Ieri pomeriggio ho visto finalmente “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi. L’ ho trovato non solo un film pieno di intelligenza e di grazia, ma una delle non molte storie in grado di catalizzare una comunità. Al cinema gli spettatori inorridivano quando alla protagonista cade di tasca la famosa lettera, per esempio, e piangevano nella scena finale, e alla fine abbiamo applaudito non per forma, ma per gratitudine. Cos’ altro si deve chiedere a una storia? Così, mi è tornata in mente una vecchia lettera che Marco Bellocchio scrisse a Repubblica nell’ agosto 2007. L’ avevo conservata, ed eccola.

Allora, viene da porsi qualche domanda: cosa succede quando immaginario e scienza si intrecciano? Quando i transumanisti che sperimentano la possibilità di “salvare i dati” della nostra mente vengono anticipati in San Junipero di Blackmirror? E che fine fa quella hybris che impediva di varcare i confini, in Goethe come nel manga Death note? E cosa sarà degli immortali che abbiamo letto o ammirato, o compianto, in libri, fumetti e film, e naturalmente in Tolkien, che su morte e immortalità ha fondato il Signore degli anelli? E saremo infine noi stessi a diventare così simili ai replicanti di Blade runner, che erano collocati, guarda caso, proprio nel 2019 che è già alle nostre spalle?

Fino all’agosto scorso, e alla morte di Michela Murgia, mi dicevo che bisogna pur comprendere la solitudine, la rabbia, la tristezza di chi usa la rete con odio e livore. Da allora faccio molta più fatica, lo confesso. Perché esistono altri modi per sfogare o consolare solitudine rabbia e tristezza. Modi che non feriscono. Modi che non fanno ammalare.
Ma voglio essere ottimista fino all’ultimo. Dunque, concludo questo anno con le parole di Neil Gaiman, a proposito di diritti:

“Abbiamo l’obbligo di rendere le cose belle. Per non lasciare il mondo più brutto di quello che l’abbiamo trovato, per non svuotare gli oceani, per non lasciare che i nostri problemi ricadano sulla prossima generazione. Abbiamo l’obbligo di fare pulizia prima di scomparire, e non lasciare che i nostri figli si ritrovino in un mondo miope, incasinato, immutabile e paralizzato.”
Buon anno, commentarium caro. E che sia migliore

Devo in effetti chiedere scusa al commentarium, perché sto vergognosamente trascurando il blog. A mia giustificazione parziale, il cumulo impressionante di lavoro degli ultimi mesi, che non si placa neppure durante le feste. Saprò recuperare, prometto. Come piccola riparazione posto qui uno stralcio dell’articolo di Sandra Newman che riguardava l’utopia e che ho citato ieri in trasmissione, con qualche mia considerazione. 

A maggio 2019, Sandra Newman, autrice del bellissimo I cieli (che è un romanzo fantastico utopico), analizza la tendenza, in cerca di utopia. Perché c’è stata anche quella, da Platone e Thomas More fino a Millennium Hall di Sarah Scott e prima ancora Camelot, naturalmente, e ancor più naturalmente l’idea religiosa che la storia degli uomini “cominci nell’Eden e finisca in cielo”. E’ stata la catastrofe del ventesimo secolo a favorire la distopia, e oggi l’utopia cristiana diventa la Gilead del Racconto dell’ancella, e le innovazioni tecnologiche diventano la possibilità di nuove atrocità come in Non lasciarmi, in Cloud Atlas, in Black Mirror.

Ieri sera, tornando da Torino a Roma, sono nuovamente capitata nella situazione più pericolosa per chi viaggia in treno: non la signora che parla al telefono con tutta la famiglia, non il gruppo di amici che grida e ride, neppure il signore che guarda i video delle partite senza auricolare.
La cosa peggiore che possa capitare, infatti, sono i manager. I manager sono quelli che appena seduti aprono il computer, lanciano excel e cominciano, se va bene, a compilarne ogni campo. Se va male, e va spesso malissimo, sono quelli che trascorrono le ore del viaggio in call con altri, naturalmente urlando, perché anche se hanno gli airpod non sanno come usarli.
Ma ieri ho avuto l’illusione che fosse un viaggio diverso, salvo ricredermi in fretta.

“L’ho uccisa perché l’amavo” esce domenica in allegato con Repubblica. E’ stato pubblicato dieci anni fa, nel 2013, per Laterza ed era fuori catalogo dalla primavera scorsa. E’ un piccolo libro scritto con Michela Murgia in una manciata di settimane: è stato annunciato a me a dicembre 2012, mentre ero in Val d’Aosta, ed è stato concluso a gennaio 2013, mentre Michela era in Val d’Aosta, per chi crede nelle coincidenze. Noi ci abbiamo creduto.
Quello  che si propone il libro non è raccontare storie (altri e altre lo hanno fatto ed è importante che si continui a fare), ma ragionare sulle parole che vengono usate per raccontare le storie. Per questo, posto sul blog un frammento del capitolo introduttivo. 
C’è un misto di gioia e malinconia nel salutare il ritorno di questo piccolo libro, l’unico scritto insieme, un pezzo per una, e lunghe telefonate in mezzo. Ci sono cose che tornano. E altre che non tornano. Così è.

Loredana Lipperini
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