Categoria: Cose che accadono in giro

Parlare di una serie televisiva, questo dovrebbe essere ormai chiaro, non significa sconfinare nel territorio dell’evasione: non sto facendo un torto alla pila di libri che mi minaccia dal tavolo, e che affronto pian piano, anzi. Forse sto invece contribuendo a discutere di narrazione e della voce e dell’estetica con cui si narra.
A volte capita di imbattersi in qualcosa di nuovo e di apparentemente folle, e di dirsi “toh, non tutto è perduto”: parlo di Hazbin Hotel di Vivienne Medrano (è su Amazon Prime: che però si è interessata alla serie dopo aver visto l’episodio pilota sul canale YouTube di Medrano). Medrano, o Vivziepop, ha trentadue anni, è un’animatrice e regista americana. E la sua serie è nuova, divertente, dissacrante: intanto, è una serie animata (per adulti, parolacce e situazioni politicamente scorrette sono presenti in gran numero), ma è anche un musical a puntate. Che, a parer mio, prende il meglio dei predecessori (penso a South Park) e sbeffeggia la Disney in modo garbato e intelligente.
E, sì, è utile anche a chi scrive letteratura.
Ps. Naturalmente, la serie ha attirato l’attenzione dell’Associazione degli Esorcisti. Non scherzo.

“Le rose di Orwell” di Rebecca Solnit segue una strada singolare, ovvero non soltanto rintraccia un’altra biografia possibile dello scrittore, ma prova a capire quanto le nostre singole vite possano essere diverse grazie agli alberi, alle piante e alla sensazione di forza e comunità che trasmettono. Scrive Solnit: “se dovessimo pensare a qualcosa che è l’esatto opposto della guerra, forse dovremmo pensare ai giardini, e la gente infatti trova nelle foreste, nei prati, nei parchi e appunto nei giardini un peculiare senso di pace”.

Continuo con un po’ di memorabilia: un articolo per la Stampa su Jane Austen, che è dello scorso anno ma vale sempre.
Quel che Liliana Rampello suggerisce è che Austen abbia scritto un intero ciclo di formazione che pone Elizabeth Bennet accanto a Wilhelm Meister e Julien Sorel.  Senza farsi notare. Perché, come dirà Flaubert, “non bisogna scriversi”: solo così l’illusione della parola cattura il lettore. Austen ci ha catturate tutte, e quasi tutti, anche per questo motivo: lei non si vede, nelle sue storie, anche se c’è, così come ci siamo noi, ancora oggi.

In questi giorni sono sempre un po’ in corsa e ne approfitto per pubblicare qualche ritratto di persone da ricordare. Sempre per La Stampa, questa è Rachel Carson.
Come scrive Atwood, prima di Primavera silenziosa, “la gente pensava in un modo, e dopo di esso si ritrovò a pensare diversamente”.  Per questo, aggiunge, “ho fatto di lei una Santa dei Giardinieri di Dio nel mio romanzo The Year of the Flood (L’anno del Diluvio). Gli esseri umani hanno un enorme debito di riconoscenza nei suoi confronti, e se ci addentreremo nel ventiduesimo secolo come specie, in parte lo dovremo a lei”. Sempre grazie, Rachel, sempre.

Sono, come molti di coloro che leggono per professione, sconcertata e travolta. In queste settimane escono moltissimi libri, e molti di quei libri li attendevo, e di molti altri sono curiosa. Ma non riesco a leggerli, per quanto occupi ogni interstizio temporale con un libro in mano. E continuo a chiedermi: come si fa? E continuo a rispondere chi mi contatta via mail che appunto non ho tempo, certa di non essere creduta.

Un anno fa ho scritto questo articolo per la Stampa. Non cambia una virgola, se non il numero delle pubblicazioni che è aumentato di parecchio. Per quanto proseguiremo così?

Ultimo intervento dagli Stati Generali del Genere. Marco Bettini.
“Cito Maryane Wolf, neurobiologa americana che ha studiato la differenza tra lettura profonda e lettura digitale : “Ci sono processi cognitivi lenti, quali il pensiero critico, la riflessione personale, l’immaginazione e l’empatia che fanno parte della lettura profonda. Kurt Vonnegut ha paragonato il ruolo dell’artista nella società a quello del canarino nella miniera: entrambi ci avvertono della presenza di un pericolo. Il cervello che legge è il canarino nella nostra mente. Saremmo davvero stupidi se ignorassimo ciò che ha da insegnarci”.”

Questo è l’ultimo intervento, almeno per ora, dagli Stati Generali del Genere. E’ di Massimo Carlotto e pone non poche questioni. Specie alla vigilia di una primavera dove sono annunciati molti romanzi che si presumono di qualità alta, e molti di quei romanzi, specie di scrittrici che per ora non nomino, si intrecciano strettamente con il genere, anche se non in modo dichiarato (per fortuna).
Per questo comprendo ma non concordo del tutto su quanto scrive Massimo Carlotto sul rosa: il rosa piace perché è analgesico. E’ vero, ma forse dobbiamo intenderci su cosa sia oggi il romance. Perché certo, ci sono i romance supervenduti che scivolano quasi sempre in una strada terribilmente consolatoria e purtroppo scontata, e per quello vendono. Ma forse all’interno di quello che definiamo romance si muove altro: e magari non riusciamo a vederlo, perché non lo leggiamo.
Su tutto il resto, condivido Carlotto parola per parola.

Ripropongo la domanda che mi faccio in questi giorni: le grandi manifestazioni culturali, gli appuntamenti letterari, i luoghi, insomma, dove ci si incontra per parlare di libri, possono permettersi il lusso di non guardare a quel che ci accade intorno? Noi, singoli, possiamo permettercelo? E, in caso, come possiamo agire AL DI LA’ del post fervido su un social?
Anche scrivendo, e va bene. 
Per questo, vi propongo l’intervento di Otto Gabos agli Stati Generali del Genere del 4 febbraio scorso: fa riflettere, anche in questo senso.
“A mio parere il genere in linea di massima gode di un’ottima salute. Proprio per questo corre il rischio di trasformarsi in un carrozzone di maniera, piallato ed edulcorato dal tritacarne mediatico del mercato. È importante perciò tenere il punto e guardare al futuro, a partire da quello immediato, verso un mondo in netta regressione sociale, con sterzate verso sistemi più o meno autoritari, dove la parola guerra è argomento quotidiano, fatto quotidiano, dove si parla con insistenza di un ritorno al servizio militare obbligatorio, dove si sperimentano metodi di esecuzione capitali che nemmeno i veterani userebbero per sopprimere gola nomali malati, e mi fermo qui perché altrimenti sarebbe una litania.”

Ancora dagli Stati Generali del Genere di Bologna. Parliamo di romanzo storico. Ne parla, anzi, Sara Vallefuoco, scrittrice (Neroinchiostro, ambientato nel 1899) e insegnante: che nel suo intervento fa una riflessione interessante sulla comunità.
“Sono grata al romanzo storico perché mi suscita domande che hanno molto a che fare con il presente: la mia comunità, la nostra comunità, quali storie sta raccontando di se stessa? Il pensiero dominante, volto a cristallizzare un sistema di valori che viene dal passato, quali storie non sta raccontando? Quali sono invece le storie, anche scomode, che abbiamo il diritto e il dovere di raccontare per restituire complessità alle nostre vite, in un gesto liberante e liberatorio?”

Ancora un testo, in attesa degli altri, dagli Stati Generali del Genere. Questa volta è di Cecilia Lavopa di Contornidinoir. Che pone un bel po’ di problemi non solo sui blog, ma sulla ricezione dei libri, e sulla qualità dei medesimi.
Tutto vostro.
“Prendendo spunto da una poesia di Cesare Pavese: Ci si sveglia un mattino che è morta la letteratura.
All’incontro precedente degli Stati Generali l’impressione che ho avuto è stata quella di volersi sgravare di una colpa di quanto stia accadendo. Non è colpa mia, non è della distribuzione, non è della pubblicazione, è colpa di qualcun altro. In realtà, più che di colpa parlerei di responsabilità di cui ognuno di noi deve farsi carico. Magari di inversione di rotta, nel caso fosse necessario.”

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