Codice della strada. “Per quanto riguarda gli stupefacenti non ci sarà bisogno di mostrarsi in uno stato di alterazione psico-fisica, ma è sufficiente il sospetto che siano stati assunti per far scattare il test immediato: la positività comporterà la revoca della patente e la sospensione fino a tre anni”. Sarà interessante capire cosa suscita il sospetto.
Decreto Caivano. Carcere più facile per i minorenni, possibilità di vietare l’uso del cellulare con «avviso orale», in caso di alcuni reati, carcere fino a due anni per i genitori se i figli non rispettano l’obbligo scolastico, con revoca dell’assegno di inclusione.
Scuola: riportare la “cultura del lavoro” (Valditara dixit). E soprattutto voto in condotta, o meglio “dobbiamo riportare nella società valori, buon senso e serietà per evitare che il nostro Paese vada allo sfascio”.
Undici mesi fa la Presidente del Consiglio rispondeva alle non poche polemiche relative al decreto anti-rave e anti-tutto con queste parole: “è una norma che rivendico e di cui vado fiera perché l’Italia – dopo anni di governi che hanno chinato la testa di fronte all’illegalità – non sarà più maglia nera in tema di sicurezza”.
E’ un ouroboros: parte della società è divenuta più giustizialista, la politica (e non solo le destre) cerca il consenso. Possiamo mettere anche le mani nei capelli, volendo: sarà più importante sporcarsele, e darsi da fare.

So che questo blog è in ritardo sui tempi previsti. Ma come è noto settembre è un mese fitto di appuntamenti, e viaggiando tra Mantova e Pordenone e Conversano non riuscirò a tornare ad aggiornarlo prima di fine mese. Per farmi perdonare, posto qui il mio articolo uscito su L’Espresso di inizio settembre. Era ed è sulla violenza contro le donne.
Pensavamo di essere state capite e riconosciute, almeno nella maggior parte dei casi. Pensavamo che il cammino comune con gli uomini auspicato da Simone de Beauvoir nel 1949 fosse cosa fatta. Pensavamo che chi paragona le femministe a “moderne fattucchiere” fosse minoranza. Pensavamo che questo scavallare la soglia della violenza fosse frutto di un tempo diviso, di una generale condizione di frustrazione e rancore. Non è così o non è solo così. La sensazione di questi ultimi giorni è che il linciaggio della rete nei confronti degli stupratori e degli assassini non tocchi davvero la questione, e sia semmai rassicurante: loro sono diversi da noi. Sì, e no, perché l’immaginario è comune, e quell’immaginario non è stato ancora cambiato, ma solo scalfito, e quelle “comunità di dominio”, come le ha chiamate Alessandra Dino sul Manifesto, sono ancora intatte.

Ma qui occorrerebbe frugare nelle biblioteche e recuperare un libro del 2009, La donna a una dimensione della filosofa inglese Nina Power. In parole molto povere, Power parlava di come la narrazione popolare avesse trasformato il femminismo in tendenza alla moda, che “crede di dover lusingare il capitale per poter vendere con maggiore efficacia il proprio prodotto”: sempre in parole povere, quel tipo di femminismo, quello del “purché sia donna”, era entrato a far parte dei meccanismi di controllo sociali, “rappresentando un ostacolo a una vera critica del lavoro, del sesso e della politica. Quello che ha le apparenze dell’emancipazione, nasconde un’ulteriore stretta della catena”, con la stessa “blandizie” di cui parlava Michel Foucault. Potere, tacchi a spillo, privilegi, ricchezza, vite performanti, avventure notturne, tailleur firmati, divertimento forzato, ansia da prestazione. Sex and the City, certo: un mondo dove le donne sarebbero potenti come gli uomini perché in grado di licenziare un subordinato con lo stesso cinismo, di usare una carta Amex nera e di consumare sesso in una maniera considerata maschile. Non si parlava di scelte individuali, o indotte da una determinata condizione sociale (essere molto ricche a Manhattan): ma di identificazione in un genere sessuale. Una donna che agisce come un uomo.
E’ quel momento dell’anno in cui il blog si congeda: sarò nelle Marche da stasera agli inizi di settembre, mi affaccerò sui social ma non qui. Vi lascio con l’articolo che ho scritto per L’Espresso ai primi di luglio, per meditarci un po’ insieme. Abbiate un’estate felice, o voi del commentarium.

In effetti non è una fiaba, quella che stiamo vivendo, e se lo è, è nera. E’ una fiaba come quella raccontata da Kazuo Ishiguro ne Il gigante sepolto, dove la nebbia che cancella la memoria del mondo diventa sempre più fitta (neanche una riga, su un certo giornale, sui 22 anni dal G8, figurarsi su Roberto Saviano, e così via). E’ una fiaba fredda, dove i vapori della rabbia salgono ma si dissolvono nell’inazione. 
Penso al fiabesco di Ottessa Moshfegh e credo che ci somigli. Dunque vi posto qui l’articolo che ho scritto per Linus ad aprile. Dove appare anche l’Hårga di Midsommar.

Premessa: non ho visto il film Barbie. Lo farò, appena riuscirò a respirare in questo periodo folle. Però sono molto colpita dalla barbizzazione del mondo che mi circonda, reale e virtuale, in questi giorni sfolgorante di rosa shocking. Ho letto parecchio sul film, comprendo che sia portatore di un messaggio femminista – così mi vien detto – eppure conservo, a prescindere, l’antica perplessità. Cosa succede quando un contenuto positivo viene fagocitato dal marketing? Quanto quel contenuto perde forza e va a vantaggio di un mercato in grado di inghiottire e risputare ogni sacrosanta battaglia per i diritti? Dobbiamo farci necessariamente i conti o possiamo trovare altre strade?
Nell’attesa di capirne di più, vi posto l’articolo che ho scritto un paio di settimane fa per il Venerdì. A prescindere, appunto.

Tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta scrivevo per Il Secolo XIX di Genova: mi occupavo di televisione, seguivo le conferenze stampa, i dietro le quinte, facevo interviste. Era un passo verso il giornalismo, che allora ritenevo fosse quel che mi interessava. Al tempo, dunque, Simonetta Robiony si occupava di televisione per la Stampa, e mi disse una cosa che ancora oggi ricordo: i giornali stanno perdendo le parole. Ne usiamo molte di meno, usiamo sempre le stesse.
Trent’anni dopo, la faccenda peggiora. Faccio un esempio. Ieri ho postato qui, e sui social, l’intervista a Donna Haraway. In una domanda, si parlava di scrittura semasiografica.
C’è un motivo, visto che il riferimento era al film, e al racconto di Ted Chiang, Arrival.
La cosa che mi ha colpito è che un utente di Instagram si è sentito profondamente offeso dalla parola semasiografica. Ha scritto:

“Ma cosa è la scrittura “semasiografica”?! Possibile che non si riesca a mettersi nei panni di chi legge? Mica tutti hanno studiato linguistica, semiologia, glottologia, narratologia etc etc? Ma cosa costa mettere tra parentesi il significato? Cose così mi fanno passare la voglia di leggere: so di essere ignorante ma mi disturba sentirmelo rinfacciare così”.

Ecco, questo è quel che mi colpisce profondamente. L’offesa. Non cogliere l’occasione per fare una velocissima ricerca e imparare una parola nuova, ma rinfacciare la volontà di umiliare a chi la usa. Questa è la gigantesca differenza fra ieri e oggi: non solo l’uso delle parole, ma la mancanza assoluta di curiosità, e anzi il rancore. E’ un’eredità pesantissima, quella che riceviamo dagli ultimi quindici anni almeno: ma bisogna combatterla.

Questo è un post molto lungo. Contiene un ampio stralcio dell’intervista realizzata da Claudia Durastanti e da me, per l’edizione online del Salone del libro, nel 2020, con Donna Haraway, autrice di  “Chthulucene- Sopravvivere su un pianeta infetto”. Ho citato Haraway in un articolo uscito oggi perIa Stampa sulla famiglia queer di Michela Murgia. Forse le parole di Haraway aiutano a capire e a non fraintenderci vicendevolmente. Buona (complessa ma importante) lettura.

Dunque, ci illudiamo di essere meno soli perché frequentiamo virtualmente molte persone. “Crederanno di muoversi e staranno fermi”, come scriveva Ray Bradbury in Fahrenheit 451. Non è così. Quelle persone, se stiamo male e lo comunichiamo, naturalmente ci manderanno messaggi di incoraggiamento. Ma saranno pochi quelli che verranno a casa tua con un pacchetto di dolci o un fascio di margherite o semplicemente con la voglia di ascoltarti.
Non è un bene, non è un male: è un fatto.
Ma sulle basi di questo fatto ecco che il confine tra reale e vituale è ormai sottilissimo, se non inesistente: se io sono tuo “amico” ho il “diritto” di sapere tutto di te.
So perfettamente che non torneremo in epoca pre-social, quando era ancora possibile tenere per sè alcune parti della propria vita o della propria morte: e, no, dire che un personaggio pubblico deve aspettarselo è una fesseria epocale. Ci si può aspettare la curiosità, ma non l’avidità di sapere tutto, minuto per minuto. 
Fa male, in primis, ai vivi. A noi, se non fosse chiaro. Perché stiamo perdendo drammaticamente il contatto con le parti più importanti di noi. Quelle sacre, appunto. 

Ventidue anni fa.
Oggi è il giorno in cui ricordiamo Carlo Giuliani.
Oggi è il giorno in cui sui social altri uomini e altre donne passeranno al setaccio le bacheche dove si parla di Genova 2001 per scrivere lo stesso commento: e l’estintore?
Siamo cambiati, però, da allora. E’ in quei tre giorni di Genova che si consuma la disillusione, che si smette di credere che le moltitudini possano sollevarsi e chiedere un mondo giusto. Giusto, non “decoroso”. Giusto per tutti, non per se stessi e la propria famiglia.
Oggi è il tempo del ricordo. L’augurio è che non sia retorico. L’augurio è che non risuonino parole di autogiustificazione da parte di chi ordinò e di chi realizzò quegli ordini. L’augurio è che serva, e servirà.
E dal momento che oggi ricordiamo Andrea Purgatori, l’invito è a guardare la puntata di Atlantide che dedicò a Genova, due anni fa.

Sarà che il caldo che provo è inedito, e sono convinta che il corpo serbi memoria delle stagioni passate, e la sensazione della pelle che scotta l’ho provata raramente a meno di non addormentarmi sotto il sole. Sarà lo spaesamento, l’incertezza generale, la rabbia non sopita, sarà tutto quel che volete, ma mi chiedo perché intorno a me, di contro, tutto sembra accelerare come se fossimo in un produttivo ottobre e non in uno sfinito e sfinente luglio.
Queste parole hanno dodici mesi esatti. Il caldo è ancora più inedito, la pelle scotta, e la rabbia monta. Non la mia. Più passa il tempo che ci separa da quell’inizio del 2020, e, stranamente o forse no, si affievoliscono i miei piccoli e grandi furori, perché nessuno di noi può definirsi persona mite fino in fondo, e forse bisognerebbe parlarne di più, dei lati oscuri che neghiamo rappresentandoci come amanti dei fiori e degli animali (mi inquietano le bacheche delle odiatrici, piene di rose in boccio e cagnolini da adottare, e forse sono finte e forse sono vere, vai a capire). 
So che la rabbia cresce, attorno a me. Per cose sciocche, anche, quotidiane. O per nessun motivo. 
Per il poco che posso fare, vi posto qui un articolo scritto per Linus nel febbraio del 2022. Magari serve.

Loredana Lipperini
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