HO UN IMPEGNO

Culturapocalisse1   Sul Sole 24 ore  di ieri (no, non c’è una rettifica di Pacchiano, spiacente) Goffredo Fofi sostiene che dopo una stagione di disimpegno torni la “narrativa civile”. 
La tesi è la seguente: è praticamente impossibile, scrivendo, astrarsi dalla realtà in cui viviamo (gli scrittori che provano a farlo, dice Fofi, “finiscono per dare la stessa impressione di immensa fatica e quasi sempre di fallimento che danno i romanzi di fantascienza quando vogliono inventare entità e sentimenti non riconducibili in alcun modo all’umano”). In particolare, questa realtà viene raccontata in molta parte attraverso “lo scontro tra individui e gruppi di potere, tra individui e gruppi tra loro, tra l’individuo e, con la maiuscola, lo Stato”.

Però, aggiunge Fofi, c’è un problema. Ovvero: “Nell’epoca della globalizzazione e dell’omologazione, dei poteri occulti, della difficoltà per ciascuno di capire e scegliere e di contrapporsi, di un potere mediatico capace di assorbire tutte le contraddizioni in un flusso apparentemente disordinato di avvenimenti e notizie tra loro lontani che finisce per travolgere e depotenziare ogni positiva differenza, della difficoltà di pensare modelli di opposizione e soprattutto di proporre modelli alternativi concretizzabili, che cosa può fare lo scrittore, il romanziere, l’elaboratore di narrazioni, mondi e scritture per reagire alla violenza di una storia che sembra in grado di tramortire ogni dissenso, o di costringerlo alle sole alternative di cui il potere, zona per zona, impone l’accettazione?”.

Per Fofi, sono pochi gli scrittori che affrontano di petto la questione. Fra questi, mette John LeCarré, perché i suoi romanzi sono “esemplari dello sforzo di denunciare ciò che egli ritiene di aver capito del funzionamento del potere, e soprattutto del superpotere parallelo”.
Insieme al medesimo, c’è, almeno parzialmente, Ian McEwan. Ci  sono due libri e due scrittori su cui Fofi si dilunga: Amitav Ghosh de Il paese delle maree e Karl Marx Show di Juan Goytisolo. E, in Italia, “solo Giuseppe Genna ha cercato di rubare qualcosa a LeCarré ma restando tutto nel genere. Allo stesso modo, i migliori autori del noir hanno, per un certo tempo, rubato al miglior noir Usa l’attenzione alla centralità del legame fra crimine e politica, prima di perdersi nelle furbate della denuncia giornalistica dimenticando l’importanza della detection, cioè della rivelazione dei meccanismi di funzionamento di una società, anche se la politica è tornata a essere presente in tanti romanzi nei quali fa da sfondo più che da protagonista”.

Fin qui, il riassunto dell’articolo (il titolo, per la cronaca, era “Il romanzo scende in piazza”). Non so come, ma ho la sensazione che il discorso sui generi, per quanto possa essere venuto a noia a parecchi, vada ogni volta ricominciato. Sul fatto che Genna “resti tutto nel genere” mi sembra che ci sia moltissimo da confutare (semmai ha cercato e cerca, soprattutto nell’ultimo romanzo, di squartarlo, il genere). Sul fatto che Genna sia solo, non sono affatto d’accordo: mi sembra anzi che il numero di coloro che tentano di “affrontare di petto la questione”, in Italia, sia assolutamente in crescita, così come i romanzi dove la politica è protagonista. Però, forse, bisogna intendersi su questa parola: tanto per citare di nuovo il romanzone che ho in lettura (quasi terminata), Il collare di fuoco   di Valerio Evangelisti, come si fa a sostenere che non sia, in ogni sua virgola, un romanzo totalmente politico? E infine: ma gli scrittori italiani che si cimentano con “l’impegno”, vengono letti o no da chi di impegno scrive?

81 pensieri su “HO UN IMPEGNO

  1. Concordo: Dazieri, De Michele, De Cataldo, Limardi……mi sembra che di collegamento con la realtà italiana (politica e non) ce ne sia a iosa!
    Collare di fuoco, poi, è un romanzo pìù che politico (centratissimo in quest’epoca di devolution e smembramento della costituzione).

  2. In compenso Luigi Mascheroni scrive: “Altro che Luther Blissett e Wu Ming, altro che «Babette Factory» e la loro Italia del 2005 d.C., altro che Romanzo totale di Kai Zen o progetto Apparatchik, altro che collettivi narrativi e cooperazioni letterarie varie. Cari Raimo & Lagioia, carissimi Genna e indiani telematici, ci spiace: siete vecchi, vecchissimi [*]. Pensavate di aver inventato il romanzo collettivo? Pensavate di aver (ri)scoperto la fantapolitica all’italiana? E invece siete stati superati, da destra, ottant’anni fa, nientemeno che da un gruppo di fascisti, anzi dal Gruppo: il Gruppo dei Dieci come si battezzarono gli scrittori – molto eterogenei, va da sé: futuristi, giallisti, intimisti… – che nel 1929 pubblicarono (così come da sottotitolo) il «Grande romanzo d’avventure» “Lo zar non è morto” che Giulio Mozzi, in qualità di editor sempre controcorrente di Sironi, ripropone oggi con un elegante – ma volutamente “scorretto” dal punto di vista filologico – répêchage.”
    (Il giornale, ieri)

  3. Attualmente in Italia non c’è uno scrittore valido che scriva con intento pienamente politico anche. La mania, e vizio, è quello di astrarsi dalla realtà, completamente, per dimenticarla e per farla dimenticare all’eventuale pubblico, al lettore dunque.
    I più vicini alla realtà rimangono Evangelisti e Wu Ming.
    g.i.

  4. Se scrivere con “intento pienamente politico” significa scrivere romanzi ideologici, “romanzi a tesi”, zdanoviani, è meglio che quella strada non si imbocchi. Se invece significa riconoscere che
    “Chi scrive non può né potrà mai chiamarsi fuori dalla società in cui vive. Nessuno può farlo. L’individualismo non esiste, è un’allucinazione, un voler-essere che non ha attinenza con la realtà. L’essere umano non potrebbe nemmeno esistere senza la vita associata, senza l’aiuto dei suoi simili, a cominciare dal primo cerchio concentrico, la coppia bimbo-madre. L’essere umano, al contrario di altri mammiferi, nasce senza pelliccia, con la vista offuscata e totalmente incapace di ambulare. Se non ci fosse la famiglia ad aiutarlo, sostentarlo e farlo crescere, non sopravviverebbe un giorno. L’essere umano è ‘animale sociale’, come diceva quel tale. ‘Letteratura sociale’ è dunque una tautologia: non esiste nulla di non-sociale.
    Certo, esiste una letteratura del narcisismo autoriale, dell’egocentrismo espressivo, dell’autocontemplazione, del disgusto per le relazioni con altri umani… Ma anche quella è letteratura sociale: è la letteratura di chi preferirebbe non riconoscere alcunché ai suoi simili e non dover dare un contributo alla comunità intorno. C’è addirittura chi crede che questa sia LA letteratura. Credano quel che vogliono […]” (anonimo ferrarese, 2005)
    …in quel caso, di autori con “intento politico” in Italia ce ne sono tantissimi.
    Quanto all’ultima domanda di Loredana, la risposta è scontata: no, non leggono. Non leggono ciò di cui scrivono, e non mi riferisco tanto a Fofi quanto ad altri che ci ammorbano sparando sentenze. Ma il problema è un altro, è la gerontocrazia che soffoca il Paese.
    Il modo di produzione della cultura ha attraversato e sta attraversando trasformazioni che, comunque le si voglia qualificare, qualunque retorica si scelga (quella della “decadenza”, quella del “rinnovamento”, etc.) solo dieci-quindici anni fa erano impensabili.
    “Il passaggio dalla Olivetti al word processor, che poteva dirsi compiuto all’inizio degli anni Novanta, aveva già rivoluzionato il modo di comporre un testo. La crescita della rete ha fatto il resto. La ‘ricorsività’ della scrittura (cioè la possibilità di modificarla infinite volte senza distruggere il supporto provvisorio, ‘sbianchettare’, cestinare etc.), la fine del ‘blocco da foglio vuoto’, la funzione taglia-e-incolla, la rapidità con cui puoi spedire il testo ad altre persone per avere un parere, la facilità con cui si passa dal file al libro (una volta il dattiloscritto andava ricomposto su una lastra in caratteri di piombo!), la maggiore interazione tra scrittori e lettori tramite e-mail, blog, siti dedicati… Tutto questo cambia radicalmente la psicologia dello scrivere, l’approccio alla parola.”
    Per non parlare del fatto che la rete è uno strumento di ricerca la cui utilità è indescrivibile, un pozzo senza fondo in cui calare il secchio. Il nostro modo di lavorare, e non soltanto il nostro, sarebbe impossibile in una dimensione pre-digitale.
    Ciò che si scrive nel mondo oggi assorbe, rielabora e riflette quel che sta succedendo, e probabilmente lo fa con codici che i vecchi critici non sono in grado di decrittare, perché su questo cambiamento tecnologico e psicologico non hanno riflettuto, anzi, si rifiutano di riflettere.
    Lo si capisce molto bene, se ci si rende conto che, nella discussione dei critici, siamo ancora al “genere” e al “postmoderno”, categorie vetuste e inadeguate, superate dai fatti e dalle poetiche.

  5. Dice WuMing 1: “L’individualismo non esiste, è un’allucinazione, un voler-essere che non ha attinenza con la realtà. L’essere umano non potrebbe nemmeno esistere senza la vita associata, senza l’aiuto dei suoi simili, a cominciare dal primo cerchio concentrico, la coppia bimbo-madre.”
    Okay, queste cose si sanno. Però quando un editore fa un contratto con un autore o un collettivo di autori, le royalties non vanno al genere umano tutto, ma squisitamente a loro:- )

  6. Ma perché in Rete si guarda solo agli scrittori della Rete? Wu Ming, Evangelisti, Genna ecc. Ce ne sono altri, provate a guardare oltre il vostro naso!

  7. Romanzi che siano à la V. Hugo, Stendhal, Balzac… Pasolini.
    Non credo che un giallo o un thriller possano esser considerati romanzi sociali. Per me, nella più parte dei casi, sono una noia infinita, e solo raramente un motivo di divertimento, di distrazione da leggere. Se ci s’illude che il thriller possa sostituirsi al sociale, allora siam messi davvero male, molto male. E in effetti lo siamo.
    Saludos
    g.i.

  8. ma perchè uno non può scrivere (e pubblicare) un libro senza alcun i9ntento pedagogico, ma solo perchè si diverte? perchè gli scrittori italiani devono sempre avera una scusa eticamente corretta? perchè siamo così terrificantemente provinciali?

  9. azzardare su temi che non si conoscono bene è sempre stato all’ordine del giorno. Mi pare diffcile comunque che uno scrittore non parli dl reale o del sociale… Anche il Luther Blisset dello storico (in tutti i sensi) “Q”, direi…

  10. @ Lucio:
    Infatti quel che viene pagato all’autore è il lavoro di sintesi creativa dei flussi di immaginazione e informazione che attraversano la società.
    Il mestiere del narratore o del poeta consiste nel “ridurre la complessità” in modo non banale: selezionando dal marasma frastornante una o poche possibilità narrative, il bardo trasforma la realtà in qualcosa di raccontabile e cantabile.
    Senza la collettività, non esisterebbe la realtà, quindi nemmeno l’autore, e quindi nemmeno le royalties. Ciascun autore è un “terminale”, un’antenna, lo snodo di una rete che è tutto il genere umano.
    Chi crede di avere un talento creativo solamente individuale e di esprimerlo *a prescindere* da quel che fanno e dicono ogni giorno i suoi contemporanei, non fa che illudersi di poter uscire dalla realtà quando vuole. Nessuno crea *da solo*, mai.
    @ Iannozzi.
    Tutto è “sociale”.
    @ Paperino.
    Definire “scrittori della rete”.
    @ Lisa.
    Io scrivo per il piacere di scrivere, e leggo per il piacere di leggere. Se scrivere e leggere mi facessero schifo, farei un altro mestiere.
    Nel leggere e nello scrivere, però, c’è anche una dimensione che va oltre il mero piacere, è quello che Barthes chiama il “godimento” (jouissance), è una sensazione perturbante che si prova leggendo libri a tutta prima “ostici”, difficili, dove tutto dev’essere conquistato.
    Quel che tentano di descrivere – senza mai riuscirci, mi sembra – i fans di Moresco è proprio questa “jouissance”.
    Per il resto, non importa scrivere romanzi iper-ideologici e “a tesi” perché un libro sia “sociale” o “politico”. Può esserlo, al di là delle intenzioni dell’autore, anche uno sfrenato divertissment. Certa narrativa che si vorrebbe “non politica” è in realtà molto politica, caratterizzata in senso qualunquistico e reazionario. Chi s’astiene dalla lotta è un gran fijo de… 🙂

  11. @ WU MING 1
    No, non tutto è sociale. E sai perché? Perché dovresti prima riuscire a definire che cosa è il “Tutto”. Ed è un po’ difficile: probabile che tu lo definisca secondo la tua filosofia, secondo il tuo modo di guardare al mondo.
    E se ci provassi io, farei altrettanto: lo definerei secondo il mio punto di vista.
    Saludos
    g.

  12. @ Wu Ming1: a me sembra che *alcuni* fan di Moresco scambino l’astruso per jouissance, sinceramente.
    Riguardo l’anonimo ferrarese: “L’essere umano è ‘animale sociale’, come diceva quel tale. ‘Letteratura sociale’ è dunque una tautologia: non esiste nulla di non-sociale.”
    Già, è una tautologia. Nel momento in cui si parla e si scrive ci si rappresenta un destinatario, che è la “comunità linguistica”, ovvero la “società civile”, sfrondata di orpelli imbecilli; e, sperimentando o meno, ci si tiente sempre nei limiti di quella comunità (anche violarli è un modo di stare ai patti: le regole della lingua non sono certo le tavole della legge). Negare che la letteratura sia un fatto sociale è pura ipocrisia, se non è ignoranza.
    “Certo, esiste una letteratura del narcisismo autoriale, dell’egocentrismo espressivo, dell’autocontemplazione, del disgusto per le relazioni con altri umani…Ma anche quella è letteratura sociale: è la letteratura di chi preferirebbe non riconoscere alcunché ai suoi simili e non dover dare un contributo alla comunità intorno.”
    Una nota su questo concetto: a volte l’egocentrismo espressivo e “l’esibizione di disgusto”, più che il disgusto vero e proprio, sono un parossismo espressivo che punta a rappresentare l’assurdo con “mezzi estremi”: un cozzare contro i limiti del linguaggio, come direbbe Wittgenstein (deliberatamente scelto). Ma si tratta di casi piuttosto rari: levate queste eccezioni, sono d’accordo; non resta che un autismo farneticante: fatto in ogni caso verificabile dalla cronica incapacità dell’autore a compiere qualunque gesto politico (e sto ammettendo che anche le parole siano “gesti”).
    @ Wu Ming1: c’era su NI (e forse è ancora in corso, dovrei controllare) un’interessante discussione su Sartre > Marxismo > società > impossibilità di una scrittura che, essendo sociale, non sia anche ideologica (almeno: lì vorrei arrivare).
    Chi si astiene dalla “lotta” ha scelto e ha scelto con chiarezza: la “non scelta”, spesso sotto forma di “astensione”, equivale politicamente alla legittimazione dello statu quo, e implica un preciso giudizio sulla realtà: “il mondo è giusto”, oppure “dichiararlo ingiusto è vano”; o “il mondo è giusto oppure è impossibile cambiarlo”, etc… Tanto per fare un esempio

  13. @ Iannozzi: “No, non tutto è sociale. E sai perché? Perché dovresti prima riuscire a definire che cosa è il “Tutto”.”
    Tutto il “mondo linguistico” e “il mondo come totalità dei fatti umani”, parafrasando di proposito l’unico autore che ho citato, è assolutamente sociale. Wu Ming1 non se l’è inventato per far quadrare i conti, e se parli di filosofia, mezzo novecento è d’accordo con Wu Ming. Hai presente quella che, comunemente, si chiama “la svolta linguistica”?

  14. Wu Ming1. Caro Roberto, guarda che “a me non m’incanti” (dicono a Fano).
    Che tu di definisca sinteticamente scrittore o prolissamente “sintetizzatore dei flussi di immaginazione e informazione che attraversano la società” poco mi cambia. I soldini te li becchi tu, individualmente o col tuo gruppo. E le stelle stanno a guardare:- )

  15. Subject: Re: mhm
    Non capisco proprio il tema della “detection, cioè della rivelazione dei meccanismi di funzionamento di una società”. Dovremmo cioé aspettarci che siano gli scrittori a rivelarci questi meccanismi, e non piuttosto giornalisti d’inchiesta, sociologi sul campo od antropologi? Qualcosa non quadra, oppure mi manca un tassello: in colui che per mestiere compone delle “palesi menzogne” dobbiamo porre la fonte delle verità? E con quali garanzie, di grazia? Aspetta, che forse ci arrivo da solo: da una parte sistemiamo il “generatore di ipotesi” (totalmente deresponsabilizzato in quanto può sempre tornare a rifugiarsi nel suo compito di divertire il proprio pubblico) dall’altra parte qualcuno si prenderà l’incombenza di effettuare le faticose e rischiose verifiche, e dirà poi: “è proprio vero! diavolo d’uno scrittore!”.

  16. @ IVAN
    Caro Ivan,
    quando Roberto riuscirà a definire che cosa è il “Tutto”, allora poi, magari, si potrà anche dire dell’altro. Ma dire “Tutto è ‘sociale'” è mettere sul piatto una verità assoluta, il che è filosoficamente sbagliato, per rimanere su di un piano meramente filosofico.
    Ma se mi si viene a dire che “Tutti i libri appartengono al sociale” – immagino sia questo che intendeva dire veramente Roberto -, anche così sono in disaccordo: non tutti i libri sono nel sociale, solo una minoranza lo sono stati grazie ad alcuni autori.

  17. Giuseppe, nella mia rece ho evidenziato il mio STUPORE nell’aver trovato il tuo libro tra i gialli, in libreria. Va collocato nel reparto “opere sintetizzanti i flussi di immaginazione e informazione che attraversano la società”:- )

  18. @ LOREDANA
    Non mi pare che Fofi faccia riferimento all’ultimo libro del Genna. Credo stia parlando di tutti gli altri suoi lavori, quindi del grosso della sua produzione, escludendo L’anno luce e L’impero di Costantino. A me pare che Fofi abbia fatto quasi centro, se non appieno, quasi.
    Saludos
    g.

  19. Eh no, Iannozzi, ho capito benissimo che Fofi non si riferisce all’Anno luce. Però l’appartenenza di Genna al genere non è mai stata lineare come si vorrebbe far credere (allo stesso modo in cui Evangalisti non appartiene per intero alla fantascienza, Wu Ming al romanzo storico eccetera eccetera eccetera).

  20. @ Giuseppe (Iannozzi): “quando Roberto riuscirà a definire che cosa è il “Tutto”, allora poi, magari, si potrà anche dire dell’altro.”
    Giuseppe, ti assicuro, io ho capito benissimo, e filosoficamente non fa una piega.
    Questa frase è chiarissima: “L’essere umano è ‘animale sociale’, come diceva quel tale. ‘Letteratura sociale’ è dunque una tautologia”.
    Non comprendo la necessità di definire ulteriormente il “tutto sociale”: che mi sia perso io qualcosa?
    Secondo me: il mondo in cui viviamo, quello in cui ci assumiamo responsabilità, prendiamo decisioni, scriviamo, è un mondo fondato sulla “socialità linguistica” ed è temporalmente individuato (l’oggi, in una determinata relazione con la storia – ieri- e con il futuro, progetti e aspettative). Se anche “socialità linguistica” risultasse incomprensibile, mettiamola così: si vive e si comunica, e non in modo accessorio rispetto al significato di “vita umana”. La società è fondata su una serie di convenzioni, insieme linguistiche e sociali, che sono il presupposto della comunicazione: chi parla parla in un contesto in cui le parole hanno già un significato, oppure si rivolge ai muri (il significato è variabile, certo); un mondo in cui “è data una storia”, e sono dati dei sistemi di relazioni basati sulle stesse convenzioni. Chi usa le convenzioni, per esempio chi scrive, è già in questo mondo, e la scrittura è un fatto sociale a stretto rigor di logica.
    Per il resto, ovviamente non devo rispondere io, ma questo è ciò che mi pare di capire: non c’è molto da contestare sul piano filosofico.
    (Giuseppe: la pretesa di dover definire i termini all’infinito, in filosofia, è un noto argomento per invalidare a priori l’argomentazione altrui prima di vagliarla; i termini vanno definiti quando sono effettivamente ambigui)

  21. @ Loredana: la mania di non tenere in conto l’opinione dell’autore è davvero comica.
    Mi pare che Giuseppe sia allergico ad un’idea classica di “genere”, e non credo per pura “teoria della letteratura”…magari anche per prassi
    OT:
    “Not a spammer? You can post your comment by proving that you’re a human below.”
    Sono umano, lo giuro.

  22. @ LOREDANA
    Cara Loredana,
    io credo – forse sbagliando – che Evangelisti abbia davvero scritto pochissima fantascienza; ci sono, in alcuni suoi romanzi, degli inserti fantascientifici, ma nulla di più. I romanzi di Evangelisti sono più portati a una contaminazione intelligente di generi, così tanto intelligente da “evadere dai generi” per dar vita a un romanzo che è di stampo letterario, almeno per quanto mi riguarda. Poi, gli ultimi lavori di Evangelisti, sono estranei completamente alla sf: sono invece romanzi storici, pienamente.
    Genna, quello che preferisco, è quello dei thriller. Le ultime due prove… Vabbe’.
    @ IVAN
    Esiste un’idea classica di genere? Non lo sapevo.
    Mi sa che non riusciamo proprio a intenderci noi due. 🙂
    Il “Tutto” che definirebbe Roberto sarebbe sicuramente diverso da quello che esprimerei io. Il “Tutto” è variabile, cioè varia a seconda del nostro modo di guardare al mondo. E se varia, allora rappresenta solo una “porzione” del mondo. Ne consegue che tentando di dare una definizione del Tutto, lo si riduce a una porzione del Tutto. La porzione si sostituisce al Tutto, quindi la porzione diventa un punto di vista, soggettivo.
    Se invece di prendere per buono che “Tutto è sociale”, allora questo Tutto diventerebbe per chi l’accetta una ‘Fede’, o una verità assoluta.
    Saludos
    g.

  23. “Il “Tutto” che definirebbe Roberto sarebbe sicuramente diverso da quello che esprimerei io. Il “Tutto” è variabile, cioè varia a seconda del nostro modo di guardare al mondo. E se varia, allora rappresenta solo una “porzione” del mondo. Ne consegue che tentando di dare una definizione del Tutto, lo si riduce a una porzione del Tutto. La porzione si sostituisce al Tutto, quindi la porzione diventa un punto di vista, soggettivo.”
    Giuseppe (Iannozzi): hai scritto una cosa completamente insignificante (e non perderò tempo a spiegarti che qualcuno, magari, si occupa di filosofia non come passatempo e ride di gusto)
    Buona fortuna, e insisti, ne abbiamo bisogno

  24. che brutto vizio che si debba sempre dire COME uno scrittore DEBBA scrivere, cosa DEBBA essere, di COSA debba scrivere :-).
    La forza di uno scrittore sta nel fatto che non può scrivere in altro modo che in quello in cui scrive :-).
    Lo scrittore di solito ha una ossessione, e quella segue. Certo non può decidere a priori, nè scegliersi l’ossessione, di solito prima scrive e poi dice.
    Urca guarda un po’ cosa ho scritto e aspetta con ansia qualcuno che lo interpreti (e oggi cerca invano)?
    Chiaro che invece modelli e tecnica se la sceglie, ma … poi alla fin fine forse anche queste sue scelte non sono del tutto libere.
    Comunque che qualcuno si permetta di dire a uno scrittore come debba scrivere è una autentica presunzione meschina, tutt’al più, se proprio non gli piace, può consigliargli di non scrivere, questo potrebbe essere un utile servizio per la collettività;-).
    georgia

  25. @ IVAN
    Mai quanto la tua, l’insignificanza che riesci ad esprimere in maniera confusionaria.
    Il mondo è composto di fatti e tutti i fatti sono per natura atomici, ovvero ogni fatto può esser descritto con una proposizione atomica, rimanendo su di un piano russelliano. Il tuo è un piano decisamente di fumo, in confusione. Mi sa che non hai le idee molto chiare, nemmeno circa il ruolo della filosofia.
    Mi spiace dovertelo dire, ma non mi piace esser stuzzicato, e tu a stuzzicare a vuoto sei bravo, ma non troppo, neanche in questo. 🙁
    Tu non insistere, te ne prego, fammi almeno questo favore.
    Te saluto, e chiudo qui.
    Giuseppe

  26. Booooniiiii… 🙂
    “Tutto”, Iannozzi, è tutto quel che si dice e si scrive. Se stai tra gli esseri umani e usi il linguaggio e hai qualche interazione, quel che fai è *sociale*, che tu lo voglia/sappia o no. Quindi anche i libri, TUTTI i libri. Si scrive sempre perché qualcuno legga, e questo è socialità.
    Lucio, guarda che “elaborare i flussi” è una faticaccia, a chi dovrebbe andare la percentuale del prezzo di copertina dei nostri libri? A Moresco? 🙂
    Comunque, noi con il copyleft cerchiamo di restituire parte di quel che abbiamo preso. Se la genesi di un’opera dell’ingegno è sociale, perché il risultato non dovrebbe essere accessibile col minor numero di ostacoli?

  27. Io non annovererei Fofi tra quelli che scrivono di libri che non hanno letto (o di film che non hanno visto, o di concerti ai quali non sono andati): mi fido del personaggio, che è onesto, ma di gusti piuttosto esigenti e un po’ aristocratici (ha stroncato, a suo tempo, Barry Lindon e Vogliamo tutto). Fatto salvo lo scivolone su Genna (ma ci può stare che qualcuno consideri la trilogia di Perez “interna al genere”, anche se io non la penso così), metterei piuttosto in evidenza il buono che c’è nel suo intervento: il fatto che riconosca l’esistenza di una letteratura e di scrittori impegnati non è banale, visti i tempi e le litanie dei suoi coetanei (e non solo). Piuttosto mi lasciano perplesso:
    1. la riproposizione “forte” di un discorso sui generi, per il quale rimando al prossimo post;
    2. la difficoltà di affrontare, da parte di un vecchio marxista (nel senso buono), un discorso sui mezzi e le modalità di produzione, circolazione e riproduzione allargata dell’opera. E’ vero che, se non mi sbaglio, non possiamo affermare l’esistenza di una cesura netta (come quella tra la letteratura di fine ottocento-inizio Novecento e quella del secondo Novecento, è vero che come letteratura italiana siamo ancora all’interno di un lungo ventesimo secolo (non dico che sia un male) – se guardiamo ai prodotti finiti, cioè ai libri. Però il modo di fare ed essere scrittore è cambiato, questo sì, e bisognerebbe tematizzare meglio, e da più parti, il suo rapporto con la rete, il computer, la scrittura eletronica, l’e-mail, ecc. Ma, ripensandoci, chi si è mai chiesto quanto nella scrittura filosofica di Nietzsche sia stato importante (e secondo me lo è stato, non meno che in Kerouac) l’uso, tra i primissimi, della macchina da scrivere al posto della stilo?
    (segue citazione)

  28. La critica, così come i criteri di una terminologia, il banco di prova della dottrina filosofica delle idee dell’arte, non si formano in base al criterio esteriore del confronto, bensì in modo immanente, attraverso uno sviluppo del linguaggio formale dell’opera, sviluppo che comporta un’espansione del contenuto intrinseco magari a spese dell’efficacia. A ciò si aggiunge che proprio le opere più significative, in quanto in esse il genere non appare per la prima volta ed istantaneamente come l’ideale, si situano al di fuori dei limiti del genere. Un’opera significativa – o fonda il genere oppure lo liquida; nelle opere perfette le due cose si fondono.
    Walter Benjamin, Premessa gnoseologica al Dramma barocco tedesco

  29. 1) Adoro Girolamo.
    2) La pretesa politica stava perfino in quella raccolta di racconti in cui uno diceva di avere ucciso i genitori per causa di un detersivo.
    3) L’avanguardia storica italiana, facendo evaporare il “Tutto”, di cui sopra si parlava, a una totalità linguistica, ha accompagnato quest’operazione con una pretesa politica legittima e verificabile alla mano.
    4) Tra gli oppositori dell’avanguardia storica, fatti salvi i “civilisti” di cui non ha senso qui dire, soltanto la linea “fredda” (la definizione risale a Guglielmi e prende certo petrarchismo per paradigma) si è evoluta in cerebralismo e in intimismo, mantenendo così, per esplicita ammissione poetica, un intento di rappresentazione politica del reale.
    4) La svolta eventuale della narrativa nostrana, che io pongo intorno al ’96, e che per me coinvolge con enormi e benvenute responsabilità il collettivo LB (poi WM) e Valerio Evangelisti, fa emergere una scrittura politica attraverso una retorica che è quella allegorica, strumentazione svalutata nei decenni precedenti.
    5) Attualmente la materia storica è al centro di un enorme rimescolamento delle scritture narrative, destinato a mio parere a mettere fuori gioco qualunque “poetica dei generi”, fenomeno non inedito nella storia della letteratura: anzi.
    6) Sulla rappresentazione del politico e del civile al presente, non riesco a vedere un romanzo, di quelli che considero validi, che non affronti di petto la questione. Siano questi romanzi ambientati in Messico a fine Ottocento, all’epoca della rivoluzione jazz, durante le comuni hippye, si percepiscono riverberi sul e dal nostro presente.
    7) Alessandro Piperno ha discusso pubblicamente, qualche tempo fa, anticipandola, la tesi di Fofi, osservando che l’Italia vive un’impasse politica e storica, è alla periferia della storia, e le grandissime narrazioni accadono laddove è l’occhio della storia. Detto che Ovidio stava dove stava quando scrisse ciò che scrisse, e che il Satyricon è un preromanzo scritto in periferia in epoca di decadenza, non concordo affatto sulla secondarietà di quanto accade in Italia, che resta secondo me primario in termini non solamente geopolitici.
    8) Dietro il giudizio di Fofi rintraccio, più che Zdanov, certo Lucacks da cui, a mio parere, possiamo trarre certe retoriche con profitto, per evitare la mimesi del reale che finge la rappresentazione interpretativa e in realtà riproduce in scala 1:1. Le intenzionalità le lascerei dormire negli scritti lucacksiani (mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa Girolamo).
    9) La poesia è messa, anche sotto questo riguardo, molto peggio della narrativa, in Italia. Se penso che Gianni D’Elia si ritiene essere l’unico a fare poesia civile in Italia…
    10) La malattia narrativa italiana, alla cui terapia in molti sembrano lavorare da anni: non l’assenza di intervento artistico sul piano civile, bensì un accesso di lirismo e intimismo, secondo modalità di linea “fredda”, assenza di empatia con l’altro e con la storia, primato indiscusso dato alla lingua che si è progressivamente svuotata, compiacimento stilistico e una vaga ma persistente ideologia ispirazionista che sembra il rigurgito di un Romanticismo masticato male, studiato male, ed è piuttosto un orfismo i cui termini spiega perfettamente Evangelisti nei due ALPHAVILLE finora usciti (e ancor più dichiaratamente nel terzo, che sta per uscire e di cui ho letto le bozze).

  30. Wu Ming 1. So perfettamente che elaborare i flussi è una faticaccia. Se poi lo fai senza nemmeno l’Einaudi alle spalle è ancora più frustrante. Tanto di cappello a quanti riescono a trasformare la scrittura in un mestiere di cui vivere.
    Vediamo il caso del mio elettricista: quando mi ha messo a norma l’impianto sapevo perfettamente che non avrebbe inventato personalmente l’elettricità, ma che si sarebbe limitato a elaborarne i flussi.
    Io stesso, da insegnante, ero perfettamente cosciente di non stare inventando nulla, ma di TRASMETTERE quanto appreso nel/dal mondo.
    E allora?
    Sono tutte cose che “vanno senza dire”.
    Quanto al copy left, hai detto tu stesso che fa crescere le vendite, quindi ti si potrebbe accusare di “carità pelosa”, ma siccome ho un’ottima opinione di te, non mi sogno nemmeno di sspettare calcoli simili.
    Però siamo sempre lì, puoi cambiare il nome allo spazzino in “operatore ecologico”: il suo specifico non cambia.

  31. @ WU MING 1
    E poi chiudo: “Si scrive sempre perché qualcuno legga…” Se parti da questo presupposto, sì… Ma ci sarebbe da approfondire.
    Però si scrivono libri che non sono destinati a tutti – vedi molti testi sacri, destinati a piccole elite -, e si scrivono libri perché non vengano letti – vedi i diari, ad esempio, quando il diario non era un blog.
    ‘Notte
    g.

  32. Che un diario venga scritto per i soli occhi di chi scrive è un autoinganno. Nel momento stesso in cui scrivi, ti aspetti che (un giorno, chissà quando, chissà come) qualcuno (chissà chi) legga. E non c’è testo più “sociale” di un testo sacro, anche e soprattutto quando è destinato a una piccola élite. Un testo sacro racconta una cosmogonia (cioè l’origine di tutti noi) oppure ha un valore normativo nel campo della morale, dei riti, del convivere (il che riguarda tutti noi). Che venga scritto per un’aristocrazia allo scopo di fissare i termini di un dominio, o venga scritto a fini divulgativi per la massa, l’intento è sempre sociale, e politico.
    Lucio, siamo stati noi per primi a dire che il nostro lavoro non è tanto diverso da quello di chi svuota le fosse biologiche (intercettando i flussi di merda :-)), però non capisco questo tuo esserti fissato sulla questione “spazzino”/”operatore ecologico”. A Venezia c’è un’emergenza rifiuti?
    Capirei se io avessi usato un’astrusa perifrasi al posto di “narratore” o “scrittore”, in quel caso il tuo esempio avrebbe un senso, ma mi sembra di aver sempre detto “scrittore” e “narratore”. E le cose di cui stiamo dicendo non vanno affatto “senza dire”: magari! Vanno senza dire for you and for me but, unfortunately, fanno ancora saltare sugli scranni un bel po’ culi flaccidi… E infatti sembra una cosa nuova la scrittura collettiva e ci si sorprende quando la si rintraccia nel passato! 😛

  33. 1. Se io scrivo un diario, sinceramente, è più facile pensare che non sia per il pubblico, ma solo per i miei occhi. Io non tengo un diario cartaceo né pubblico. Ma se scrivessi un diario è perché sarebbe per me, e non per la speranza che qualcuno domani lo legga, magari i posteri, pubblicandolo pure per assurdo. Un diario è qualcosa di personale, e solitamente non destinato al pubblico. Il diario serve per fare il punto, per fare autoanalisi anche.
    2. Proprio perché destinato a pochi, un testo sacro – interpretabile quindi da pochi – è quanto di meno sociale esista. Che poi le norme interpretate (e corrette) da chi ha il privilegio di interpretare i testi sacri vengono applicate alla società, è, a mio avviso, un incidente (necessario). Ma che si dovrebbe evitare.
    Comunque…
    g.

  34. Wu Ming 1. ***Il mestiere del narratore o del poeta consiste nel “ridurre la complessità” in modo non banale: selezionando dal marasma frastornante una o poche possibilità narrative, il bardo trasforma la realtà in qualcosa di raccontabile e cantabile.***
    Appunto. A svuotare fosse biologiche sono buoni tutti. Per fare quella cosa lì (da soli o con altri), invece, ci vuole del talento. Tu ce l’hai. Non tutti ce l’hanno.
    Insomma, ho ragione io:-)

  35. La gerontocrazia è la peste del nostro paese, si dice ormai da cinque-sei anni a tutti i livelli. A me ogni giorno si rizzano i capelli in testa, per quello che sento e vedo fare nei miei ambienti di lavoro. Forse qualcosa si smuoverà quando arriveremo a razionare la corrente per risparmiare. Allora Wu Ming, Genna ed Evangelisti, con Iannozzi e Angelini sulle ali e Nazione Indiana in seconda fila, inizieranno per tutti una nuova narrazione, sperando non ci diventino democristiani.

  36. @Iannozzi: “Il mondo è composto di fatti e tutti i fatti sono per natura atomici, ovvero ogni fatto può esser descritto con una proposizione atomica, rimanendo su di un piano russelliano.”
    Questa è la tua versione di Ludwig wittgenstein, “tractatus”, non di Russell (il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose, etc.: soprattutto: “il mondo è tutto ciò che accade”)
    “ogni fatto può essere descritto da una proposizione atomica”: ma quando mai!! Addirittura parli di proposizioni atomiche…Ovviamente puoi pubblicamente dire e pensare quello che vuoi, di essere un perseguitato, una vittima dei boriosi, puoi provare a far credere che i presuntuosi siano gli altri: la verità è che parli di cose che non conosci, citi autori che non conosci, sbagli i nomi e i riferimenti, non comprendi che dall’originale inglese/austriaco all’italiano vi è un’oscillazione semantica, etc. etc., bla bla bla
    Cose da pazzi…

  37. @ IVAN
    Ripaassa attentamente i Principia di Bertrand Russell. Anche se faresti bene a iniziare con Aristotele… Insomma, ripassa, ripassa, ripassa, ripassa. Cose da pazzi, lo dico io.
    Tutto il resto non l’ho capito: “Ovviamente puoi pubblicamente dire e pensare quello che vuoi, di essere un perseguitato… ecc. ecc.” E sinceramente me ne infischio di capirti a ‘sto punto. Ma ripassa i Principia di Russell, che è meglio.
    Stammi bene.
    g.

  38. Lucio, io lo so di avere del “talento” (poco o tanto), non importa che me lo dici. Anche se non è la parola che userei, troppo fumigante di idealismo. Ho la capacità di fare certe cose, e l’inettitudine a farne altre. Un abile falegname ha un talento che a me manca, io ho un talento che manca a lui. Io ho bisogno di manufatti in legno, lui ha bisogno di qualcuno che racconti storie, e in questo modo ci completiamo.
    La nostra divergenza d’opinioni, esplicitata in uno scambio di alcuni mesi fa, non verteva sull’esistenza o meno del “talento”, ma sul suo essere o meno “innato”.
    Io respingevo categoricamente l’idea che talentuosi si nasca.
    Quando nasciamo, non siamo un cazzo o quasi. Siamo solo la base genetica, che conta quel che conta, cioè poco, se non adeguatamente stimolata.
    E’ quello che ci succede nei primi anni di vita a instradarci, a darci gli stimoli che occorroono. Il “talento” è frutto di una complessa educazione (in senso lato, non stretto: educazione come interazione con l’ambiente).
    Dopodiché, spetta a noi affinare le nostre doti, studiare, impegnarci, percorrere bene la strada. Ma la spinta la dà quel che succede nei primi anni di vita e, a costo di attirare il tuo sarcasmo, io dico che ogni essere umano ha diritto a un’infanzia ricca di stimoli, a un’interazione creativa col suo ambiente, per poter crescere “talentuoso”.

  39. @ Genna
    anch’io ti adoro, ma non abbastanza da mollare Tondelli per andarmi a rileggere Luckacs 🙂
    Tu parli di svolta, io di cesura. Per quel che ne capisco, il trauma della guerra, della presa di coscienza di vent’anni di dittatura, delle macerie del dopoguerra, il problema di come raccontare tutto questo (dai Nidi di ragno ai sacchi bruciati di Burri, passando per Eros e Priapo, Ladri di biciclette e Paisà) sono una rottura netta con la tradizione precedente (non credo bastino Gli Indifferenti e La bufera per creare un antecedente pre-bellico), che fondamentalmente proseguiva un discorso iniziato nell’Ottocento (Verga, Pascoli, D’Annunzio, Pirandello). Per la narrativa dell’ultimo decennio parlerei piuttosto di un procedere a scatti, che sul lungo periodo permetterà probabilmente la definizione di una posizione dalla quale guardare con distacco la narrativa degli anni 70-80: non vedo una lacerazione netta, un tema dirimente. Ovviamente sto parlando di temi.
    OT. Non c’entra, ma c’entra. Ho comprato su una bancarella l’edizione originale (ma ve ne furono altre?) di Chi ha ucciso Majakovski? a prezzo da collezione: 20 euro. C’erano altri oggetti letterari (edizioni Squi/libri, soprattutto) del 77, sempre a quei prezzi.

  40. Iannozzi: Whitehead e Russell, non Russell.
    Li conosco a memoria. Il tuo suggerimento equivale a consigliare la meccanica di Newton a chi ti parli di relatività, nel momento stesso in cui non capisci. La filosofia non procede alla rovescia. Aristotele non c’entra veramente nulla. Gli argomenti, non le citazioni.
    Scrivine per esteso, se vuoi, ti rispondo per esteso: in ogni caso, io starei a sentire gli autori…Russell stesso non ha problemi ad ammettere la correttezza delle “glosse” filosofiche di Wittgenstein, è solo Wittgenstein stesso a smentirsi, nelle “ricerche filosofiche” e altrove, spiegando come e perché la teoria del mondo come totalità dei fatti fosse assolutamente inadeguata a descrivere “il mondo linguistico e sociale”: e quando il “vecchio maestro” sottopone il “testo di una vita” al giovane allievo, dopo ore di discussione, ne vien fuori con le ossa rotte, come risulta dalla corrispondenza privata di Russell (che puoi consultare, o a cui puoi risalire da una buona biografia di Wittgenstein, come “il dovere del genio”, di Ray Monk). Discutere ancora di questioni chiarite 60 anni fa è davvero frivolo, e che io mi meravigli è del tutto naturale.
    @ wu ming1: “Io respingevo categoricamente l’idea che talentuosi si nasca.
    Quando nasciamo, non siamo un cazzo o quasi. Siamo solo la base genetica, che conta quel che conta, cioè poco, se non adeguatamente stimolata.”
    Già, appunto. “Talentuosi si nasce”, a parer mio, è un’affermazione che non riguarda il talento: la maggior parte delle teorie dell’ “innatismo del genio” sono pacchiane elucubrazioni per giustificare l’esistenza di elite intellettuali a cui non tutti possono accedere: per natura, appunto. E’ in nome della natura che si sostengono le più tronfie idiozie.
    Riguardo la base genetica, è tutto da dimostrare che esistano “differenze iniziali”, figuriamoci il resto. Non si riesce neppure a stabilire in cosa dovrebbero consistere le differenze. Se non erro, l’unica teoria interessante che nega la “tabula rasa” (e non la nega completamente, e non per pregiudizio) iniziale è di Chomsky, e non si spinge troppo in là con le ipotesi (è funzionale alla sua teoria di un “organo linguistico”), ma si limita ad affermare che anche la “tabula rasa totale” è una teoria politicamente “rischiosa”: le teste si dichiarano vuote perchè sia possibile plasmarle in tutto e per tutto, come dei contenitori da riempire.

  41. Ecco, sto fuori Milano tutto il giorno e succede tutto questo patatrac!
    Ora è inutile che commenti anch’io (appartengo alla linea Ivan-WM1-Girolamo). Ormai oggi (22) se non ci sono problemi di sorta dovrebbe uscire la mia opinione sull’argomento su Stilos (letta preventivamente, vedi un po’, dalla linea Ivan-WM1-Girolamo). Appena posso la posto su NI.
    Baci, G.B.

  42. @ Wu Ming1: avevo appena preso la decisione di scomparire, decisione altamente qualunquista, ma se insisti su Rascel sono costretto a parlarti di Uagenstin, un talento insuperato ma misconosciuto, una vittima dei grandi giochi di potere , l’ennesimo esempio di genio ripudiato da una cultura di piccoli complottisti.
    @ Gianni: avvisami quando pubblichi il post, per favore, ho da parte una risposta lunga (risposta/lettera/post, non importa). E non sono riuscito a trovare Stilos, tanto per mancare alla parola data:)

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