POETI, DIRETTORI, SCRITTORI

Parliamo d’altro, per un po’. Intanto, Oliviero Ponte di Pino, tra l’altro instancabile animatore di ateatro, scrive:
L’Italia sta perdendo i suoi poeti, e forse la sua coscienza. In questi pochi mesi sono scomparsi Giovanni Raboni, Mario Luzi e Raffaello Baldini. Tre grandi poeti, tre voci che hanno declinato in maniere diverse la grande tradizione novecentesca della poesia italiana. Ma anche tre intellettuali che sapevano reagire alle sollecitazioni del loro tempo e al degrado della realtà politica, antropologica e teatrale del nostro paese. Insomma, tre figure di riferimento in un panorama sempre più appiattito in un conformismo isterico e vuoto (…)Ancora, sono scomparsi tre poeti che, soprattutto nell’ultima parte della loro parabola artistica, avevano voluto scrivere per il teatro, con risultati di grande interesse. Questa “svolta drammaturgica” poteva essere implicita nella logica della loro evoluzione poetica. Ma la scelta di un medium “comunitario” come la scena poteva in qualche modo riflettere – anche se in maniera mediata, mai ideologica – la loro tensione civile. Nel contempo, rispondeva al bisogno di affinare una lingua viva, autentica, pulsante, da sottoporre alla prova più difficile: farsi carne, corpo e respiro attraverso il lavoro degli attori. Va anche sottolineato che spesso per questi poeti gli interlocutori sono stati – prima dei grandi teatri – gruppi e artisti di quello che una volta si chiamava “nuovo teatro”, in un rapporto di reciproco scambio e arricchimento (…) In parallelo, quasi a confermare l’attuale disorientamento, il pasticciaccio della Scala”.
Sul quale, anche se in ritardo, non posso non segnalare lo strepitoso articolo di Filippo Facci (con cui ho un unico motivo di dissenso: lo “splendore” del Mozart mutiano. Provare per credere: mettere a confronto il Don Giovanni diretto da Muti e quello, d’epoca, diretto da Carlo Maria Giulini).
Infine, a proposito di discussioni in corso : va seguito l’epistolario fra Gianni Biondillo e Franz Krauspenhaar su Nazione Indiana sulla catalogazione degli scrittori in ufficiali (a loro volta appartenenti alle categorieiperuranio” o “veri scrittori”) e anomali.

63 pensieri su “POETI, DIRETTORI, SCRITTORI

  1. Quel carteggio su nazione indiana mi sembra proprio interessante.
    Ma io ci metterei un’altra categoria, che è quella dei poeti (che fanno parte anche loro del mondo letterario, no?). Ecco. Se un giovane aspirante scrittore ha non troppe chanches/speranze di pubblicare (e men che mai di camparci!), un giovane poeta – ad esempio un mio caro amico, che non è scrittore: lui è poeta, punto, la prosa gli interessa poco – è proprio una specie di alieno, uno che ha un sogno fuori dal mondo, quello di campare di poesia (campare di poesia!!! CAMPARE DI POESIA!).
    C’è un modo di redimerlo dal suo idealismo romantico d’altri tempi? Aiutatelo!

  2. grazie per la risposta, ora posso dirti che sul sito della bbc ho trovato la conferma a ciò che temevo… il matrimonio si fa lo stesso nonostante la probabile contemporaneità con il funerale… certo che questa coppia che già era odiata prima così proprio…

  3. Questa volta non sono d’accordo con Iannox. Leggi quello che scrive mi pare Biondillo:
    “Sanno tutto del mondo della letteratura, ma sanno solo quello. Non sanno come si calcola l’area di un cerchio (che hanno studiato alle medie, quindi dovrebbero saperlo), cos’è il secondo principio della termodinamica, cose così, ma non solo. Risolvono tutto all’interno del binomio: cultura-politica, che potrebbe anche andare bene, ma danno a “cultura” una valenza essenzialmente letteraria. E’ colpa delle nostre Università, lo so. Di un certo residuo crociano che letterarizzava ogni attività intellettuale, relegando a “tecnica” tutto il resto. È una cultura logocentrica la nostra. I migliori critici d’arte o di cinema (laureatissimi in lettere o in filosofia), non sanno nulla della tecnica che sta dietro la disciplina che analizzano. E infatti raccontano i film, si fermano al “messaggio” del film, non lo “vedono”.”
    Come non essere d’accordo?

  4. Io, fossi al posto di Biondillo e Franz prima di sparare mi chiederei che cosa so io veramente. Invece lì è un point blank, due improvvisati tuttologhi che pensano di sapere “quel tutto” che gli altri non saprebbero. Alla faccia della presunzione, c’hanno una gran faccia tosta, ma tosta davvero. Pare d’esser all’asilo: gli lascio il loro coltivato giardinetto… di giochi.
    Proverei a catalogare il Biondillo e Franz, ma lascio che sia qualcun altro a farlo, in silenzio possibilmente, nella sua mente, fra sé e sé. Ma ridendo, fortemente, di dentro. (Ma non era finito il Gioco delle Coppie? – Mah, evidentemente m’ero sbagliato!) E con ciò per me è un solido granitico AMEN.
    Saludos.
    Iannox

  5. Questa volta faccio io il copia e incolla. Perchè mi pare che Franz, alla fine del carteggio, lanci un tema da non lasciar cadere:
    “Credo che tutti abbiano voglia di vendere milioni di copie, sarebbe assurdo non volerlo. Forse la faccio troppo semplice, ma mi rifiuto di pensare che chi scriva credendoci (per non parlare di chi scrive non credendoci) non voglia (seppure nell’anticamera di un sogno) arrivare alla fama e perché no alla gloria. Pertanto sulle aspettative penso che, al fondo, qualsiasi scrittore ne abbia, eccome. Poi è ovvio che c’è chi sceglie le strade più facili (che poi facili non sono per niente, alla resa dei conti) e chi le più difficili. A mio avviso scrivere è maledettamente difficile se si vogliono unire contenuti di un certo peso con capacità comunicativa. E’ qui che sta la scommessa più forte. Scrivere comunicando emozioni – principalmente – tenendo stretto il lettore, avvincendolo, dandogli anche degli scossoni, picchiandolo pure a sangue, perché no, ma alla fine regalandogli piacere e intelligenza e profondità di vedute e profondità di “campo”: questo è il compito che uno scrittore moderno può darsi. Questo è il tentativo che si può fare. L’impresa è quanto mai ardua: per essere così devi sfondare il muro televisivo e quello degli autori stranieri, dei fabbricanti di bestseller.
    Insomma Gianni: scrivere “semplice” è maledettamente difficile. Non basta il talento, ci vuole un grande lavoro dietro, bisogna riscrivere innumerevoli volte. Su questo argomento possiamo discettarne a profusione più avanti, e possiamo parlare anche dell’”officina” dell’artista.”

  6. Grazie, Loredana. In effetti cercavo di aprire l’orizzonte. Spero che qualcuno raccolga il rilancio.
    A Iannox non dico niente, a parte che mi fa abbastanza ridere. Non è male, di questi tempi.

  7. Krauspenhaar, non sono d’accordo con te sull’insulto a Ienax. Non perchè io condivida quello che dice su di voi, ma perchè è giusto che lo dica se lo pensa. Uno/a scrittore/ice deve essere disponibile ad ascoltare le critiche. Magari se Ienax, che non si vuole smentire nel suo ruolo un po’ bukowskiano, dovrebbe un po’ argomentare, questo si. Però Ienax, mi pare “lodevole” l’iniziativa dei due, no? Come il “sussidiario” di Mozzi. Sussidiari, discussioni sul ruolo degli scrittori. Perchè non vi piacciono?

  8. Iannox,
    “io non so”, questo è il mio problema.
    Non dico cose che reputo immutabili, ma apro una discusione che spero faccia mutare la mia idea, magari tutta basata su pergiudizi assolutamente infondati.
    Questa è l’impressione che sto vivendo “qui e ora”. Uso il mezzo pubblico per scopo privato, forse. Ma mi metto in gioco. Almeno questo concedimelo.

  9. Gianni, ma stai a dare retta a gente in malafede che non sa quello che dice? Che butta fango senza sapere di che cazzo e di chi – soprattutto- sta parlando? Buon divertimento, comunque.

  10. Franz,
    prendo il tuo come un insulto. E basta. Non me ne lamento. E non mi va neanche di tornarci sopra all’insulto.
    Ti ho letto, a te e a Gianni: ho criticato e ho detto che non è possibile pensare di farsi tuttologhi e fare catalogazioni da bestiario perché basate su luoghi comuni, perché catalogazione di luoghi comuni. Questa è una critica argomentativa, breve ma chiara. Nella catalogazione che avete fatto ravviso solo il merito d’aver “evidenziato bene” luoghi comuni intorno agli scrittori e presunti tali. E’ sempre qualcosa, meglio che niente. Se vuoi, adesso puoi dirmi pure incivile.
    Però non ci torno più sul punto. Ho riesumato l’Amen, ma non si riesuma una seconda volta, MAI. Sia chiaro.
    Saludos.
    Iannox

  11. Si, infatti: dove sono gli argomenti?
    Forse non ci sono. Sono pronto a qualsiasi critica, Il Posto, credimi. Ma se non vogliamo far diventare la rete FOGNARIA, argomentiamole, queste critiche. Chiedo troppo? Non credo. Siamo al minimo sindacale. E’ una questione – anche- di civiltà.
    Un caro saluto.

  12. Torno a spezzare una lancia in favore di Gianni e Franz: a me sembra che un discorso sul “chi è” dello scrivere sia importante. Tanto più uno scambio di idee di questo genere mi sembra necessario quando tocca anche quello che Franz chiama lo scrivere semplice. Che non è scrittura povera né volgarmente da classifica. Ma in Italia, ahi, con queste viene identificata.

  13. Scusate, ma come mai nella catalogazione non si parla di teatro?
    Lo scrivo perchè sono d’accordissimo con quanto scrive Ponte di Pino, sul fatto che pochissimi scrittori e poeti italiani oggi accettino di confrontarsi con le parole ad alta voce. Con il pubblico di una platea teatrale.
    Quindi lo chiedo a voi: come mai?

  14. IANNOX,
    insisto, lungi da me farmi tuttologo. Sto cercando, non ho ancora trovato nulla. E spesso, cercando, si parte ANCHE dai luoghi comuni (per poi magari abbandonarli). Che sto vivendo sulla mia pelle, “da dentro” una volta tanto. Non mi pongo nella posizione di chi pontifica, te lo giuro. Anzi: lo immaginavo già che avrei dato fastidio, ma è una sorta di outing che reputo importante fare, cercando anche di coinvolgere altri scrittori (se ci riesco).
    ANDREA C
    quello che dici sui lettori è estremamente interessante. Ovvio, lo dico a te ma non solo, che se volessi allargare in forma più compiuta questo ragionamento lo pubblicherei molto volentieri.
    ANDREA C (2, la vendetta)
    Ovviamente l’assassino è il maggiordomo!

  15. Non sai quanto hai ragione, Lippa (anzi: lo sai benissimo!)
    Mi viene sempre in mente quella frase di, mi pare, Fellini: “Scusate se non sono stato breve, avevo poco tempo”.

  16. Iannox, forse non te ne sei accorto: ma ORA- nel tuo secondo intervento- hai argomentato, non prima. A me sta bene così.

  17. a me sembra interessante anche l’affermazione di franz k. “la letteratura non è popolare”.
    io sono assolutamente daccordo, e anzi, spesso mi meraviglio che alcuni scrittori e aspiranti tali si lamentino del fatto che faletti venda milioni di copie e i “veri scrittori” solo poche migliaia.
    seguirebbe poi una riflessione sui lettori. chi sono i lettori che leggono i “veri scrittori e chi quelli che leggono gli “iperurani”?
    mi spiego, i primi sono, evidentemente, poche migliaia, gli altri centinaia di migliaia. sono gli stessi? e quelli che leggono gli “iperurani leggono anche i “veri scrittori”? e ancora, in qualche misura c’è un insieme intersezione di lettori di faletti e lettori di “iperurani”. è normale che chi legge baricco, la maraini, eco, poi si legga con la stessa non-chalance il codice da vinci o angeli e demoni?
    è una riflessione sulla quale mi farebbe piacere sentire il parere di chi scrive e anche di chi legge.

  18. Due domande importanti. Grazie Carlo. Ti rispondo per me.
    1) L’ispirazione.
    2) La tecnica sta nell’ispirazione. Nè prima, nè dopo. Ne fa parte.
    Ecco perchè, a mio avviso, ci vuole moltissimo tempo per arrivare a una vera maturazione. La scrittura secondo me ha bisogno di lunghissima applicazione, di “fare”. E nel momento in cui non ti accorgi più di stare usando una tecnica, perchè questa è già nell’ispirazione, vuol dire che sei a buon punto. Per me è così. Credo inoltre nel lavoro duro, durissimo. Scrivere e riscrivere infinite volte. E tagliare – all’inizio con dolore, poi con un misto di dolore e piacere. Dunque scrivere e riscrivere.Meglio a mano. Fino ad avere la mano che fa “giacomo giacomo”. Cercando la sintesi ad ogni costo. Ridurre. Quello che dici in 3 pagine lo dici in 1. O in mezza. Brodo ristretto.

  19. Appunto, Andrea, la letteratura non è popolare. Pensiamo anche ai dati ISTAT: il 39% degli intervistati afferma di leggere un libro l’anno. Saranno stati sinceri tutti? Ne dubito. Diffidate gente, diffidate! Bisognerebbe capire, inoltre, quanti sono gli iperurani. I Coelho.(Gli iperurani stranieri). Qualcuno ci dia una mano.
    Sullo scrivere “semplice”. Che ne pensate? Come è possibile far passare in maniera semplice concetti complessi?

  20. per MARBEAU.
    e’ vero, hai ragione da vendere. Una volta ne parlai con Tiziano Scarpa: quello del teatro è un varco che non può essere abbandonato a se stesso. Sarebbe un errore “strategico”. (lui, in effetti, sta cercando di muoversi, in questo senso).

  21. Philip Roth, Ho sposato un comunista:
    “Per la politica, la letteratura è decadente, molle, irrilevante, fastidiosa, ostinata, noiosa, una cosa che non ha senso e che non dovrebbe neppure esistere. Perché? Perché la letteratura è l’impulso a entrare nei particolari. Come puoi essere un artista e rinunciare alle sfumature? Ma come puoi essere un politico e permettere le sfumature? Come artista le sfumature sono il tuo dovere. Il tuo dovere è non semplificare. Anche se tu dovessi scegliere di scrivere nel modo più semplice, alla Hemingway, resta il dovere di dare la sfumatura, spiegare la complicazione, suggerire la contraddizione. Non cancellare la contraddizione, ma vedere dove, all’interno della contraddizione, si colloca lo straziato essere umano. Tener conto del caos, farlo entrare. Devi farlo entrare. Altrimenti produci propaganda”

  22. Senza le sfumature non esiste scrittura. L’immagine che dà Philip Roth è molto forte: far entrare il caos. Il caos entra e tu cerchi (ovviamente fino a un certo punto) di domarlo, di dargli un senso. Ma spesso è inutile. Non fa niente, vai avanti. L’unica, per quanto mi riguarda, è “assottigliarlo”, questo caos. Non certo ammorbidirlo, proprio assottigliarlo, o comprimerlo. Dargli una forma.

  23. Ecco, Marcello, su questo sono meno d’accordo. il “linguaggio del vissuto” è un linguaggio, che ha dignità come tutti gli altri linguaggi. Se, anche lui, serve a rappresentare il caos non vedo perché non utilizzarlo.

  24. A Roth aggiungo una citazione che non mi ricordo se di Sartre o di De Beauvoir. Quando diceva che lo scrittore doveva riuscire a scrivere il non detto senza riproporre il linguaggio del vissuto.
    Ma questo forse non si concilia con il semplice (o sì?).

  25. grazie per la risposta, Franz.
    mi pare che, anche seguendo quello ha scritto marcello e la citazione di roth, si pone un problema, quello se scrivere sia inventare o trascrivere, o meglio in quale misura le due cose vanno distribuite nella scrittura stessa.

  26. i dati sui lettori sono ovviamente secretati. stanno, a quanto pare, in un caveau con i segreti dell’assassinio kennedy.
    non so da dove cominciare. guardo le librerie degli amici e nella mia, naturalmente, e noto che mancano soprattutto gli “iperurani”. eco, più che altro nella sua concrezione saggistica, il nome della rosa in edizione allegata a quotidiano e qualche pendolo. baricco e la maraini latitano del tutto, della seconda nessuna traccia, del primo sono sostenitrici le mie (presenti e passate) e le loro compagne.
    i “veri scrittori” abbondano, più che altro stranieri, però. la maggior parte di loro, anche i più avidi lettori non ha mai sentito nominare la maggior parte dei “veri scrittori” italiani.
    le cose cambiano quando ad essere ispezionate sono le librerie dei miei e dei loro genitori (molti dei miei amici anche se over 30 vivono ancora in casa. lì abbondano gli iperurani, ma poi si scopre che sono più che altro regali, omaggio dell’amico o conoscente di turno, spiccano le edizioni cartonate del nome della rosa e faletti, ma non mancano, sempre regalati, l’alchimista, bambaren & company. alcune case presentano l’indifferenziazione dei megastore, dove a coelho segue coetzee, altre sono case di “genere”, mio padre, per esempio, legge solo gialli.
    sicuramente c’è un problema di diffusione e visibilità, i libri, o almeno titolo e autore se siete come me che non presto, si passano, ma se non si trova un ospite è difficile che si diffonda la malattia. sono più conosciuti gli autori stranieri che quelli italiani…autori italiani datevi da fare!
    c’è poi una specie di timidezza (e qui si può capire la mia reazione alla proposta di giuliomozzi del manuale del lettore perfetto). si ha paura di comprare, regalare o consigliare il libro “sbagliato” (e in parte lo capisco, i prezzi fanno paura). ci sono gradi e categorie, ma in linea di massima si tende ad andare sul sicuro.

  27. …nel senso che Roth ha ragione e se ci rifletti troppo ti rendi conto che può diventare una fissa, eh? ma magari solo perchè sei tu che sei fessa 🙂

  28. Franz (e Gianni), anzi, Franzianni…volevo rispondert(v)i sul tema della complessità. secondo me non esistono “concetti complessi”, ma “linguaggi specialistici”, il che detto per quanto riguarda il romanzo, suona più o meno così: Se scrivi un romanzo alla Musil, con dentro un po’ d’ingegneria, un po’ di politica, e un po’ di fisica conviene che chi legge conosca un po’ di quella “robba” perchè non si annoi sempre. Però, più che essere bravo a lavorare approfondendo i “concetti” secondo me lo scrittore/ice bravo, è quello/a capace di “dare un ritmo” al loro approfondimento. Capace di dare un ritmo una storia, in cui i concetti potranno essere svolti secondo più o meno “luoghi comuni” – piùo meno distanti, originali, fessi…però, come Coltrane, o Benny Goodman chi scrive deve “modulare”. Sì. Sono convinta di questo. Anche i giornalisti raccontano delle storie, ma i “romanzi” sono quelle con un “respiro” diverso. Non c’è magia. C’è capacità di suonare, di far suonare fra le tue dita, la vita delle persone, vere o inventate che siano. Poi, è chiaro che il materiale con cui scrivi – “la robba” – esige da parte di chi scrive , un “riordino”. E questa è per me, la parte più artigianale. Poi scrittore/ice, è quello che a un certo punto si spara…a proposito di luoghi comuni, e andando in fondo a a quello che dice Roth, rendendolo “insopportabile”. 🙂

  29. @ IL POSTO DI HANK
    No, ma io mica sono spirito bukowskiano. O meglio: non mi piace troppo sentirmi dire così, perché non ci tengo affatto ad esser un clone di Hank o un suo emulo. E poi mi piacciono Miller, Sade, e tanti altri ancora. Almeno per un certo tipo di letteratura. Ma non disdegno i Promessi Sposi e La storia della colonna infame: anzi, li apprezzo e di più. Così è anche per Dante, per Boccaccio, G.B. da Nola, ecc. ecc. ecc. Insomma, non solo Hank, please.
    Joseph Roth: ecco un autore che merita d’esser letto attentamente, profondamente: “La leggenda del santo bevitore”, almeno questo potreste leggerlo e capire come esprimere concetti profondi in maniera semplice ma con classe altissima.
    Saludos
    Iannox

  30. l’altro giorno ho visto un libro che si chiamava “come scrivere un giallo napoletano”…
    si parla di complotto…

  31. …no, Ienax, nel senso che ho letto quello che dici tu, di Roth ma – è un caso? – adesso c’ho qua davanti, da un po’, come se fosse arrivato da solo – capita, no? – e allora lo volevo leggere, appunto, la tela del ragno. Avete letto?

  32. Guarda, Ienax, ce l’ho proprio qui davanti a me, da un po’, volumone Adelphi, Roth, con 4 romanzi brevi, la tela del ragno. Lo leggo. Dopo “Il confessionale dei penitenti neri” (Radcliffe). Già letto, “Le chiavi nella porta(Cardinal)” (costruttivo). Vedi, Ienax, dico costruttivo, nel senso che secondo me un libro può, non essere meraviglioso – anche se ce n’è, eh? su questo hai ragione tu, ce n’è un sacco – ma, “costruttivo”, “piacevole”, “di costume”. Cose così. O no?
    Andreac, a casa mia, mia nonna, mia madre, mio nonno, mia zia1, 2, 3, 4, leggevano gialli. Erano napoletani. C’entra? Colonnati di Gialli Mondadori, a casa di mia nonna, “I napoletani e i gialli”, un capitolo del sussidiario.

  33. Sembra che il buon vecchio Schopenauer partecipi al vostro discorso:
    “Osservando uno dei tanti immensi cataloghi di libri nuovi, verrebbe da piangere pensando che, fra dieci anni, non si sentirà parlare più di nessuno di essi.
    In ogni tempo esistono due letterature, che vivono l’una accanto all’altra, ma che quasi s’ignorano fra di loro; una è reale, l’altra, solo apparente. La prima diventa letteratura permanente; è ricercata da coloro che vivono per la scienza o la poesia; il suo corso è equilibrato e calmo, ma estremamente lento, ed in Europa produce appena una dozzina di opere in un secolo, che però sono permanenti. L’altro genere è ricercato dalle persone che vivono sulla scienza e la poesia. È un genere che procede di galoppo, con molto rumore e grida partigiane. Ogni dodici mesi getta sul mercato un migliaio di opere; ma dopo pochi anni, ci si domanda: Dove sono andate a finire? Dov’è la gloria che arrivò così presto e fece tanto chiasso? Questo tipo di letteratura può essere detto transitorio, l’altro, permanente”.

  34. Qui volevo arrivare. secondo te, andreac, “il confessionale dei penitenti neri” (1797) uno dei primi esempi di romanzi del mistero dove si svolge? Napoli. Autrice inglese. Da lì mia zia 1, 2, 3, 4, mia madre, mia nonna, colonnato…tuo padre…tuo zio?

  35. @ ilpostodeilibrimeravigliosi.it
    Coincidenza? Ah, credevo che tutti avessero letto Joseph Roth. Io ho letto ogni sua virgola, perché importante lettura è, di quelle che rimangono.
    Intendo che il mondo – gli scaffali – sono ricchi di libri belli, ma anche di libracci che non valgono la carta su cui sono stampati. A parte qualche caso, la letteratura moderna è molto deludente: compri 100 libri (o ti arrivano 100 libri) e ne salvi al massimo due o tre, ma perché si fanno leggere, non perché siano dei capolavori. Il capolavoro lo trovi dopo dieci anni, quando va bene: un libro che è ben più d’un libro. Insomma, scrivere è anche “Una questione Privata”.
    Saludos.
    Iannox

  36. Ienax, visto che mi vergogno un po’ ma dovrebbe essere un po’ anche il mio lavoro, “scrivere”, che intendi per “capolavoro”? certe volte io ho le idee confuse. Eco per anni ha detto che Dickens era roba vecchia. Nabokov considerava Dotoevslij un infatuato logorroico incapace di scrivere un romanzo equlibrato. Wilder pensava che Fellini fosse un noioso. Per Saul Bellow T. Mann è serioso. Così…a me, per non fare torto a nessuno, piacciono tutti. che dici?

  37. Sara, accogliendo la richiesta del Dott. Schopenauer, “Dove sono andate finire…”, è nato “www.ilpostodeilibri.it. i migliori romanzi, rari, dimenticati, persi, tutti letti con uno sguardo attento alle protagoniste femminili…”. Ma non è per questo che scrivo. Mi “consentite” una domanda? Mi darete una risposta? Che cosa faranno i leccaculo per professione da domani alle 15? Cambieranno lato mantenendo la stessa attività? Lo faranno lentamente ma inesorabilmente?

  38. No, Ienax, non l’ho letto tutto, ma per “La Tela del ragno, sono contenta di non averlo fatto. E’ bello. Sono arrivata già a… dopo che lui va al letto col principe ed è nella setta. E’ starordinario questo misto di ingenuità e ambizione di questo poverino di precettore. Ma non mi dire niente della trama. Appetitosa. Anche qui. Scusate. Una precisazione. I “leccaculo” a cui mi riferisco sono da intendersi come “razza letteraria”, chiaro, no? Personaggi da romanzo, e come tali asolutamente inerenti e al blog, e al post di oggi, e alla mia Weltaschaung – a proposito di Roth – (visione del mondo) che prevede una descrizione sociale alla Balzac, gerarchica, in cui il leccaculo è colui che si arrangia. In Italia la razza – di cui sopra – è più diffusa che in altri contesti dell’emisfero cristiano- giudaico. Altro elemento letterario: per i “poverini” – contenuti nella struttura gerarchica di cui sopra – da intendersi come elementi marginali, spesso chiacchieranti su blog d questo tipo, io penso dopo la serata di oggi, dale 15 di domani, poco cambierà.

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