Tra gli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta scrivevo per Il Secolo XIX di Genova: mi occupavo di televisione, seguivo le conferenze stampa, i dietro le quinte, facevo interviste. Era un passo verso il giornalismo, che allora ritenevo fosse quel che mi interessava. Al tempo, dunque, Simonetta Robiony si occupava di televisione per la Stampa, e mi disse una cosa che ancora oggi ricordo: i giornali stanno perdendo le parole. Ne usiamo molte di meno, usiamo sempre le stesse.
Trent’anni dopo, la faccenda peggiora. Faccio un esempio. Ieri ho postato qui, e sui social, l’intervista a Donna Haraway. In una domanda, si parlava di scrittura semasiografica.
C’è un motivo, visto che il riferimento era al film, e al racconto di Ted Chiang, Arrival.
La cosa che mi ha colpito è che un utente di Instagram si è sentito profondamente offeso dalla parola semasiografica. Ha scritto:

“Ma cosa è la scrittura “semasiografica”?! Possibile che non si riesca a mettersi nei panni di chi legge? Mica tutti hanno studiato linguistica, semiologia, glottologia, narratologia etc etc? Ma cosa costa mettere tra parentesi il significato? Cose così mi fanno passare la voglia di leggere: so di essere ignorante ma mi disturba sentirmelo rinfacciare così”.

Ecco, questo è quel che mi colpisce profondamente. L’offesa. Non cogliere l’occasione per fare una velocissima ricerca e imparare una parola nuova, ma rinfacciare la volontà di umiliare a chi la usa. Questa è la gigantesca differenza fra ieri e oggi: non solo l’uso delle parole, ma la mancanza assoluta di curiosità, e anzi il rancore. E’ un’eredità pesantissima, quella che riceviamo dagli ultimi quindici anni almeno: ma bisogna combatterla.

Questo è un post molto lungo. Contiene un ampio stralcio dell’intervista realizzata da Claudia Durastanti e da me, per l’edizione online del Salone del libro, nel 2020, con Donna Haraway, autrice di  “Chthulucene- Sopravvivere su un pianeta infetto”. Ho citato Haraway in un articolo uscito oggi perIa Stampa sulla famiglia queer di Michela Murgia. Forse le parole di Haraway aiutano a capire e a non fraintenderci vicendevolmente. Buona (complessa ma importante) lettura.

Dunque, ci illudiamo di essere meno soli perché frequentiamo virtualmente molte persone. “Crederanno di muoversi e staranno fermi”, come scriveva Ray Bradbury in Fahrenheit 451. Non è così. Quelle persone, se stiamo male e lo comunichiamo, naturalmente ci manderanno messaggi di incoraggiamento. Ma saranno pochi quelli che verranno a casa tua con un pacchetto di dolci o un fascio di margherite o semplicemente con la voglia di ascoltarti.
Non è un bene, non è un male: è un fatto.
Ma sulle basi di questo fatto ecco che il confine tra reale e vituale è ormai sottilissimo, se non inesistente: se io sono tuo “amico” ho il “diritto” di sapere tutto di te.
So perfettamente che non torneremo in epoca pre-social, quando era ancora possibile tenere per sè alcune parti della propria vita o della propria morte: e, no, dire che un personaggio pubblico deve aspettarselo è una fesseria epocale. Ci si può aspettare la curiosità, ma non l’avidità di sapere tutto, minuto per minuto. 
Fa male, in primis, ai vivi. A noi, se non fosse chiaro. Perché stiamo perdendo drammaticamente il contatto con le parti più importanti di noi. Quelle sacre, appunto. 

Ventidue anni fa.
Oggi è il giorno in cui ricordiamo Carlo Giuliani.
Oggi è il giorno in cui sui social altri uomini e altre donne passeranno al setaccio le bacheche dove si parla di Genova 2001 per scrivere lo stesso commento: e l’estintore?
Siamo cambiati, però, da allora. E’ in quei tre giorni di Genova che si consuma la disillusione, che si smette di credere che le moltitudini possano sollevarsi e chiedere un mondo giusto. Giusto, non “decoroso”. Giusto per tutti, non per se stessi e la propria famiglia.
Oggi è il tempo del ricordo. L’augurio è che non sia retorico. L’augurio è che non risuonino parole di autogiustificazione da parte di chi ordinò e di chi realizzò quegli ordini. L’augurio è che serva, e servirà.
E dal momento che oggi ricordiamo Andrea Purgatori, l’invito è a guardare la puntata di Atlantide che dedicò a Genova, due anni fa.

Sarà che il caldo che provo è inedito, e sono convinta che il corpo serbi memoria delle stagioni passate, e la sensazione della pelle che scotta l’ho provata raramente a meno di non addormentarmi sotto il sole. Sarà lo spaesamento, l’incertezza generale, la rabbia non sopita, sarà tutto quel che volete, ma mi chiedo perché intorno a me, di contro, tutto sembra accelerare come se fossimo in un produttivo ottobre e non in uno sfinito e sfinente luglio.
Queste parole hanno dodici mesi esatti. Il caldo è ancora più inedito, la pelle scotta, e la rabbia monta. Non la mia. Più passa il tempo che ci separa da quell’inizio del 2020, e, stranamente o forse no, si affievoliscono i miei piccoli e grandi furori, perché nessuno di noi può definirsi persona mite fino in fondo, e forse bisognerebbe parlarne di più, dei lati oscuri che neghiamo rappresentandoci come amanti dei fiori e degli animali (mi inquietano le bacheche delle odiatrici, piene di rose in boccio e cagnolini da adottare, e forse sono finte e forse sono vere, vai a capire). 
So che la rabbia cresce, attorno a me. Per cose sciocche, anche, quotidiane. O per nessun motivo. 
Per il poco che posso fare, vi posto qui un articolo scritto per Linus nel febbraio del 2022. Magari serve.

Ieri ho raccontato su Facebook un episodio piuttosto orribile quanto consueto. Una quarantina di gradi, una folla che aspettava l’autobus (il 542), la stessa folla, un quarto d’ora dopo, costretta ad accalcarsi sul medesimo autobus, senza aria condizionata.
Mi è stato detto che è colpa mia perché non ho votato Calenda (e mi taccio per carità cristiana).
Mi è stato detto che noi romani ci lamentiamo sempre e poi non facciamo niente perché la città funzioni, levantini che siamo.
Ora. Chi avesse la pazienza di sfogliare il blog, saprebbe che per quanto mi riguarda non mi sono solo lamentata, ma ho provato, in diciannove anni, a raccontare le problematiche, ovvero quello che chi usa le parole può fare, visto che non mi candiderei mai a sindaca di questa città e visto che non mi sembra carino assaltare il Campidoglio, con o senza oche. Le problematiche sono due: Atac e Ama, trasporto pubblico e immondizia (e cimiteri). Due mostri su cui nessuno è riuscito a intervenire, e probabilmente, a meno che qualcuno non abbia il coraggio di azzerare tutto, nessuno interverrà.
I bus romani sono pochi e vecchi, quindi non passano.
La metropolitana è vecchia e priva di manutenzione seria, quindi si rompe.
I taxi sono qualche migliaio, ma non riescono a far fronte alle persone che non prendono i mezzi pubblici perché non passano perché sono pochi e vecchi (ouroboros).
Roma è tanta. Tantissima. E aumenta con la bella stagione (e non solo). Aumenta in modo impressionante. E’ molto comodo dirlo da una piccola e linda città del Nord, che non ha il flusso di turismo che Roma ha, e che è aumentato a dismisura.
E io non sto difendendo Roma (figurarsi!), ma trovo assurdo che si alzi il ditino a distanza senza capire che corso di sopravvivenza sia abitare in questa città (ed è il motivo per cui mi sottraggo per quanto posso e resto a casa per quanto posso).

Non c’è bisogno di evocare Michel Foucault per dire che abbiamo un problema di visibilità, magari diverso da quello che intendeva lui. Però lo abbiamo, e ogni volta la questione della visibilità si intreccia con quella del potere.
Ecco, però dal mio piccolo osservatorio mi sembra che ci sia un ulteriore livello, o problema: ritenere che la visibilità possa essere salvezza. Faccio un esempio pratico: fra una quindicina di giorni inizia Montelago Celtic Festival, che compie vent’anni. La festa è visibile, certamente: ma lo è perché ha lavorato sul territorio e per il territorio, cercando di fornire una prospettiva diversa dal turismo mordi, fuggi, lascia soldi, ovvero la famosa trasformazione del paesaggio in “esperienza” di cui abbiamo parlato la settimana scorsa a Fahrenheit, complice questo articolo di Alessandro Calvo per l’Essenziale. Semmai, MCF ha cercato di capirlo, quel territorio, e dargli valore preservandolo, e non snaturandolo o rendendolo “visibile” secondo l’altrui aspettativa.
Invece, mi sembra che la questione della visibilità (guarda, quel determinato paese ha un sacco di like su Facebook, facciamolo anche noi; guarda, dobbiamo acchiappare turisti pure noi in questo modo) porti, d’abitudine, nella direzione sbagliata: invece, più turismo non significa necessariamente salvezza. Dipende da quale turismo. Dipende se quel tipo “disneyzzato” di turismo trasformerà i luoghi in caricature di se stessi, offrendo l’immagine del vecchio casale o dell’antico mulino esattamente come ci si immagina di trovarli in un depliant. O su Facebook, certo.
Naturalmente, in genere, vince esattamente questa versione. Experience, esperienza: come se il turismo fosse un’attrazione, il numero del Grande Danton in The Prestige, roba forte. Magari dovrebbe e potrebbe essere altro, cercando di capire come i luoghi parlino e cosa può venire da quei luoghi, invece di snaturarli.

“Carne dentro una specie di fragile collant”, scriveva David Foster Wallace sui corpi. “Sono tante le cose brutte nell’avere un corpo”…”citiamo solo brevemente il dolore, le ferite, i cattivi odori, la nausea, la vecchiaia, la gravità, la sepsi, la goffaggine, la malattia, i limiti – ogni singolo scisma tra i nostri desideri fisici e le nostre reali capacità”. (E’ in Roger Federer come esperienza religiosa).
Da ultimo mi interrogo su una delle molte ossessioni del nostro tempo. Quello che mi turba, e che so farà inarcare qualche sopracciglio, è il disperato tentativo di controllare tutto. Ieri un mio contatto social è stato aggredito per aver ricordato i tempi dell’idrolitina: la polverina, ovvero, che si metteva nell’acqua per renderla frizzante e che certo non era benefica, come molto altro. Ed è giusto e sano e importante che, negli anni, ci si renda consapevoli di quanto alimenti e comportamenti possano essere dannosi per il nostro corpo, e che ci si metta in guardia contro le abitudni sbagliate.
Quello che mi turba è la violenza con cui si fa. Lo stigma sociale sui corpi.

Sono in corsa, dunque per oggi posto la rubrica uscita a maggio per Linus. Sempre di fantastico si parla, eh.
Come cambia la fine del mondo, o meglio, come cambia il modo di raccontarla? Mi capita fra le mani un bell’esordio, Il senso della fine di Marianna Crasto (lo pubblica effequ), e per associazione mi torna in mente il romanzo con cui Laura Pugno si dedicò alla prosa, Sirene. Il libro è del 2007 e nel frattempo, alla fine del 2022, Pugno è tornata alle creature marine con Melusina, che è invece uscito per Hacca con le straordinarie illustrazioni di Elisa Seitzinger, e ancora una volta racconta di ibridi e di mutazioni, recuperando e rivisitando il mito.

“È la contrapposizione netta fra “una” razionalità e un “irrazionalismo” ad essere errata: ce lo ricordava, fra i tanti, Primo Levi ne I sommersi e i salvati, stigmatizzando la nostra propensione verso le narrazioni storiche manichee. Ma non esiste “una” razionalità: come ogni cosa (a partire dalla soggettività e dalla natura), anche la razionalità è un campo di battaglia fra diversi razionalismi, alcuni dei quali strutturano quel campo avverso che chiamiamo ragione capitalistica o imperialistica. Non comprendere questo significa ricadere in certe teorie del disincanto, riedizione annacquata di un concetto weberiano già di per sé discutibile, che facendo coincidere ogni razionalità con una sola razionalità, fanno collassare tout court la razionalità col potere (a sua volta inteso come un monolito): col risultato di sdoganare in chiave “antagonista” ogni e qualsivoglia “irrazionalismo”.
Leggere queste parole fa bene, soprattutto dopo la trentesima mail in cui si annunciano i romanzi dell’autunno con la dicitura “tratto da una storia vera”, come se questo sancisse la qualità del testo a prescindere. Il pensiero è di Girolamo De Michele, in un lungo articolo dal titolo “Il fantastico è un campo di battaglia”, che vi invito a leggere integralmente.

Loredana Lipperini
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