TERMIDORO

Tommaso De Lorenzis interviene sulla letteratura di genere: riflessioni nate da una discussione a più voci fra il medesimo e Valerio Evangelisti, Wu Ming, Giuseppe Genna. Qui sotto l’incipit, su Carmilla l’integrale.

Sono risuonati, negli ultimi tempi, roboanti proclami contro l’età della Restaurazione, epoca dominata dalla dittatura plutocratica dei dati di vendita e ignara dei tanti Kafka, Joyce, Proust che nascono a frotte e che la cecità delle burocrazie editoriali non permette di strappare alle tenebre dell’anonimato. Abbiamo letto invettive contro il pervertimento della “cultura”, allusioni a presunte pratiche censorie, prediche oziose su sottili meccanismi di auto-censura, pronunciamenti isterici contro i processi di «convergenza» che agiscono sulla letteratura, disponendola alle influenze contraddittorie di altri mezzi espressivi. Il discorso è rimasto astratto, cupa profezia di un’apocalisse senza millennio. Soprattutto, sono rimaste oscure tre cose che andavano dette chiaramente e senza giri di parole: ovvero quale istituto – o regime – sarebbe stato reintegrato nelle sue funzioni, dopo quale periodo di vacanza si sarebbe consumato il re-insediamento e quali opere rappresenterebbero la letteratura della Restaurazione. Visto che niente di tutto questo è stato detto, è consentito ribaltare il piano e offrire un’altra versione.

Chiamiamo «restauratori» gli ayatollah dell’autonomia letteraria, i sostenitori di una scrittura orientata verso se stessa e verso la sufficienza delle sue ricerche linguistiche. Appelliamo «reazionari» gli avversari dei «generi» eredi del feuilleton, i nemici della «letteratura ferroviaria» e «culinaria», delle canzonacce da taverna e delle «forze» popolari. Definiamo «vandeani» gli oppositori delle tensioni eteronome che mischiano i linguaggi, aprono la letteratura a intenzionalità altre e creano spazi discorsivi nelle zone di frontiera che separano la pagina scritta dalla celluloide delle pellicole e dai ripetitori televisivi. Consideriamo ultras i nostalgici legionari dell’aura dell’Opera e dell’Autore, i partigiani fanatici di una creazione intesa come sofferta e incompresa «intuizione» che non deve confondersi mai con le tecniche di un sapere artigiano avvezzo al gioco di clichés, archetipi e modelli narrativi. Diciamo «restauratori, reazionari, vandeani, ultras» i divulgatori della «fine del romanzo», massimo grado di «auto-intenzionalità» masturbatoria della letteratura.

L’età che costoro vorrebbero restaurare è quella del bel tempo andato. Quale sia questo tempo non è dato sapere. Forse l’evo degli antropofagi pulp? O l’epoca degli altri libertini? O il periodo neo-sperimentale degli invisibili? O i fasti del realismo? O – ancora meglio – gli anni in cui editori-strozzini imponevano contratti-capestro a Dostoevskij? Non lo sappiamo, ma sappiamo che il mito dei bei tempi andati è aria fritta. Nel tempo e nella storia, la grandezza e la miseria degli uni, degli altri e degli stessi, si con-fondono.

«Era il 25 ottobre e mancavano esattamente dieci minuti alle sette. Fu allora che Mario Pannunzio, direttore del Mondo, si avvicinò al gruppo scorrendo un manoscritto. Senza alzare gli occhi, entrò nella conversazione, con una voce calma che aumentò l’inesorabilità delle sue parole: “Io credo che il romanzo sia morto”, egli disse». Scriveva così Gian Carlo Fusco in un esilarante divertissement sulle polemiche tra «romanzisti» e «antiromanzisti». Impossibile non notare quel riferimento all’orario con cui lo scrittore spezzino ironizza sulla profetica e ieratica dichiarazione di Pannunzio. Quasi a dire: perché proprio in quel momento e non due minuti prima o quattro giorni dopo?

Era l’autunno del ’52, o del ’53. Dunque, tutto già visto. Tuttavia – da quei remoti anni Cinquanta –un paio di buoni romanzi sono anche stati scritti. La Restaurazione, quella vera, quella di chi vuole condannarci a massacranti sgroppate su pagine che si concludono nella gloriosa apoteosi di un ciclopico sbadiglio, è di là da venire. Ci auguriamo – con entrambe le mani sugli attributi – di non vederne mai l’avvento.

Invece, ciò che si è consumato è un Termidoro prima strisciante e poi manifesto. Parliamo di un processo regressivo, di una contro-spinta normalizzatrice interna alla letteratura di genere, che taglia trasversalmente la produzione di alcuni autori e ci costringe a un discorso preciso, concentrato su distinzioni chiare e non fraintendibili. 
(segue qui)

76 pensieri su “TERMIDORO

  1. infatti Mariano. il “nemico” è all’interno.
    nel mio post di oggi ho ventilato il rischio che il giallo possa fare la fine della fantascienza, un genere che ha rifiutato il confronto con la realtà e si è suicidato.
    Come dice De Lorenzis, il cyberpunk ha sommerso il mercato senza portare una vera innovazione al genere (tolti quei 4, 5 titoli). in pratica, per paura di non farcela, non ha spinto verso l’alto ma si è allargato e ha fatto collassare un intero genere.
    ecco la domanda, questo potrebbe succedere, oggi, al giallo italiano?

  2. De Lorenzis ha dato voce a un sentire che non avevo ben razionalizzato dopo la lettura dell’ultimo di Camilleri con protagonista Montalbano (l’ho letto in spiaggia e subito dimenticato, titolo compreso). Ricordo bene invece le aspettative deluse rispetto al Montalbano che dopo la crisi Genova 2001 ritorna nei ranghi con solo un’acidità di stomaco in più (forse). All’opposto la mossa del cavallo, la presa di Macallè, la ‘bolla di componenda’ e altri si sono scavati un angolo nella mia memora e vi alloggiano stabilmente. Non replico sull’esempio Carlotto e mi limito a dire che, per quello che ho sinora ho letto, lo condivido.
    La cosa che mi stupisce non è che all’interno dei cosiddetti ‘generi’ ci sia robba buona e altra no (succede dappertutto, non solo in letteratura), ma che certi scrittori molto validi vivano due livelli di scrittura con risultati se non opposti sicuramente disarmonici come lettura del reale o del fantastico. Visto che non si tratta dei soliti ‘errori di sbaglio’, ma di filoni ‘produttivi’ diversi mi viene in mente il classico caso dell’editoria che pubblica i best seller(s) per poi poter stampare anche Kant.
    Se però accetto questo faccio propria un’idea di quella restaurazione di cui altri parlavano e che mi trovo a non condividere. A questo dovrei aggiungere un giudizio poco benevolo riguardo a scrittori che fondamentalmente stimo e non sono in vena. Non mi resta che escludere il programma commerciale, la censura preventiva ad uso vendite o lecchinaggio editoriale e puntare al fatto che si tratta di persone che scrivono e che sono parte integrante delle contraddizioni in cui siamo imbozzoliti tutti. Mi spiego. Non credo che Camilleri o Carlotto siano fuori da una certa schizofrenia che ci avvolge tutti (a lavorare in ditta e poi a contestare il G8 a mangiare sano/alternativo e a rinnovare il portatile con scadenza consumistica ecc…), solo così mi spiego le contraddizioni delle cose che scrivono. Da un lato la capacità di vedere e scavare a fondo nelle paure/viltà/e pluricromie umane e dall’altro la voglia di riequilibrare e rassicurar(e)(si) con personaggi che ridimensionano gli incubi di questi tempi/mondi, sbirrescamente o no (una certa voglia di ‘raccontarsela’, insomma).
    So che la mia è lettura banale, mi piacerebbe sentire altre campane e rimettere in discussione la pochezza di quello che penso.
    grazie

  3. spettatrice, secondo me cogli bene tutto tranne l’ultima parte: io credo che la contraddizione vissuta da certi scrittori sia dovuto più a un bisogno materiale che a quello di rassicurare o rassicurarsi.
    che dici?

  4. Alberto,
    ho premesso che non sono in vena di dare giudizi sull’onestà intellettuale’ dei due scrittori presi a esempio e… confermo. Non mi va di pensare che si tratti di mera necessità materiale (e quindi di pura vendita prodotto, anche se leggermente (?)taroccato). No. Posso ammettere la venalità, ma certe scelte (sbirresche o no) non sono necessarie neanche per uno scopo vendita. Non credo, in sintesi, che paghino più di tanto.
    Penso invece che gli scrittori non siano immuni da un certo pantofolismo e ‘ironismo’ da quieto vivere. D’altronde navigare negli incubi o sperimentare a oltranza stanca (anche il semplice pensare a volte ha il medesimo effetto) e si tende a replicare una certa formuletta già collaudata. Paga? non so. Ho letto molto sia di Camilleri che di Carlotto, ma un altro libro di Montalbano certo non lo bevo e neppure lo consiglio. Farò propaganda negativa su questo filone sperando di convincere quella decina di amici che non lo disdegnano. A livello di ‘pressione dal basso’ non è gran cosa, ma come inizio non mi dispiace.
    besos

  5. guarda spettatrice, non è una questione di onestà. io sono certo che camilleri e carlotto (e altri) sono onesti almeno quanto me.
    non c’è niente di male a far soldi sul proprio lavoro, però c’è un però: stiano attenti a non inflazionare perchè potrebbero mettere a repentaglio la loro stessa fonte di guadagno.
    la tua decisione di non consigliare più un montalbano credo sia un piccolo segnale in questo senso.

  6. Va bene, evviva il genere, ma perché inventarsi conflitti che non esistono? Nel mondo reale, non ci sono. Evviva evviva evviva evviva evviva. Come chi si incazza perché censurano i game violenti. Nessuno censura, si vendono e basta. I falsi conflitti fanno comodo a molti. Anche a chi deve scriverci sopra articoli.

  7. V., permettimi la domanda indisponente: hai letto bene l’intervento di De Lorenzis? Guarda che non parla di conflitti fra il genere e resto del mondo come potrebbe sembrare, ma pone un problema, tutt’altro che indifferente, che al genere è semmai interno.

  8. Al di là di letture stupide, frettolose e strumentali che cominciano ad apparire in rete, lo scritto di Tommaso mi sembra molto importante.
    Tommaso è riuscito non solo a riassumere, ma anche a rilanciare in avanti la critica al “genere” italiano (e il discorso sulla necessità di superarlo) che, un po’ su L’Unità, su Nandropausa e su Carmilla (a scampoli) e un po’ tanto in privato, stiamo conducendo da più di un anno.
    E’ una critica che si era espressa in forma pratica (cioè attraverso i libri che abbiamo scritto o, nel caso di Tommaso, curato), ma in forma di discorso si era soltanto affacciata in recensioni, testi d’occasione e commenti su blog, e finora non aveva mai trovato una sintesi, seppure precaria. A Tommaso va il merito di averla prodotta.
    Due mesi fa c’è stato un fittissimo scambio di mail tra Tommaso, Genna, Evangelisti e tutti e cinque i WM. Abbiamo cercato di fare il punto della situazione.
    Partendo da un episodio sgradevole accaduto a un festival francese (di cui non è importante dire adesso) e raccontato da Evangelisti, Wu Ming 4 segnalava il rischio che l’adagiarsi pedissequo sul “genere” producesse “una lunga notte in cui tutti i gatti sono bigi e imperversano i giustizieri, [un genere] addomesticato e… diessino”.
    Il rischio era che, intenti a rispondere alla Vandea feticistico-autoriale, ai reazionari della Letteratura con la L maiuscola, i nostri colleghi sottovalutassero un problema altrettanto grave, quello di una “restaurazione” *interna* (reale, questa, al contrario dell’altra, fantasmale e soltanto immaginata).
    La discussione è partita da lì, ed è risalita indietro. Gli anni novanta sono stati anni di giusta riscossa. Il “lungo decennio del contropiede” ha una data d’inizio simbolica, il ’94, anno di pubblicazione de “Il fuggiasco” di Carlotto e di “Nicolas Eymerich inquisitore” di Evangelisti. Da lì in poi l’orizzonte narrativo si è schiuso, è partita la ola, e molti autori non avrebbero potuto pubblicare senza quel lungo avvicinamento al touchdown, yarda dopo yarda. Il touchdown doveva avvenire al di là della linea che discriminava le letterature. Tale linea è stata sfondata. E adesso?
    Tutte le persone che leggevano quello scambio hanno una caratteristica in comune: nel corso degli anni, ciascuno a suo modo, avevano “attraversato” la letteratura di genere, usandone gli stilemi in modo eterodosso, forzandone la gabbia, superandone i confini, “destandardizzando” (come fanno certi jazzisti improvvisando nuove soluzioni partendo da pezzi celeberimmi e pure un po’ stracotti).
    Contemporaneamente, purtroppo, altri autori avevano deciso di adagiarsi comodamente dentro quella gabbia, usare quegli stilemi in modo pedestre, camminare lungo quei confini senza mai osare un passo fuori. Scelta legittima, ma che rischiava di portare alla sovraproduzione alla stagnazione.
    Il “noir mediterraneo” era partito con l’approccio giusto (Izzo, Montalban e Carlotto sono stati innovatori del genere) ma poi si era adagiato a ripetere le stesse formulette e ormai aveva rotto i coglioni.
    Le varie prefiche delle polemiche accademico-mediatiche sbagliavano bersaglio in modo clamoroso, perché non facevano la minima distinzione tra i due approcci. Spettava a noi distinguere in modo netto e radicale, anche all’interno della produzione di uno stesso autore. Il dottor Jekyll scrive l’edificante romanzo seriale con il polizotto buono, Mr. Hyde scrive romanzi “estremi”, arditi, radicali. Si stenta a credere che l’autore del ciclo montalbaniano sia lo stesso che ha scritto “La presa di Macallè”.
    Valerio a un certo punto ha scritto:
    “Il genere che si autoperpetua identico a se stesso è condannato all’estinzione. E’ accaduto al feuilleton, al western
    (letterario, ma anche cinematografico), al romanzo di pirati, al racconto di
    guerra alla Sven Hassel. In passato ho difeso a spada tratta il genere, ma
    perché era sotto attacco. Oggi sono portato a dire che il genere più vitale
    è quello che è capace di tradire le proprie premesse.
    […] Mi sembra del resto significativo che oggi quale ‘genere’ si intenda
    esclusivamente il noir. Se da un lato c’è un principio di giustezza – il
    noir è svincolato dalle regole del giallo fissate dall’imbecille che creò
    Philo Vance, e come tale si è permesso trasgressioni ardite: Hammett, Ellroy, Manchette, Raymond, Izzo, Leonard, Pagan ecc. – d’altro lato la
    limitazione esclude la fantascienza, che di tutti i generi è stato forse il
    più fecondo, l’horror ecc.
    […] Però il problema che pongo è un altro ancora. Lasciamo pure al noir la sua
    centralità, vera o presunta. Ma sono veramente ‘neri’ i romanzi che passano sotto questa etichetta? Se lo fossero sul serio sarebbero, se non rivoluzionari, quanto meno trasgressivi, alla maniera di Manchette e compagnia. Invece in Italia mi ritrovo tra le mani romanzi magari belli ma al fondo edificanti, in cui poliziotti in crisi ma irreprensibili e magistrati pieni di dubbi però integerrimi si battono per il ripristino di una ‘legalità’ esente per definizione da critiche. Qui non c’entra Faletti
    (e chi se ne frega?). Qui c’entra la pretesa del noir italiano di essere, come orecchiato dall’estero, l’unico realismo possibile.”
    Tommaso è quello che, su quest’aspetto della questione, ha dato i contributi più “spessi” e completi. Contributi che sono diventati questo testo.
    Cito un altro frammento, ancora Wu Ming 4:
    “Io almeno uno sbirro
    di sinistra lo conosco e certo non fa il commissario, certo non si scandalizza
    per i massacri di Bolzaneto e delle Diaz (perché lo sapeva già prima cosa
    sarebbe successo); quella è gente che ha dovuto voltarsi dall’altra parte in molte occasioni, mandare giù rospi grandi come cavalli, e quando si è incazzata si è vista stroncare la carriera. Sono personagi elloryani, appunto, che di certo non mancano, ma che non compaiono nelle pagine dei ‘noiristi’ nostrani: al posto loro ci sono figure edificanti e buone, che credono nella positività dello Stato e che si “indignano” per questo e quello. Per non parlare degli investigatori privati, che in Italia non esistono.
    Quelli che ci sono si occupano solo ed esclusivamente di corna.”
    Ancora Evangelisti:
    “Alla base della piega presa da tanti romanzi e da tanti scrittori c’è forse lo scrupolo antimafia, che porta a esaltare l’operato dei magistrati e di una parte almeno delle forze dell’ordine anche in campi che con la mafia hanno poco a che vedere. Sfuggono invece le patologie insite nelle istituzioni quali sono, e le dinamiche distruttive del capitalismo, che anzi non vengono proprio considerate. Così si finisce per fare la storia degli
    anni Settanta con gli occhi del senatore Flamigni, e a vedere in Berlusconi un pagliaccio o un mafioso invece di scorgervi, quale è, un agente sia pure
    grottesco del neoliberismo.”
    Questi sono solo alcuni dei punti salienti, ma sono gli unici “stralciabili”. Gli altri erano in simbiosi col cazzeggio e i riferimenti personali tipici di ogni conversazione privata.
    Nel frattempo, oltre al pezzo di Tommaso stanno girando altri interventi, non ancora rifiniti e quindi non pubblicabili. Girolamo ha in serbo qualcosa. Insomma, il discorso continua, e si allarga.
    Concludo riproponendo un frammento del Nandropausa del giugno 2004, in cui criticavamo la tendenza di definire “noir” anche libri che non lo sono per niente:
    “…l’industria nel suo complesso va avanti un po’ alla cazzo, e questo è pericoloso: se i libri vengono presentati per quello che non sono, i lettori si disaffezionano, e c’è sempre il pericolo di un nuovo golpe intimista/gggiovanile, minimalista, alto-autoriale. In una sola parola: spaccamaroni. E sarebbe una sconfitta. Per prevenirla, servono lettori da combattimento, disposti a combattere la guerriglia semiologica per capire cosa c’è tra le due copertine di un romanzo, al di là delle cazzate sparate dai critici, dai recensori a cottimo e purtroppo anche dagli autori medesimi. Per una vigilanza democratica, contro ogni tentativo di restaurazione, tutto il potere ai lettori e alla loro repubblica!”

  9. Loredana Lipperini, permetti una risposta un po’ indisponente? Ho il vizio di leggere gli articoli prima di rispondere, guarda un po’. Fuori o dentro il genere, si parla delle menate di scrittori che per una fettina di internet venderebbero al primo venuto la proverbiale fettina di culo. Ai serial tv che avrebbero ucciso il vero noir rivoluzionario (ma dove, ma quando), molti del vero noir hanno partecipato e intascato.
    Le cinque menti si sono scambiate e-mail preoccupate. E sticazzi non vogliamo mettercelo? Sono grandi preoccupazioni solo perché sono loro, per l’appunto. Ombelicali gli intimisti? Le cinque menti li battono in volata.

  10. V., più che indisponente ti sento indispettito. Qualche problema?
    ps. Inutile che ti risponda che considero l’articolo di Tommaso De Lorenzis tutt’altro che intimistico (è ovvio, l’ho postato). Quanto al fatto che i suoi contenuti interessino solo un ristretto gruppo di persone, beh, se permetti, fallo giudicare a chi legge.

  11. Finisco. Io lavoro nell’ambiente musicale e quello dei libri lo conosco solo per i racconti di amici miei. Comunque ricordo bene quando tutti si mettevano a distinguere i buoni dai cattivi, chi aveva cominciato prima da quello che l’aveva fatto dopo, chi ci marciava e chin era puro, mentre i compratori di dischi se ne sbattevano, e i risultati sono evidenti. Per raccontare la realtà, i cinque se lo possono sognare. La mia realtà l’ha raccontata Enrico Brizzi, quella di mio fratello maggiore Andrea Pazienza e Bukowski. Gli urania con Evangelisti li leggeva mia nonna assieme ai gialli.

  12. wu ming 1, a proposito di festival sgradevoli e noir, che mi dici di quello di Courmayeur. io non c’ero, ma dalle varie cronache che ho letto di noir c’era ben poco, a parte il meccanismo di votazione…

  13. Wu ming, a proposito del frammento di Wu ming 4: credimi, ho conosciuto (sulla mia pelle) investigatori privati pericolosi, impegnati a fare gli spioni per conto di politici.
    direi: corna e politica, dunque.

  14. Sarò irriverente. Purtroppo.
    Visto che WM1 è intervenuto a spiegare l’origine del libello, lo ringrazio
    per i chiarimenti(necessari non solo a focalizzare il testo di De Lorenzis)
    e, ferma alle mie considerazioni sugli autori citati e su altri di cui poco mi
    frega tenderei a brevi consigli.
    cari scrittori, di ‘generi’ e non, per favore:
    – non scrivete libri un tanto al kilo
    – se non avete niente da dire, non mettete mano alla penna (o tastiera).
    Riposate sereni (o no): c’è molta dignità in una scelta del ‘genere’.
    – se non siete capaci di trattenere la mano abbiate l’onestà di dire che il
    vostro elaborato può giusto riempire una serata noiosa o coadiuvare attività
    di evacuazione (sono entrambe situazioni dignitosissime, nel loro ‘genere’)
    – se ‘pensare’ vi stanca ritornate al primo punto oppure cambiate mestiere (ve
    ne sono di decenti)
    – soprattutto: non inflazionate la produzione letteraria di lavori descritti nel terzo punto, i lettori accaniti potrebbero optare per l’analfabetismo di ritorno e le case farmaceutiche citarvi in giudizio per concorrenza sleale nel campo dei lassativi.
    Ecco, non di restaurazione si tratta, ma di un semplice problema di diarrea.
    Si può rimediare. Volendo.
    besos
    p.s.: come in altre occasioni chiedo venia visto che il periodo non è (per me) felice e ho bisogno di buttare fuori qualche tossina.
    Almeno non potete rimproverami la mancanza di sincerità, quando scrivo Falqui, lo dico e vi avviso.

  15. Spettatrice! ma come, ci sono dei contratti, con clausule scritte piccoline, ma di stampo vessatorio e gli scrittori a quelle devono attenersi, volenti o nolenti… capitano anche delle “dolci” Euchessine (auguroni nè) 😉
    daldivano

  16. Non ha molto senso rinfacciare agli autori noir di essere coinvolti nel processo descritto dato che questa è proprio la premessa. Il dibattito prende le mosse dalle famose “contraddizioni in seno al popolo” (e addirittura in seno al singolo) 🙂
    A volte basterebbe leggere, anziché dire che lo si è fatto.
    Il paragone col dibattito “purista” in seno all’underground musicale anni ’80-’90 non ha nulla a che vedere con quel che si dice qui, per un motivo semplice e sotto gli occhi di tutti: non ci sono “puristi” di sorta.
    Noi pubblichiamo con Einaudi.
    Evangelisti pubblica con Mondadori.
    Genna ha pubblicato con Mondadori.
    De Lorenzis pubblica con Einaudi.
    Noi ed Evangelisti abbiamo scritto per il cinema.
    Genna ha scritto per la tv.
    E’ chiaro che il problema non è il mezzo cattivo e babau (la “cattiva maestra televisione” etc.), ma *cosa* si scrive.
    Il saggio di Tommaso parla di contenuti, non della noiosa questione “venduti” vs. “integri” o “apocalittici” vs. “integrati”.
    Ci tengo a dire che qui siamo tutti quanti dei “venduti”, e tutti quanti “integrati”. La critica che abbiamo espresso è una critica tra fratelli.

  17. Al di la’ dei commenti sui singoli autori, mi associo all’articolo di Termidoro. Solleva un problema che personalmente sento, stufo come sono di dibattiti sul noir come “nuova indagine sociale” che finiscono sempre a tarallucci e grolle. Dopo la rottura degli anni novanta, che ha fatto uscire giallisti e noiristi italiani dalle cantine, ancora aspetto l’Ellroy meneghino o il Manchette piacentino. Non sono tra noi, ammettiamolo, anche se non sono il piu’ adatto a spiegare perche’. Non ho fatto le scuole alte, e quando leggo di mitopoiesi controllo sul dizionario Larousse della medicina. Forse, come primo passo in direzione di un cambiamento, si potrebbe cominciare a disertare i dibattiti “sul genere” e con gli altri scrittori “di genere”, (ci si puo’ sempre incontrare per farsi una pizza, se vogliamo) e vedere se si puo’ discutere d’altro e con altri. Da parte mia spero solo che la gente si diverta quando legge quello che scrivo, e spero che divertendosi “capti” qualcosa di come vedo il mondo, dei miei sogni e delle mie paure, di quello che ho scoperto strada facendo. E’ per questo che scrivo. Pubblico anche, e forse soprattutto, perche’ mi pagano, ma scrivo perche’ voglio condividere il mio immaginario. Credo che serva, in qualche modo. Non so quale. Come unica scusante posso dire che i protagonisti dei miei romanzetti non sono poliziotti buoni.

  18. ALBERTO:
    Evangelisti a Courma non c’era. Troppo freddo, mi ha riferito. Lui ODIA il freddo!
    Io a Courma c’ero. Vado sempre volentieri ai festival, e sai perché? Perché così, con la scusa, faccio una vacanza con la mia famiglia.
    (avviso i maliziosi: ho pagato viaggio, albergo, cene, etc. di mia moglie e delle mie bambine, non ho scroccato nulla. E vi dirò: l’ultimo giorno, quando già sapevo che non avevo vinto, sono restato e mi sono pagato l’albergo e tutto il resto pure per me).
    Non parlo della votazione perché mi è altrettanto misteriosa. Io, l’ho detto in tempi non sospetti, avrei fatto vincere Evangelisti. il suo era il libro più “noir” di tutti. (e il festival si chiamava “Noir fest”, non a caso!).
    Ovviamente se l’avessi vinto io mi avrebbe fatto piacere perché ho una passione per le coccarde le pacche sulle spalle e tutte quelle cazzate lì. Ma, insomma, sono sopravvissuto! 😉
    Dal Divano:
    Io, nei miei contratti in Guanda, non ho nessuna clausola scritta in piccolino di stampo vessatorio. Se non ci credi posso tranquillamente spedirtelo. In Italia ci si vergogna di quanto si guadagna e, spesso, si fanno nascere, da questi silenzi, mitologie inconsistenti.
    Per capirci: il mio prossimo romanzo NON sarà un giallo. (per la precisione potremmo catalogarlo – sono autoprovocatorio, dato che odio le catalogazioni- proprio come un intimista/giovanilista!) L’editore l’ha letto e ha deciso di pubblicarlo lo stesso.
    Firmo di volta in volta il contratto per il nuovo libro, e il mio editore, ad oggi, non sa cosa sto scrivendo. Potrebbe tranquillamente rifiutarmelo.
    Fare una critica “da dentro”, quanto meno significa che non si parla di libri che non si è letto. E’ un punto di partenza corretto, mi pare. Tutto quello che si dirà sarà, condivisibile o meno, non fatto per luoghi comuni o per pregiudizi, ma a ragion veduta.
    Ciao, G.

  19. Sandrone, ma… sei sicuro di avere commentato l’articolo giusto? Non capisco il collegamento tra quel che ha scritto De Lorenzis e quello che hai scritto tu. Non è polemica, non lo trovo davvero… o c’erano dei sottintesi su persone etc.?

  20. Infatti, mi sa che Dazieri non ha capito… La critica è proprio ai romanzi “di genere e basta”, coi detective e i personaggi seriali, quindi dentro c’è anche il Gorilla.

  21. mi sembra che nel dibattito si siano dette un sacco di cose. L’articolo e’ stato solo lo spunto iniziale. Se mi sono sbagliato, tieni solo le prime righe del mio intervento. (sapevo che dovevo starmene zitto, mannaggia a me. Torno a lurkare)

  22. opsi popsi. stesso post che su vibrisse, ma urgono risposte:
    ma gli sceneggiati di merda su rai 1, (che non vedo, non per snobismo ma perchè, considerandomi esaurita, mi guardo ‘qualcuno verrà’ – minnelli – su classic) sono noir o manifesti per la difesa dell’esistente? se non fossero questo, la Rai li trasmetterebbe? no. e allora perchè li prendiamo a esempio di noir? e la caterva di brutti libri, non appartengono al ‘genere’ brutti libri? il nero (che ha molto in comune col melodramma o no?) nel fare la distinzione fra avidi e miti, cattivi e buoni, non è quell’universo in cui non c’è spazio per i giusti? la neritduine non viene da quello? se uno sulla ‘giustizia’ spara luoghi comuni, quello che scrive non farà parte del genere ‘luogo comune’? e allora, perchè prendere i ‘commissari’ e ‘poliziotti’ per dichiarare l’appartenenza al genere? allora thompson ha scritto meno noir di quel che si pensa? e chase pure? e goodis pure?

  23. wm1, grazie della segnalazione e grazie pure al sandrone e a gianni. Comunque il Bunker lo preferisco.
    besos
    p.s.: di solito sono un pò diplomatica, ma in questi giorni sento il Natale e mi si arricciano gli stati d’animo. Scusatemi.

  24. Angela: se gli autori delle suddette cagate sono esattamente gli stessi autori dei migliori noir (e sottolineo noir) dell’ultimo decennio, il problema di una confusione tra le due cose si pone sì, si pone eccome.

  25. Ah, ma no! Solo adesso ho letto il commento in calce: è uno SCHERZO fatto a Blog Discount, gli hanno hackerato un post non ancora pronto e l’hanno pubblicato! I beffatori son diventati beffati! :-))))))))

  26. Franco: visto. E’ come aspettare che uno sia a metà di una barzelletta, e interromperlo anticipando il finale! 🙂 Patetico il commento di Spada, che non ha capito niente e chiede di togliere il post… Chi la fa l’aspetti.

  27. Ciao Biondillo, il mio riferimento riguardava non i contenuti, ma le scadenze, però, non avendolo specificato, era interpretabile; ho sentito qualche autore lamentarsi, ma non ne ho mai letto un contratto. Le clausole vessatorie era un modo per dire quello che hai affermato tu in seguito: sono liberi di non pubblicare, ovvero un evento dannoso non auspicabile. Sono contenta che con Guanda le cose vadano al meglio, non sto scherzando, e auguri per la nuova impresa 🙂
    daldivano

  28. Angela, “La presa di Macallè” è per me il romanzo più nero scritto in Italia da parecchi anni a questa parte (Seguono a ruota “Arrivederci amore ciao” e “L’oscura immensità della morte” di Carlotto e “Noi saremo tutto” di Evangelisti).
    Sono libri che non hanno niente di consolatorio, dove la divisione manichea tra buoni e cattivi lascia il posto a qualcosa di molto più perturbante.
    Non ti ritrovi *di fronte* al male, pronto a combatterlo lancia in resta.
    Ti ci ritrovi *dentro*, ne sei parte, il male è ambiente e ha caratteristiche sistemiche, funziona come un sistema e viene descritto come tale.
    I meccanismi di condizionamento dei personaggi funzionano anche per il lettore.
    In “Arrivederci amore ciao” sei *costretto* a immedesimarti con il protagonista, un personaggio laido a dir poco.
    Ne “L’oscura immensità della morte” sei sballottato tra due punti di vista “incarcerati” (uno in senso letterale, l’altro in senso metaforico, perché la provincia veneta è un grande carcere immateriale), e non puoi dare ragione a nessuno dei due personaggi.
    Ne “La presa di Macallè” tu, lettore, subisci uno per uno tutti i meccanismi di condizionamento che subisce Michilino.
    In “Noi saremo tutto” tu sei vittima della storia e sei preso per il culo dalla storia al pari di Eddie Florio, sei continuamente di fianco a lui, sei il suo compare, eppure per lui non provi un briciolo di simpatia.
    Ma torniamo al primo libro nominato: tu lo diresti mai che quelle fiction buoniste di rai uno sono tratte da romanzi (buonisti) di chi ha scritto “La presa di Macallè”, dove di buonista non c’è proprio un cazzo, anzi? Eppure è così.

  29. A me mi pare uguale, di là, di qua. comunque:
    ‘Sfuggono invece le patologie insite nelle istituzioni quali sono, e le dinamiche distruttive del capitalismo, che anzi non vengono proprio considerate. Così si detto in altro modo (e scusa tassinari non sono d’accordo con te. non credo che wu ming volesse offendere, come credo che giulio sia in grado di giustificare da sè il perchè di questa impostazione. calmiamoci): se evangelisti afferma quella frase, è perchè quella frase ha sempre, passami la parola, accompagnato il suo lavoro. con tanto lucarelli, che pure è divertente, tu credi che quella frase c’entri?finisce per fare la storia degli anni Settanta con gli occhi del senatore Flamigni, e a vedere in Berlusconi un pagliaccio o un mafioso invece di scorgervi, quale è, un agente sia pure grottesco del neoliberismo.
    Partiamo qui, wu. Tu pensi che per tutti quelli che tu chiami ‘migliori’ il tipo di analisi di cui parla evangelisti fosse dato così per scontato. questo tipo di analisi? secondo me no. secondo me nei libri di molti, di quelli che tu chiami i migliori (se ho capito bene io) questo dato non c’era allora. e la produzione di adesso è l’accomodamento di un’analisi già di per sè comoda, più che conflittuale sberleffesca, passami la parola. per quello ho tirato fuori il melodramma, di là dalla lippa. se non sei disposto a dire che c’è qualcuno che distrugge e qualcuno che questa distruzione subisce (che è tratto tipico del melò, coi suoi bianchi e neri, o technicolor politici), se non sei disposto a guardarti allo specchio e a dire, ‘I cattivi esistono e adesso ti dico chi sono!’, se – per eccesso di relativismo, per eccessiva intelligenza, per troppo studio, e in questo ha ragione sandrone, troppe analisi possono nuocere al racconto duro e puro – tendi ad annacquare quello che per il melò e il noir è postulato, un postulato che il racconto spiega, normale che la diluzione di mano in mano sarà sempre più netta. sempre più altro, sempre più guareschi. però io forse esagero.
    detto in altro modo: se evangelisti afferma quella frase, è perchè quella frase ha sempre, passami la parola, accompagnato il suo lavoro. con tanto lucarelli, che pure è divertente, tu credi che quella frase c’entri, che si parli o no degli anni ’70? con camilleri? che campionario di patologie, schizofrenie, stranezze avventure, cadute non si sa da dove, e esistenti, capitate, non si sa perchè, se non beninteso come – occasione di racconto, occasione di intrattenimento – abbiamo letto, ascoltato, visto?

  30. angela wrote
    “il nero (che ha molto in comune col melodramma o no?) nel fare la distinzione fra avidi e miti, cattivi e buoni, non è quell’universo in cui non c’è spazio per i giusti? la neritduine non viene da quello? se uno sulla ‘giustizia’ spara luoghi comuni, quello che scrive non farà parte del genere ‘luogo comune’?”
    secondo quel che ho letto la matrice del melodramma è presente nel giallo classico e più manifestamente nel thriller, in genere più decisamente “patetico” (nel senso di ricerca del pathos e dell’identificazione con l’eroe in pericolo, con andamento del dramma a “U”, alto-basso-alto) – qualcuno addirittura parla di entrambi come un invito al linciaggio sociale, io non mi permetterei, ma è una fonte autorevole. il noir sta invece nel modo ironico, è più propriamente una satira e la satira è l’implicito rovesciamento del melodramma. ma parlo per sentito dire.
    domanda scema: ma se uno sa già che legge una cosa in cui programmaticamente e per convenzione “non c’è spazio per i giusti”, dove sarebbe la differenza con lo “sparare luoghi comuni” della letteratura seriale industriale? si dovrebbe presupporre dei luoghi comuni che stanno dalla parte giusta per cui l’ideologia giusta salva il romanziere: ma con quali strumenti letterari la si presuppone? e quando l’ideologia salva la carne non siamo nel campo della cattiva coscienza?
    ancora: secondo altri l’ideologia dell’autore, cioè il venir detta della collocazione dell’autore nello spazio sociale (ciò per cui si dice politica ogni scrittura, ma non politicistica) passa per “l’ascoltatore immanente” che determina le forme e le scelte, la sua lingua-mondo, e in tal senso lo scrittore è interessante, non per le sue opzioni politiche esplicite tradotte in personaggi-funzione – anzi secondo alcuni persino quell’ascoltatore immanente, che è una proiezione in termini formali di tutta la vita sociale dello scrittore empirico, la sua “coscienza eteroformata”, non è nella sua completa disponibilità e controllo (perché lo fosse egli dovrebbe porsi nel posto di dio cioè vedersi da fuori, cosa che evidentemente non può fare, per cui egli è “dentro” e ne scrive senza saperne molto).
    viceversa sul livello esplicito e controllabile del “contenuto” le informazioni le fornisce il giornalista, e le strategie il sociologo o il politico: in quel campo lo scrittore non è necessariamente interessante. i verbali di fiorani valgono 20 tentativi goffi di fare shakespeare in salsa meneghina. Quindi magari il punto non è avere un romanzo col poliziotto amareggiato, ma, parodizzo, il romanzo col romanziere amareggiato e mostruoso tutto inzuppato nel ciclo della produzione immateriale. ognuno parli di quel che conosce non è un detto da scartare 😉

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