ALLA FIN DELLA FIERA

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218 pensieri su “ALLA FIN DELLA FIERA

  1. Manuela, forse volevi scrivere “legittimazione”…
    Insomma, pare che quest’incontro – che ha avuto un battage (anzi, un battuage) pubblicitario tipo: “Adesso ve la facciamo vedere noi! Tremate, pilastri dell’Impero! I veri artisti scacciano i mercanti dal Tempio!” – si sia risolto nel medesimo nulla ipercubico da cui proveniva l’idea di farlo.
    Ma come mai su Nazione Indiana fanno finta di nulla? Niente commenti, niente bilanci, niente raddrizzate di tiro, niente.
    x Luca Briasco: mica sono io a tirarti per la giacchetta sulla questione repetti e cesari, fino a prova contraria è Sergio Fanucci che tira sempre in ballo la malvagità einaudiana, di qualunque cosa si stia dibattendo…

  2. io sono rimasta molto delusa dall’incontro. mi è sembrata un’occasione sprecata. come ho scritto poco fa, una legittimizzazione della qualità delle discussioni in rete.

  3. Esempio scazzato, Briasco. Carlo Lucarelli, lo sanno anche i “profani”, è stato scoperto da Luigi Bernardi quando aveva la Granata Press, e oggi Bernardi stesso lavora con l’Einaudi ed è condirettore – insieme a Lucarelli – di Stile Libero Noir.
    Poi, boh, che c’è di male a cambiare editore… Cos’è, se uno esordisce con un piccolo editore, quest’ultimo ha diritto di prelazione? E perché non lo ius primae noctis?

  4. IMPORTANTISSIMO PER WU MING: a proposito di genitori amorosi ‘che ti cagano’ nell’infanzia e ti danno tutta la loro attenzione. Pare che la molla profonda per tutti coloro che, da grandi, insisteranno per AVERE ATTENZIONE dagli altri come scrittori, attori e quant’altro (“Leggimi leggimi! Guardami guardami! eccetera) sia, appunto, una carenza di attenzione da piccoli.

  5. Angelini, non ci siamo capiti, rileggi quel che ho scritto a più riprese, e se ancora ti sembra di aver capito quel che finora hai capito, vuol dire che mi sono spiegato male.
    I genitori che ti danno buoni input sono importanti, ma ho anche scritto che il bimbo non dev’essere soffocato di attenzioni e che lo scopo non dev’essere fare del bimbo un “genio”.
    Soprattutto, io ho messo l’accento stimoli socio-ambientali, di risposte all’interazione col mondo, di esperienze, di estensione delle sinapsi.
    Ho detto che spesso qualcuno ti insegna qualcosa senza nemmeno rendersene conto.
    Se ti leggi la biografia di qualunque artista o intellettuale o scienziato di rilievo, senza eccezioni, troverai la narrazione di un’infanzia ricca di stimoli di varia natura, stimoli *formativi* a prescindere dalla loro intenzionalità o casualità, etc.
    E si va da Malcolm X (padre predicatore garveyano, madre mulatta col complesso della pelle troppo bianca) a Jackie Chan (infanzia nelle scuole dell’Opera cinese, disciplina durissima), da Johnny Cash (famiglia religiosissima e canterina, madre vera enciclopedia vivente di musica folk) a Sergio Leone (infanzia spesa a curiosare negli studi cinematografici d’antan), da John Coltrane (nonni predicatori, ambiente permeato di gospel, il primo sax è un regalo ricevuto da bimbo) a Cary Grant (in tenera età lascia Bristol per fare l’acrobata nel circo di Bob Pender) etc.
    Solo alcuni esempi, perché davvero la lista è infinita: dentro ci sono *tutti* gli artisti, gli intellettuali e gli scienziati di cui è rimasta traccia.
    Sono tutte sinapsi che si estendono, dando forma a intelligenza e “talento”.
    Puoi farmi un solo esempio di un “genio” scaturito come per miracolo da un’infanzia povera di stimoli creativi e formativi? Un solo esempio.

  6. Errata corrige:
    “ho messo l’accento sugli stimoli socio-ambientali, sulle risposte all’interazione col mondo, sulle esperienze, sulla estensione delle sinapsi.”

  7. Briasco, con tutta la buona fede possibile,
    1. se io dico, “sto con la camicia rossa de mi zia!” e subito dopo qualcuno risponde, “Comunista!”, rispondo, “Non è un’offesa. Forse sì sono comunista”, magari dico, “Non c’entra con quello che stiamo dicendo”, ma certo non dico “sciacquati la bocca!” . soprattutto se lo dico per provocare, “sto con la camicia rossa”, di solito provoco in modo da poterla reggere la risposta. se no, (prendo esempio da Milù) sto zitta. Non a caso non ho mai detto, “Sto con la camicia nera di…”, mai nella mia vita. Intendevo metterti sul piano di Renato Fanucci, invece tu adesso dici, “Non è un elogio!”, allora non ho capito Renato Fanucci come si situi nel “discorzo” di prima e nella tua vita. 🙂
    2 La logica rassegnata è quella del dire, “Io sono un piccolo editore. Un editore piccolo. Io faccio la mia battaglia, piccola, nel mio piccolo. Io che lavoro nell’editoria, e mi occupo dei libri, piccoli libri, nel mio piccolo! E che psero un giorno di diventare grande! Con la mia piccola piccola indipendenza”. Io ho detto invece il contrario, “Non mi va di pensare solo ai libri, nella mia vita. Non mi va di pensare che l’indipendenza sia solo che prendo lo stipendio da uno che tutti i giorni mi fa vedere quanto c’ha l’anima pulita lui, e che la merda sta tutta fuori”. Vorrei allora che i piccoli editori passasero sopra ai loro “piccoli e grandi” problemi e si mettessero assieme, e facessero che so, delle “cordate”. che ne so!
    Voglio pensarla in grande, va bene? Questo lo dico, io, ilposto.
    Però, contemporaneamnte se un/a mio/a amico/a, ed è capitato, mi dice, “Lavoro qui perchè di là mi avrebbero dato un cazzo! Starei sotto i ponti!” non riesco a polemizzare con lui/lei. Capisco.
    Se è mercato che mercato sia! la rassegnazione sta nel pensare che “orto è”, e che importi solo quanto sia piccolo o grande, e quanti pomodori mi posso piantare da me.
    Io vorrei che fosse “giardino” o “parco”. 🙂 a me ilposto, non mi paga nessuno. per questo forse mi posso permettere di non difendere nessuno, modello cane da guardia ( sono piuttosto modello Milù).

  8. x Giuseppe Genna (perdona il quoting, ma mi appresto a un sonno fuori orario):
    “credo proprio che uno degli intenti della dichiarazione di WM fosse quello di spazzare via gli equivoci romantici che ancora intossicano gran parte della società culturale nostrana. ”
    Ok. A margine, quegli equivoci sono spesso alimentati dagli autori (a volte, ad esempio, infangando Kant, il “sublime nell’arte”, etc., e per di più trascurando del tutto che ci si riferiva ad “altre arti”).
    “Quanto alla metafisica, rispondo qui, con estremo riassunto, alle accuse che mi fai circa il fatto che non sto nella sede filosofica quando discuto di metafisica. Hai ragione. Per me la metafisica non è una prassi teoretica, e soprattutto non intendo parlare della metafisica secondo la tradizione filosofica occidentale (ammesso che la tradizione filosofica abbia compreso davvero cosa Platone e chi prima di lui intendesse con “metafisica” – ricordo l’argomento tedesco, ma anche di Untersteiner, sull’assenza di un dialogo platonico incentrato sulla metafisica, non sull’etica, sul linguaggio, sulla cosmogonia, sulla politica, etc.).”
    Va bene, ho capito. Per la verità credevo che intendessi metafisica in senso aristotelico (la matrigna dell’ontologia, per intenderci).
    “Sono, invece, più vicino a un atteggiamento che a te potrà sembrare antifilosofico, ma a me no: e cioè quello della lettera platonica, dove peraltro proprio in maniera criptica e brevissima si dice qualcosa sull’impossibilità di dire certe cose, non perché siano segrete, ma proprio perché non tutto l’uomo è linguistico.”
    Ti sbagli, è esattamente quello che io intendo per filosofia, anche se tirerei in ballo Wittgenstein subito dopo Platone (ma in effetti Platone era una delle poche letture filosofiche di Wittgenstein). Il discorso sarebbe lunghissimo e rischio un OT “clamoroso”, perciò mi quieto.
    “Sono più interessato alle conclusioni filosofiche dell’Abydam buddista, che dei derridismi, ma per questo non è che non sappia di filosofia occidentale.”
    Io sono poco interessato ad entrambe: perché ignoro l’Abydam buddista e trovo che i “derridismi” abbiano procurato le più lugubri involuzioni filosofiche (anzi, mi correggo: Derrida mi interessa, e mi è piaciuto “la scrittura e la differenza”, ma trovo che per la filosofia, che è fatta dagli uomini, sia una specie di arsenico per il pensiero).
    “Peraltro, rispetto alle conclusioni di certo cognitivismo che tu richiami, se prendi il cognitivista Epstein o Kabat-Zinn, osserverai come certo cognitivismo considera la questione del genio in una prospettiva molto simile a quella che qui, giocoforza a causa della concinnitas a cui tutti siamo costretti dai commenti, ho accennato velocemente. ”
    Nella confusione, per non scendere nel dettaglio di ogni bravo o pessimo cognitivista, io ho fatto un’osservazione sull’onere della prova. Ci fu un tempo in cui Skinner era considerato “l’avanguardia”, in cui il comportamentismo era “la spiegazione”, ma sulla base di ipotesi. Il cognitivismo e tutta la psicologia procedono sulla base di ipotesi, e a volte di verifiche costruite ad hoc (la cui sola interpretazione costerebbe secoli infami). Un paio di articoli di Chomsky, a cui, nelle giornate di grazia, basta la sola logica, hanno distrutto Skinner. Comunque, senza proseguire nell’OT, il discorso è abbastanza interessante, non tanto dal punto di vista scientifico, ma dal punto di vista del valore sociale della produzione teorica sul “soggetto geniale”, che nasconde una specie di supplica buona per ogni genere di ideologia della conservazione dello statu quo (ho saltato un quantità di passaggi, ti scrivo in mail se hai tempo o ne scrivo sul blog).
    “Un’ultima precisazione, intorno alle mie metafore, che ruvidamente insultavi qualche tempo fa: sono di derivazione ericksoniana, ma rimandano anche ai processi di deriva immaginaria di MEMORIA DEL FUTURO di Bion.”
    Non voglio accomodare nulla, ma la ruvidezza è solo il segno di un tratto caratteriale poco incline alla distribuzione dei confetti, una contromisura necessaria, di questi tempi, contro la foga di menar pacche. Tuttavia, non ricordo esattamente quali metafore io abbia insultato (ricordo di averlo fatto), vado a rileggere. Suppongo che intendessi (io) rimproverarti una scarsa percezione della tua oscurità, e la capacità di irritare il lettore che non fosse in possesso degli adeguati riferimenti culturali (in ogni caso, grazie del chiarimento).
    A presto
    Ivan

  9. Brevemente:
    a chi mi dà del fascista: sciacquati la bocca prima di parlare.
    Dopodiché, provo ancora una volta a spiegarmi: è ovvio che nel dire “Renato Fanucci è meglio di Ferrero” faccio una provocazione. Che però mi appare tanto più necessaria nel momento in cui mi si viene a dire che parlare di indipendenza è un’ingenuità. Che nessuno è indipendente, o che l’indipendenza è una categoria dello spirito, o che ciò che conta è che il tuo editore (appartenga al gruppo Berlusconi o al gruppo Fracazzo da Velletri)ti lasci libero di scrivere ciò che vuoi. Perfino Wu Ming 1, che a sua volta sulla faccenda è stato tirato per la giacchetta fino ad averne le palle piene e che difende il sacrosanto diritto del collettivo a pubblicare per Einaudi, è sempre stato problematico sul punto, non assertivo.
    Poi vedo tirar fuori questioni di stipendi, quasi avessi detto che Fanucci e la piccola editoria sono il migliore dei mondi possibili da tutti i punti di vista (peraltro, vi stupireste davvero se sapeste quanto sono pagati certi collaboratori Einaudi rispetto ad altri Fanucci, E/O etc.)
    L’indipendenza è un valore, eccome: indipendenza di progetto e di ricerca, capacità di svincolarsi da certe logiche da conventicola, di rilanciare a tutto campo un’idea di editoria “aperta” e innovativa. Ciò che critico dell’oggi è il paradosso per effetto del quale sono i piccoli editori a ricercare e rischiare, e i grandi a raccogliere i frutti già consolidati del lavoro altrui. Io sarò ingenuo, ma mi aspetterei che fossero i grandi gruppi editoriali, che dispongono di capitali e di un patrimonio fisso di bestseller più o meno sconci (non sono un nemico a priori del bestseller) a prendersi certi rischi. Un tempo (non so se con Ferrero, ma è anche possibile) era così: oggi la nuova narrativa passa spesso per le piccole sigle, e lì “decanta”.
    MI disturbano profondamente logiche rassegnate come “bisogna pur guadagnarsi il pane” o “tanto dove ti giri non è che siano rose e fiori”. Mi impegno e mi batto nel mio piccolo per un’idea diversa di editoria. E saràpur rozzo e cafoncello, ma mi sembra che Sergio Fanucci faccia altrettanto.
    P.S. Bernardi non lavora più per Stile libero noir, e non da ora, e Lucarelli aveva pubblicato anche da Sellerio. Ma del resto Lucarelli ha lo stesso agente dei Wu Ming, di Simona Vinci, di Thomas Pynchon, ecc. ecc…..

  10. Sul Genio , che dire.
    Non lo sono e lo sono come in potenza gli esseri umani salvo tare fisiche e psichiche (ma a volte anche quelle sono geniali).
    Ho ripensato un po’ alla questione e sono passata dal 50% patrimonio biologico/ 50% ambiente a dare ragione a WM1. Non perche’ mi voglia associare alla sua ‘squadra’, ma perche’ nella mia vita ho visto tanti ‘geni’ smarriti e persi per strada. Si tratta di persone che hanno capitolato davanti a interessi di famiglia, maltrattamenti e opressione continuata, miseria ambientale e materiale. Qualunque fosse il loro tipo di ‘genialita’ spesso si sono spenti in famiglie/ambienti in cui contava di piu’ un sano mediocre conformismo (ricco/povero di destra/sinistra/centro, poco importa)o in cui tutta la loro genialita’ e’ stata spesa in una sopravvivenza quotidiana e difficile, genialmente sconosciuta. A differenza di Angelini penso che tutti siamo potenzialmente in grado di scrivere un libro, dipingere, creare e credo che saremmo anche in grado di concretizzarlo se alla cosa venisse dato valore e impegno. Si, io penso che il creare (pittura, scultura, gioco di carte, poema , racconto, ecc.) sia un bisogno, una necessita’ a cui veniamo diseducati ai fini di un controllo sociale e di una stupida, arida e conformista disciplina personale. Poi sui ‘capolavori’ si puo’ discutere, ma sulla necessita’ di avvicinarci tutti a un esercizio creativo/artistico per quanto mi riguarda non ho dubbi: ne va della ‘completezza’ di qualsiasi uomo.
    Se replicate dicendo che gli hobby sono diffusi, credo che non stiamo parlando della stessa cosa.
    Besos

  11. …..scusate ho dimenticato di dire che sta faccenda del Genio non di rado serve ad autorizzare lo svilimento di molti e a conservare ben stretti privilegi di casta. Nel mio piccolo preferisco ritrovarmi in mezzo a una comunita’ in cui si crea tutti piuttosto che coltivare il sacro culto dei pochi Geni e dello loro fiammanti Opere. Sarei disposta a rinunciare anche a tutto Picasso pur di avere una societa’ in cui le arti hanno un ruolo fondamentale e concreto nella vita delle persone.
    Besos

  12. Io ci ho la fidanzata che da bambina non ha avuto libri in casa, né dischi, né cataloghi, né quadri ed è bravissima a leggere, a capire i libri, a giudicarli. E’ molto più aperta di me che ancora nella panza della mamma giravo per la casa di Baj. Ha una sensibilità meravigliosa e innata. Certo che se il metro di paragone sono solo “i famosi” allora il mio discorso (per voi) non vale più, ma io avevo capito che potevano partecipare tutti, anche dal mondo dei vinti.

  13. Infatti, Andrea, ho appena scritto che il punto è quello, e del resto mi sembra che la mia/nostra attività sia sempre andata in quella direzione: cultura popolare, mitopoiesi dal basso, critica all’elitarismo, all’idealismo, all’importantismo, al culto dell’Autore. Non crediamo nel “genio”, nella Musa, nella Ispirazione, nelle idee separate dalle cose, nell’Arte e nell’Artista come essere superiore etc.
    Questo è proprio ciò che più spesso ci viene rimproverato.
    Gli esempi famosi li si fa perché li si conosce e li si può usare come esempi. L’infanzia della tua fidanzata non la conoscevo e non potevo citarla.
    (a parte che non ci credo che è stata priva di stimoli, se oggi lei è tanto sensibile vuol dire che gli stimoli li ha avuti, se non è stato l’amore precoce per i libri sarà stato il divertimento per racconti che ascoltava e di cui godeva le mille varianti. Lo dico perché sono straconvinto che se uno da piccolo non viene stimolato, molto semplicemente viene su scemo.)

  14. x ivan/roquentin:
    su Skinner e i danni dello skinnerismo ci sarebbe da parlare per ore. Lo trovo, comunque, uno degli argomenti fondamentali per riguardare alla storia degli sviluppi attuali dell’occidente. C’è una traiettoria significativa che conduce direttamente dallo skinnerismo al modo in cui si valuta il condizionamento mentale anche oggi: un lascito che arriva dai lab CIA (intendo i molti progetti skinneriani, da Blue-bird a MK Ultra) a Berlusconi, e che mi sembra un allegorema utile per chi voglia occuparsi narrativamente della storia (delle storie) dell’occidente industrializzato.
    Su Derrida: la penso ESATTAMENTE come te. Tra l’altro, in questi giorni sto rileggendomi Blanchot e un po’ sono commosso al ricordo dell’impatto che ebbe su di me LSELD.
    Quanto a Wittgenstein, che ho studiato solo superficialmente, sono sorpreso dalla notizia circa le sue letture filosofiche: non l’avrei immaginato. Ti dirò che, anche, sono stanco di chi me la mena con il Wittgenstein che inviterebbe al silenzio mistico. E il motivo è perché sono interessato alla conoscenza che c’è nel silenzio. Purtroppo, credo per un’approssimazione di orgine cristiana e soprattutto cattolica, la domanda sugli stati della mente viene saltata di bella, come se si trattasse di un esotismo psichico e non di un’esperienza umana.
    L’Abydam è un testo che ammonta a circa ottomila pagine, una pazzesca fenomenologia degli stati psichici, la cui compilazione iniziò più di tremila anni orsono. Recentemente se ne sono occupati neuroscienziati e logici abbastanza all’avanguardia, come Barengredt dell’università olandese di Nijmegen. Ci sono soltanto parziali traduzioni (davvero limitatissime) in inglese. Del resto, se penso che faccio una fatica bestia a trovare gli scritti danteschi di Pascoli, mi immagino quando saranno disponibili in Italia testi che giudico fondamentali ma ch la cultura a cui appartengo ha sempre bellamente ignorato. Tanto per fare un esempio: da soltanto due anni è disponibile la traduzione del Brahma-sutra commentato da Shankara – un po’ come se in Colombia fosse assolutamente leggersi il Vangelo di Giovanni.
    Tra l’altro, proprio rispetto al discorso sul genio, vorrei sottolineare quanto importante risulta l’opera di allargamento dei nostri confini culturali. Se uno si studia un po’ di letteratura orientale, certe odiose e caricaturali categorie che vengono qui maneggiate con leggerezza (penso proprio alle tossine romantiche) pigliano delle mazzate incredibili. Secondo me, l’operatore culturale, l’intellettuale e dunque anche lo scrittore devono proprio fare questo: allargare, allargare il più possibile. Meno punti di vista e più elementi del network.

  15. Wu Ming, è vero, non ci capiamo. Tu dici: “Puoi farmi un solo esempio di un genio scaturito come per miracolo da un’infanzia povera di stimoli creativi e formativi? Un solo esempio.”
    Considerando che in un altro intervento hai significato che
    anche le famiglie più disastrate possono essere comunque interessantissime e stimolanti ***nel bene e nel male***”, è ovvio che non mi lasci scappatoie: non posso farti alcun esempio ***non solo*** di genio, ma di essere umano tout court che sia cresciuto senza alcuno stimolo di sorta, né positivo né negativo. Non ci vuole molto a capire che, anche laddove si nasca con le migliori potenzialità (ma mi rifiuto di pensare che, al momento della nascita, queste siano le stesse per chiunque!), una volta che si sia fatti crescere al buio sotto una campana di vetro, il destino è segnato: presto ci si spegne e si muore. Resta il mistero del perché tante altre sorelle, oltre le Brontë, siano cresciute in mezzo alle brughiere dello Yorkshire senza scrivere Jane Eyre o Wuthering Heights. Scusa se insisto, ma «Sorelle Brontë» un po’ si nasce e un po’ si diventa. E non dimenticare che in medio stat virtus (intendo tra le posizioni “Genii si nasce” e “Genii si diventa”).
    Ma è una fortuna che sia così. Come già detto, infatti, se ognuno dei miliardi di abitanti della terra producesse un capolavoro letterario, alla fine ognuno si terrebbe il proprio e morta là:-/
    Ma forse è proprio questa la tua UTOPIA, sulla quale non ho niente da dire. Liberissimo di coltivare il tuo sogno e di fare il possibile per realizzarlo. Nell’attesa, tanto per riprendere il tormentone, esci pure per Einaudi, visto che, un po’ per nascita, un po’ per avere avuto modo di allargare i tuoi campi sinapsici, un po’ per culo, ne hai i requisiti 🙂

  16. x il posto degli eroi
    Fermo restando che se mi danno della camicia rossa discuto ma se mi danno del fascista (seppur a scopi di provocazione intellettuale) mi incazzo, ci sono cose del tuo ragionamento che trovo condivisibili, altre meno. Ma su un punto siamo d’accordo senz’altro: quando parlo di indipendenza non mi riferisco a censure o similia, ma a un modo di stare sul mercato, di presentare un proprio progetto, di fare della propria sigla editoriale una ragione di identità. Mi limito a rivendicare, in questo, la “diversità” di Fanucci (Renato o Sergio che sia) rispetto al grande gruppo, e a contestare un sistema che non garantisce a questa diversità (per tante ragioni, alcune delle quali hai richiamato tu stessa, vedi il fenomeno Feltrinelli librerie) la capacità di misurarsi sul mercato ad armi pari. E ancora, critico la mancanza di progettualità della grande editoria, e il paradosso per effetto del quale non è (quasi) mai quest’ultima a rischiare. Non faccio accuse individuali. Il mio amico Mattia Carratello, per tanti anni compagno di viaggio alla Fanucci, lavora adesso per Stile Libero Einaudi. Il mio affetto e la mia stima sono immutati, e spero anzi che contribuisca a portare capacità di ricerca e di innovazione. Dei Wu Ming ho già detto: hanno spiegato più volte perché si trovano bene dove sono. Einaudi ha scommesso su di loro con Q (e, più in generale, la linea italiana di Stile Libero ha fatto cose importanti). Mi incazzo, però, quando vedo la grande editoria che, anziché andare a caccia di nuovi talenti, trascorre il suo tempo a soffiarli a chi li ha faticosamente trovati e coltivati.

  17. Noi ripudiamo l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico.
    Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell’imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo…

  18. Noi ripudiamo l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico.
    Ripudiamo la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell’imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo…

  19. Per Spettatrice. Ma certo! Va senza dire. I miei figli mi hanno riempito di oggettini creati da loro all’asilo, poi alle elementari, poi alle medie. Tenerissimi. Ben vengano i corsi di danza del ventre per la casalinga di Voghera. Abbiamo TUTTI diritto ad esprimerci, magari creando un centrino per la tavoletta del water. Inventiamo tutti quanti sempre nuove ricette in cucina… e bla bla bla. Ma, se permetti, diamo a Shakespeare ciò che è di Shakespeare. Aggiungo che il prossimo 6 dicembre andrò a Odense a visitare la casa natale di Andersen, mentre, per il momento, non ho nessuna voglia di vedere dove è nato Giuseppe Genna:-)

  20. Per Briosco.
    A caccia di nuovi TALENTI?
    Dio, che passatista!
    Cultura popolare, ci vuole! Mitopoiesi dal basso, critica all’elitarismo, all’idealismo, all’importantismo, al culto dell’Autore.
    Ma come fai a credere ancora nel “genio”, nella Musa, nella Ispirazione, nell’Arte e nell’Artista come essere [dal talento]superiore?
    Se uno si studia un po’ di letteratura orientale, certe odiose e caricaturali categorie che vengono qui maneggiate con leggerezza (penso proprio alle tossine romantiche) pigliano delle mazzate incredibili.

  21. Eh no, Briosco no!!!!
    A parte gli scherzi, non ce la faccio entrare nella discussione tra chi è genio e chi no, per mera mancanza di tempo e di testa, se non per dire che esistono artigiani della scrittura che hanno cambiato per sempre il nostro modo di leggere (per stare dentro il mio catalogo, pensi a Dick, Thompson, Matheson) e aspiranti geni o maestri della penna che non hanno spostato una virgola nella percezione di nessuno. E, ovviamente, viceversa….

  22. Scusa scusa scusa. Ho mischiato Brioschi con Briasco… Tutta colpa di quest’età di contaminazioni!
    Il colmo per me, a questo punto, sarebbe passare da Fatucci a Fanucci. L’Orietta impazzirebbe:-/

  23. Angelini, suvvia, non bisogna mica andare tanto lontano per vedere quanto le arti siano importanti per tutti e non nella forma del culto del Genio. Ti invito semplicemente a considerare il fatto che danza, canto, pittura ecc. sono da noi (occidente) spesso usate in forma terapeutica e la pratica porta anche dei bei risultati. Questo si sposa perfettamente con il mondo e i modi di fare arte che a me piacerebbe sperimentare e vedere, non riesco invece a inquadrarla bene dal tuo punto di vista. Cosa ne pensi?
    Sempre a titolo personale chiarisco che sono una di quelle persone che al calcio dei divi e dei geni preferisce sane attivita’ sportive diffuse e che ai musei antepone ludici e creativi esperimenti e laboratori. Tra tutte le opere di alto artigianato di Faenza per es. quella che giudico meglio riuscita e geniale e’ la sopravvivenza del lavoratorio di ceramica per bambini. Provate a portarci i vostri figli e poi vedete se le maggiori emozioni le provate lì o nei piani superiori.
    A quello di prima che citava i futuristi, che dire, a me pare che proprio non c’entrino per niente.

  24. Spettatrice. Non ci sono Aut-Aut. Mai sostenuto che ci si debba prostrare davanti ad alcun Monumento Con Le Gambe, né concesso ad alcun Monumento Con Le Gambe di pretenderlo. Possono coesistere i sommi, i medi e i minimi. I professionisti e gli amatoriali. Che l’offerta sia la più ampia possibile. Che chi vuole possa leggere Dante, Biondillo o i Piccoli Brividi.
    Che ognuno, se ne ha voglia, possa scrivere versi in cui cuore faccia rima con amore e metterli pure in rete. O cercarsi un editore. Se poi lo trova davvero, buon per lui. Tanti auguri.

  25. Angelini, forse , ma solo forse nel mio modo di intendere l’arte e la sua pratica c’è qualcosa di leggermente piu’ profondo e ‘intimo’ del centrino per water e della danza del ventre un tanto al kilo.
    Ben venga il tuo vate, ma per uno che è riuscito a dare voce e linguaggio a un’epoca, quanti ce ne siamo persi per strada? diciamo che continuerei a scambiare volentieri i cosiddetti geni con delle belle figurine piu’ equilibrate e creative. Se poi tra queste una voce e’ piu’ bella delle altre, ben venga, sarà contenta la persona che la emette (perchè la emette) e gli altri potranno ascoltarla, imparare, migliorare o scegliere strade alternative. Tutto senza stratosferici narcisismi/santificazioni che ben poco servono e anzi ostacolano.
    Angelini non tremare, non sono in preda a un raptus, sto sicuramente parlando di Utopia, quella dove a me piacerebbe vivere, ma…. ci sarebbe posto anche per te 🙂
    Nella tua Utopia invece cosa potrei fare oltre alla spettatrice del Sommo spettacolo?
    besos

  26. Confermo: a ottobre uscirà un libro di Moresco per Fanucci. O meglio: Antonio terrà a battesimo una piccola – e spero agguerrita – sezione di italiani all’interno della Collezione narrativa partita a febbraio.
    Il suo libro si intitolerà Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno, e includerà reportage e racconti. Siamo contenti noi, è contento lui, è un rapporto che nasce e che spero possa durare nel tempo

  27. @ Wu-ming
    A parte il mio commento (posso inviarlo in mail?), io tra i diritti del narratore inserirei:
    il diritto di contraddirsi, ovvero il dovere di cambiare idea almeno una volta nella vita (da cui: il diritto di preferire una qualunque idea a nessuna idea); non perché chi non cambi idea sia un semplice fesso, ma perché il narratore ha il diritto di cercare di agire nel modo più giusto (mediante la parola), e la supercoerenza è la smisurata idiozia di chi non ha che cantilene invece di racconti;
    il diritto di non essere perfettamente coerente, perché avrebbe un tipo di perfezione che non può competere a chi pretende di raccontare questo mondo, ma che sarebbe di grande interesse per un buon sacerdote;
    il diritto di non essere il critico di se stesso (non ancora il dovere)
    segue…
    (chiedo scusa per gli eventuali refusi)

  28. per Giuseppe Genna.
    D’accordo su Skinner, ma rinvio anche questa a migliore occasione, visto che non c’è mantello migliore per le ideologie reazionarie della biologia intesa alla rovescia (però ricordo che quella che passa per antiutopia, “il mondo nuovo” di Huxley, conteneva in nuce l’intuizione fondamentale del condizionamento come “trattamento di massa”; in fondo l’impoverimento della tecnologia, contro cui si battono i bigotti, è sempre l’impoverimento morale degli spiriti reazionari)
    Wittgestein: chi è quel colossale idiota che sostiene che Wittgenstein inviti al silenzio mistico? Non nei suoi testi di filosofia (che erano, tranne uno, tutti semplici appunti). Forse qualcuno che fraintende la famosa “conferenza sull’etica” e le ultime pagine del tractatus (e, va detto, lo stile un po’ asciutto del Tractatus, ma L.W. non aveva intenzione di sostituirsi a Meister Eckhart, proprio per nulla);
    Sugli stati della mente (perdona la brevità, devo andare via) ti interesserebbe leggere Peirce, credo (ammesso che non l’abbia letto). Molti suoi scritti sono ancora da tradurre, ma Bompiani ha pubblicato un’ottima raccolta dei suoi scritti fondamentali.
    Manca metà risposta per questioni di tempo
    A presto, Ivan

  29. Il diritto di contraddirsi (= libertà d’opinione) è già sancito dalla costituzione, alla quale fanno capo anche gli scrittori. Perché non aggiungere – banalità per banalità – anche quello di mangiare cavoli a merenda e sedere sugli allori?

  30. Anche fosse? Il fatto che Fanucci pubblichi Moresco, quello non significa niente? Dietrologia, il tuo nome è “anonimo”!

  31. “a ottobre uscirà un libro di Moresco per Fanucci. O meglio: Antonio terrà a battesimo una piccola – e spero agguerrita – sezione di italiani all’interno della Collezione narrativa partita a febbraio.”
    Brindiamo, allora: la Restaurazione è finita! La montagna ha partorito un topone bellissimo. Complimenti per la strategia di marketing.

  32. Anonimo e Franco, come vivere senza il vostro acume, siete davvero due persone in gamba.
    Quando incontro quelli come voi mi ricordo di Matteo Galiazzo, di come rimaneva affascinato dagli ibridi di idiozia e tracotanza che in genere fanno diventare l’umore cupo, ma a Matteo no, lui ci creava dei personaggi formidabili, faceva riflettere a questi omini stentati e intellettualmente muscolari tutta l’idiozia del cosmo, in fondo tutto il male che c’è, però senza odiarli.
    State bene.

  33. Che bello. Trovo su Google un’intervista a Jacopo De Michelis apparsa su La Tela Nera.
    «[LTN]: Domanda cruciale: Scrittori si nasce o si diventa? In breve quanto conta il talento di base rispetto a quanto si può eventualmente acquisire in seguito a livello di tecnica?
    [JDM]: Soprattutto nel caso della narrativa di genere, che ha una forte componente artigianale, molto si può imparare con lo studio e la pratica, ma il talento è la terra fertile senza la quale nessuna pianta può crescere.»
    Tiè.

  34. Esatto, esatto, e il talento non è innato, si forma con gli stimoli, nei primi anni di vita. Dopo, sta a ciascuno di noi utilizzarlo al meglio. E’ quello che sta cercando di farti entrare in testa più di una persona, solo che tu, Angelini, non leggi. Non leggi: aspetti solo il momento di scrivere.

  35. Melloni, sei tu che NON leggi. Gli stimoli agiscono su una ***base*** di potenzialità già presenti alla nascita e non identiche in tutti. Chiamala DNA, chiamala conformazione o struttura bio-geno-chemio-cerebro-fisioeccetera, ma NON TUTTI quelli che nascono, per quanto riccamente stimolati, sono destinati a diventare Leonardo da Vinci.
    Ripeto: banali come Mario Melloni un po’ si nasce, un po’ si diventa:-/

  36. ” Postato da Franco il 2005-05-14 03:56:07.0
    Melloni, sei tu che NON leggi. Gli stimoli agiscono su una ***base*** di potenzialità già presenti alla nascita e non identiche in tutti. Chiamala DNA,”
    adesso basta, questa è una cazzata. I geni si contano nell’ordine delle decine di migliaia, il sequenziamento del DNA (avvenuto nel 2000, a grandi linee, con grancasse di Craig VEnter e Bill Clinton) dimostra che i geni controllano molto meno di quanto non si potesse ipotizzare, e che il cosiddetto libro della vita è un’idiozia bella e buona, e lo sono anche molto versioni rivedute e corrette per continuare ad assegnare ai geni una certa preponderanza: non c’è nessuna base genetica individuata per l’intelligenza, l’unico cretino che ha sostenuto ciò era sir Cyril Burt, sputtanato come truffaldino per i suoi studi sul qi e sui gemelli identici inesistenti, da Leon Kamin, mica da capitan Fracassa. Non c’è nessuno studio attendibile, attualmente che sostenga quello che dici tu, abbia pazienza: la genete studia, “tu le spari”, oppure ti documenti sui libri di divulgatori da 4 denari.
    Ciao,
    Ivan

  37. Okay, Roquentin. Nasciamo tutti con IDENTICHE potenzialità. Poi, i ***più e meglio*** stimolati diventano Shakespeare, Maria Callas, Hans Christian Andersen, Einstein, Roquentin e Sophia Loren. Contento?
    Per caso hai anche la ricetta su come ottenere certi auspicabili risultati?
    Sai consigliarci un vibrostimolatore storico-ambientale affidabile?
    [La bufala della misurazione del QI la conosco anch’io, nel mio piccolo]
    [Ovviamente il talento non ha nulla a che vedere con una maggiore o minore dignità degli esseri umani, che nascono uguali in dignità e diritti… compreso il diritto a spacciarsi per geniali anche se non lo sono, come nel tuo caso]

  38. Quanto sopra (l’accettazione dell’idea che, se stimolati, possiamo tutti raggiungere il talento vocale di Maria Callas) è dovuto a quel DIRITTO DI POTERSI CONTRADDIRE da te così genialmente suggerito ieri a Wu Ming.

  39. Angelini, non c’è nessuna ricetta, la “base” di intelligenza e sensibilità non è una cosa il cui sviluppo si possa prevedere o predeterminare. E’ un misto di intenzionalità, casualità, fortuna… I geni c’entrano poco o niente, sempre se stiamo parlando di esseri umani normali, che nascano senza lesioni cerebrali.
    Poi, dopo una certa età, sono la passione, la disciplina e l’impegno, il voler rimanere “sintonizzati” col mondo, a far fruttare il talento.
    (Hai pensato che le coetanee e dirimpettaie di Jane Austen non sono diventate Jane Austen semplicemente perché le loro famiglie non glielo permettevano, o perché avevano tutt’altri interessi? E poi, una Jane Austen rompe già abbastanza la uallera per desiderarne di averne di più)
    (Dio, forse c’è un’eccezione, forse nel tuo caso sì, forse si poteva prevedere che saresti diventato ‘sto petulante arrampicaspecchi che cerca disperatamente appigli d’ogni tipo in giro per la rete e trova solo un’affermazione en passant di Jacopo De Michelis)

  40. Angelini: io non mi sono spacciato per geniale, MAI. Adesso, per favore, mi dici dove e quando oppure fai la figura dello stronzo. Addirittura, non mi piace neppure che mi venga detto, soprattutto dalle persone sbagliate e senza giustificazione, e qualunque cosa di intenda. Nel 2005, “geniale” non vuol dire poi molto, a parte il riconoscimento di un generico status di superiorità (quasi sempre discutibile o fasullo).
    Purtroppo per te, non c’è nessuna ricetta, ma in ogni caso ho i miei sospetti che tu non diventerai né Shakespeare, né Mozart, né Picasso, né nulla di paragonabile a nessuno di questi. Hai fatto la maggior parte della strada: vedo solo la tragedia di un uomo, non vedo altro.
    Se invece desideri una bibliografia completa, visto che sostengo concetti sostanzialmente diversi dai tuoi, ma non per semplice intuizione, non hai che da scrivermi in mail e te la farò avere.
    Ciao
    (ti spiego: per oggi basta, ok? Se prosegui, sappi che non ti leggerò)

  41. porca trota, dove ho sbagliato… mi allenavo… ci credevo… amavo… ero stimolato… eppure quel canadese figlio di una trota mi battè a seul, porto mondo… porca trota… tutti nasciamo uguali… tutti possiamo correre in 9.89 senza doparci o anche dopandoci… porco quid… mannaggia a tutti gli studiosi che dicono che siamo tutti uguali… come no… siamo tutti alti uguali… eppure il canadese è arrivato primo… eppure avevamo la stessa sciolina… la stessa, lo giuro… meno male che non sono nato meloni o wu ping però… sai che fegato se no… ho già tanto a farcela col mio ma siamo tutti uguali yeah… tutti bush o berlusconi… yeah… yeah… yeah… studiosi di codesta minchia dell’university di oklakaz o del remoto futurelab di audray beach… ah, ecco, ci sono arrivato… siete comunisti… il canadese non era comunista no… lui voleva arrivare primo ed è arrivato primo… l’ho visto io da dietro e voi alla tv… tutti uguali… tutti ugualiiiiiiiiiiii…

  42. Non conoscendo il contesto è difficile commentare, forse quell’affermazione è una voluta forzatura, una boutade, forse nel resto del saggio è compensata, spiegata, messa in equilibrio, ridimensionata, giocata in modo interessante…
    Così com’è, non solo non mi convince per niente, ma mi sembra una cazzata bella e buona.
    A rigor di logica, colui che ha poche o pochissime sinapsi non dicesi “genio”, tutt’al più “deficiente”, “ritardato”.
    Meno sinapsi si hanno e meno collegamenti si è in grado di fare tra una cosa e l’altra, tra un fenomeno e l’altro, tra un’esperienza e l’altra.
    Non so come si possa definire qualcuno creativo o sensibile – figurarsi “geniale” – se non ha la capacità di fare questo.
    Che poi il “genio” consista nell’incanalare l’esperienza in pochi schemi preordinati, mi pare un’affermazione in contrasto con tutto ciò che sappiamo dell’intelligenza.
    Sì, esistono gli “idiots savants”, esiste chi non sa legarsi le scarpe da solo ma può dirti in una frazione di secondo quanto fa 13.576 x 28,4… In quel caso, certo, funzionano solo i campi sinaptici i cui neuroni contengono le informazioni matematiche… Ma siamo seri, quando parliamo di “talento” mica intendiamo quella cosa lì.
    Einstein aveva poche sinapsi? Leonardo aveva poche sinapsi? Mi pare molto poco probabile.
    Uno scimpanzè ha meno sinapsi di un essere umano, e, certo, vi sono scimmie che dipingono e fanno cose piuttosto interessanti, eppure…

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