Per una serie di circostanze, in questi giorni malaticci ho pensato parecchio al sistema editoriale e a cosa si chiede a chi scrive. Intanto, come è ovvio, si chiede di vendere, e di vendere possibilmente subito, nel giro di due settimane. Qualora non ci si riesca, come ben sanno coloro che scrivono, non solo il libro torna in resa, ma il numero di copie vendute peserà sui libri successivi come il cuore dell’ingiusto nella psicostasia egizia, e le prenotazioni verranno ridotte ai minimi, innescando una spirale di condanna silenziosa da parte di (alcune) librerie e di (alcuni) editori. Come se fossero gli autori a dover vendere e non gli editori e i librai a contribuire alla vendita, visto che in fondo gli autori dovrebbero solo scrivere, ma facciamo finta che sia così.
La logica è comprensibile, trattandosi di un mercato: che sia anche una logica pagante è tutto da vedere, però. Anche perché per bilanciare quell’esiguità di vendite si chiederà dunque all’autore o all’autrice di spendersi in presentazioni, di essere presente il più possibile con il suo corpo e la sua eventualità abilità di performer. Che però dovrebbe essere un altro lavoro: l’intrattenitore o intrattenitrice, appunto, e non lo scrittore o la scrittrice.
Cosa voglio dire, infine? Niente che chi scrive non sappia già. Ovviamente resta la libertà di sottrarsi, di dire no, di fare spallucce e di continuare a scrivere quello che si ritiene giusto. Mi chiedo soltanto per quanto tempo questo sistema potrà sopravvivere e quanto, alla fine, dei corpi degli autori e delle autrici si farà a meno: perché lo spettacolo va bene, ma troppo spettacolo finisce con l’allontanare. Poi, al solito, io resto convinta che siano le reti a funzionare, che siano le connessioni fra piccole realtà, dove i numeri di copie vendute e la performance contano molto meno dei progetti comuni. Ma magari ho torto, anzi di sicuro.

Ho letto sul Corriere della Sera la lettera che Dacia Maraini ha scritto a Papa Francesco a proposito della sua presa di posizione sui candidati alle presidenziali degli Stati Uniti.
Scrive, tra l’altro, Dacia:
“Lei afferma che fra Donald Trump e Kamala Harris non ci sono differenze, perché l’uno vuole cacciare gli emigranti dal paese lasciandoli morire e l’altra rivendica l’assassinio dei bambini nella pancia delle madri che dovrebbero nutrirli e metterli al mondo.
Quindi: «votate per il male minore», ha concluso salomonicamente.
Mi perdoni se mi permetto di rilevare che per un comune lettore (e sappiamo quanti lettori ed estimatori lei abbia), risulta chiaro che chi uccide i figli che devono nascere non è il minore ma il maggiore dei mali”.
Dacia Maraini ricorda anche quello che viene detto da cinquant’anni e più: interrompere una gravidanza non è il desiderio di uccidere, ma la rivendicazione della libertà di decidere se essere o meno madri. Quante volte è stato ripetuto questo concetto? Infinite, da quando avevo vent’anni. Cosa è andato storto?

Davvero due parole, per ora, a meno di un mese dal debutto di Cose (molto) preziose, ovvero il Bookclub che da metà ottobre potrete ascoltare su tutte le piattaforme grazie a Emons Record e BPER Banca.
I dettagli, per chi vorrà, il 25 settembre alle 18.30 a Spazio Sette, a Roma. 
Lo spirito: non è un podcast ma un Bookclub, ovvero un club del libro, ovvero la ricreazione di quella bellissima comunità che intorno ai libri si forma e vive. E dunque: non ci saranno monologhi ma conversazioni, che è qualcosa che ho sempre amato fare. Per gli altri, e anche per me. Amavo condurre Fahrenheit perché mi invitava a imparare, perché mi costringeva a studiare, a incontrare i pensieri di chi pratica  filosofia, linguistica, neuroscienze, estetica, e non solo, cui forse non mi sarei avvicinata. È stato così per anni. E’ così oggi. Se non imparo qualcosa che non so, appassisco. Se mi crogiolo in quello che so, divento arida. Se divento arida, la mia vita si ripiega nella sola memoria. 
Quindi è attraverso l’incontro che si resta curiosi e quindi vivi. 

Domenica mattina, a Intermittenze a Riva del Garda, Carlo Lucarelli e io ne abbiamo parlato pubblicamente, auspicando che la discussione si ampli. Volete citare una strofa (una) di una canzone? Non potete, vi dirà l’ufficio diritti della casa editrice, oppure potete ma bisogna pagare cifre spropositate alle case discografiche ed è meglio evitare. Volete inserire una o due righe, ovviamente citando l’autore e il titolo e pure l’edizione, di un testo che per la storia è indispensabile (almeno secondo voi)? No. Bisogna chiedere i diritti, anche di quella riga, e dunque è meglio la parafrasi. E l’esergo? I miei amati esergo da cui tanto, a mio parere, si capisce del libro? Chiedere i diritti pure per quello. Oppure scegli un testo fuori diritti e lo ritraduci tu, se conosci la lingua.
Succede a Lucarelli, succede a me, succede a un numero enorme di scrittrici e scrittori che, prima, non si erano mai posti il problema, convinti com’erano, e sono, che lo scambio vicendevole giovasse a tutti, nel rispetto ovviamente della fonte, che deve essere citata sempre: non vi viene voglia di leggere quel determinato libro di cui si estrapola una frase, o di ascoltare quella canzone che per il personaggio è rivelatrice? 
Pare che non conti.
Dunque, iniziamo a parlarne: non era così fino a non molto tempo fa, ora lo è sempre di più. E privati della possibilità di evocare musiche e poesie, gli autori e le autrici si ritroveranno, magari, davanti a uno specchio, citando solo frammenti della propria vita, per non sbagliare.
E’ un problema, eh.

La morte di Canalini, grande editor di Transeuropa, e poco prima di Ernesto Franco, direttore editoriale di Einaudi, hanno fatto pensare e scrivere a molti che un’epoca dell’editoria è finita. Forse sì, come sempre avviene del resto: l’editoria di oggi ha pochissimo a che vedere, in realtà e già da tempo, con quella degli anni Ottanta e Novanta. Ma se giustamente piangiamo e salutiamo le persone, sono convinta che non dobbiamo piangere l’editoria. Mi permetto di riportare qui le parole di un altro protagonista della cultura che mi era caro, Paolo Mauri, che nel suo L’arte di leggere, nel 2007, scriveva: “Waugh, nel suo magnifico romanzo Una manciata di polvere, immagina che un colono analfabeta che vive nella foresta amazzonica ospiti un esploratore colto per farsi leggere, la sera, le opere di Dickens. Ho detto «ospiti», ma ben presto il malcapitato scopre che si tratta di una vera e propria schiavitú. L’uomo ha un fucile e lui, che si è perso, non ha piú nulla. Si salva con la lettura come Sheherazade.

Chi legge ha sempre una sorta di fucile puntato contro: se smette qualcosa finisce per sempre. Non muore solo il lettore, muore tutto un mondo. Impossibile? E già accaduto un’infinità di volte”.

Che poi, non vogliono neanche essere definiti odiatori. Dicono di sé, anzi, che sono belle persone che dicono la verità in un mondo ipocrita. Dicono di sé che è loro diritto dire qualsiasi cosa passi per la testa. Succede da anni, succede di più.
Il problema è che si sta passando ai fatti. Dopo uno dei più spaventevoli episodi di cronaca di questi giorni, l’assassinio di uno scippatore da parte di Cinzia Dal Pino, imprenditrice viareggina, la rete inneggia a lei.
Ma questa, dirà qualcuno, è una circostanza eccezionale. No, non lo è, ed è esattamente legata all’onnipotenza di chi sui social difende il diritto a insultare e annichilire, anche da posizioni di autorevolezza (eccome). Dunque, dirà il solito, evocando censuratori di Stato, vuoi mettere il bavaglio agli altri? Ecco, quel che mi stupisce è che non bastano dieci lauree e decine di libri pubblicati per capire che è una questione di contagio, e che se si usa un linguaggio violento altri e altre si sentiranno autorizzati a farlo, e persino, in casi eccezionali, a passare alle vie di fatto. La peste è sempre pronta a moltiplicare i suoi topi, e lo ha già fatto. Ci vorrebbe qualche Rieux in più, magari (e c’è, per fortuna, anche se si nota meno).

Avviene ogni anno, e avviene in genere proprio alla fine dell’estate, quando i corpi, dopo la libertà della pelle nuda e dei piedi senza scarpe, tornano a essere un problema. Però succede di più, ogni volta. Chiunque frequenti un social viene invaso da proposte che riguardano lo yoga sulla sedia (se over 60, soprattutto), o tutti i modi per portare a termine con successo la strategia del digiuno intermittente, e sul suo schermo danzano gli avocado e le uova della dieta chetogenica, e produttori di formaggio vegano sussurrano che la differenza col pecorino serravallese proprio non si sente. E poi ci sono le star del penitenziagite, che ti ricordano che devi morire e che morirai prima se assaggerai un solo goccio di vino, o se tirerai una boccata di sigaretta. Il che è anche vero, ovviamente. Ma credo che ognuno di noi, a meno che non abbia la vocazione dell’altrui fustigazione, sappia bene che abbandonare una pessima abitudine non è affatto semplice, e che non tutti hanno la volontà della Ligeia di Edgar Allan Poe (“Né l’uomo è inferiore agli angeli, né vien domo dalla stessa morte che per difettò della povera sua volontà”: in realtà Ligeia cita Glanwill).
L’ossessione per il corpo mi dà sempre da pensare, perché aumenta.
Siamo entrati nell’ordine di idee che si possa e debba controllare tutto. E’ giusto e sano e importante che, negli anni, ci si renda consapevoli di quanto alimenti e comportamenti possano essere dannosi per il nostro corpo, e che ci si metta in guardia contro le abitudini sbagliate. Ma è la violenza con cui si fa a preoccuparmi.  Il controllo sociale, se vogliamo, sulle nostre vite, e lo stigma qualora i nostri comportamenti non siano virtuosi (ed è una delle rare occasioni in cui gli aggressori si dimostrano preoccupati per il servizio sanitario nazionale su cui i viziosi gravano, onestamente).
Il corpo è la nostra ossessione nel tempo in cui quel che contano sono i nostri corpi immateriali, opportunamente abbelliti e filtrati e con il giusto sfondo. E se questo è il modello fornito dagli adulti, cosa mai dovrebbero fare gli adolescenti, i figli e le figlie che agli adulti guardano?

Infine, sono tornata, con alle spalle un mese e mezzo fitto di incontri e di scrittura, e come a ogni ritorno trovo sul tavolino la pila di libri di settembre. Come ogni anno, mi chiedo come andrà. Come ogni anno, penso a quante cose belle abbiamo a disposizione, e faccio voti perché trovino la loro strada. Cosa non semplice. Perché da troppo tempo si ripete la lamentazione comune dei troppi titoli. E’ un problema, e non piccolo, e neppure nuovo: ma si sta aggravando. Come può il lettore professionista assolvere al suo compito nell’oceano di titoli che si trova davanti?
Dunque forse bisognerebbe tirare il fiato, ricordare che la vita di un libro è imprevedibile, come molti sanno, e scrivere con l’anima in pace. Bisognerebbe anche che la critica avesse più spazi per esprimersi e per fare il suo lavoro, che, ripeto, non è quello di far vendere, ma quello di analizzare. Bisognerebbe, infine, placare le aspettative generali. Perché se si continua così, gli scrittori a inseguire il libro che vende tantissimo, gli editori a dover vendere tantissimo quel libro, i librai a dover basare le prenotazioni su quel che si è venduto, mentre noi tutti, lettori e scrittori, continuiamo ad annaspare tra novantamila titoli l’anno, si implode, semplicemente. E anche in tempi brevi.
Detto questo, voglio comunque fare gli auguri di buon vento ad alcuni libri fra i molti che mi aspettavano a casa: Nei nervi e nel cuore di Rosella Postorino, Ogni cosa è per Giulia di Lucia Tancredi, Il gelso di Gerusalemme di Paola Caridi, Le mie cose preferite di Susanna Tartaro. E le bozze dell’imminente Il male che non c’è di Giulia Caminito.
Tutte amiche tue, bofonchieranno i soliti. Tutte scrittrici che conosco e amo, rispondo: come al solito, si è amici di qualcuno perché lo stima, e non si stima qualcuno perché è tuo amico. Ma che lo scrivo a fare?
Ben ritrovato, commentarium.

Già, è quel momento dell’anno in cui il blog va in vacanza. Mi sembra buffo, oggi, usare la parola vacanza perché teoricamente non avrei più bisogno di ricorrere alle ferie canoniche. Invece sì, però. Settembre e ottobre saranno fitti di impegni anche senza Fahrenheit: e a metà ottobre, come detto, ci sarà qualcosa di molto vicino a Fahrenheit in arrivo.
Intanto, mi concedo un’altra giornata di mare e fra domani e domenica chiudo le valigie e vado nelle Marche. Ho un romanzo da finire (Il segno del comando) e uno da riprendere, e poi tanto da leggere, e anche tanto da fare.
Quindi, sarà un agosto intenso, come al solito.
La differenza è che stavolta ho voglia di riprendermi i pensieri e i progetti: ci sono tante cose da fare, in questo mondo che troppo spesso mostra i denti, fuori e dentro le patrie lettere, fuori e dentro le patrie.
Buona estate, commentarium. Sui social sarò sempre attiva, comunque, e così sui giornali. E magari mi riaffaccio prima di settembre. Grazie, come sempre, di esserci.

Nel 1985 Pietro Citati lesse la classifica dei libri più venduti e scrisse che vi dominava  “una purea di viscidi sentimenti, falso sublime, pensieri confusi”. Di qui, l’esortazione di Citati medesimo: italiani, non leggete più, fate fallire gli editori. Fra i suoi bersagli, Il nome della rosa di Umberto Eco, all’epoca ancora in classifica, nonostante la “assoluta assenza di ogni talento letterario”.
Non è la prima volta che si disprezzano i libri più venduti. Accade però da ultimo che si disprezzino le scrittrici, anche perché sono molto vendute, ma non solo.
Mi si rimprovera spesso perché segnalo quel che viene scritto in materia: lo trovo non solo legittimo, ma importante (esattamente come la rassegna stampa che Michela Murgia non ha mai smesso di fare e che è ancora visibile sul suo profilo Instagram). Buon ultimo, come ho scritto ieri su Facebook, l’articolo di Antonio Gurrado sul Foglio, che ancora una volta prende spunto dall’incoronazione de L’amica geniale di Elena Ferrante da parte del New York Times, faccenda che ha evidentemente provocato gastriti nella gran parte del mondo letterario italiano.
Lungo post dove appaiono Pietro Citati, Bernard Grasset, Paolo Mauri, Mariano Tomatis, oltre al signor Percy Selbit, che desiderava segare in due la leader delle suffragette.

Loredana Lipperini
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