qualsivoglia discussione, o leggerla soltanto, per scoprire quante fiere intellettuali tornano a dire “stiamo benissimo, no?”, sottintendendo “IO sto benissimo così, qual è il problema?”).
Aprendo la posta, stamattina, trovo il comunicato relativo a un terrificante fumetto che non nomino per evitargli pubblicità gratuita: terrificante, furbissimo e malandrino, visto che invita le piccole aziende, pizzerie e parrucchieri o quel che volete,  a contattare gli autori per farsi inserire nella storia e dunque aumentare la clientela. Orbene, il terrificante fumetto sbandiera l’approntamento di un numero speciale contro la violenza sulle donne con nota attrice testimonial d’eccezione per combattere la piaga eccetera.
Nulla di stupefacente, ma anzi consequenziale. Dunque, da dove si riparte?

2 pensieri su “ACCLAMAZIONI OBBLIGATIVE (SCUSA, GADDA)

  1. Da dove si riparte, anzi, da dove si parte? Da noi, come sempre diciamo senza però fare nulla. Nulla nelle nostre case, intendo dire… non maturiamo la consapevolezza del nostro essere persona alla pari. Una giovane signora, a cui il marito separato ha fatto patire le pene dell’inferno, ha reputato ingiusto l’assegno fissato dal giudice a suo favore perchè l’ex, dice, ora ha un mutuo da pagare e un’altra famiglia da mantenere. E la loro famiglia? I loro figli che ora sono diventati solo suoi e sono considerati un peso? Ecco, fino a che noi persone di genere femminile non riusciremo a riconoscerci dignità di persona troveremo “normale” quel terribile video del ministero e che le persone di genere maschile abbiano sempre la precedenza e la ragione.

  2. Secondo me hanno rimasterizzato un audiovisivo dei falangisti spagnoli creato a suo tempo per essere diffuso tra i repubblicano con l`intento di diffondere lo scoramento.E poi hanno aggiunto un finale coi ritagli di deserto rosso

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