A PROPOSITO DI CULTURA POPOLARE

E’ nei commenti più sotto: ma vale la pena di trasformare quanto segue in un post a se stante. Questo è l’intervento di Wu Ming 1 sulla cultura popolare. Con glossario.

I rapporti tra le dimensioni della cultura "popular", "popolare", "folk" e "di massa" oggi sono in via di
ridefinizione, ma li possiamo capire solo se non li confondiamo tra
loro.
Un tempo si chiamava "cultura di massa" quella (prodotta e riprodotta industrialmente) che
aveva soppiantato la vecchia cultura popolare (nel senso di "folk").
L’inghippo nasce dal fatto che in inglese questa cultura di massa è
sempre stata definita "popular" (per sottolineare il fatto che non si
rivolge a ristrette élites ma è rivolta alla fruizione da parte di
grandi numeri di persone).
C’è però uno spostamento d’accento: se l’attributo "di massa" descrive
questa cultura dal punto di vista di chi la produce, distribuisce,
promuove, l’aggettivo "popular" la descrive dal punto di vista di chi
la fruisce, la integra nella propria vita, se ne riappropria, ne
discute.
Insomma, "popular culture" è la cultura di massa intesa principalmente come fenomeno sociale, antropologico.

Il recupero del folk di Woody Guthrie, Pete Seeger etc. da parte di
interpreti come Dylan o Joan Baez e poi mille altri, fino a Devendra
Banhardt, al neo-folk e oggi alle Seeger Sessions del Boss (che sta
facendo un lavoro prezioso), è fin dagli anni Sessanta un fenomeno di
cultura di massa e "popular". Quello non è più il folk originario,
perché il contesto è diverso. Quindi attenzione quando si dice che
Springsteen fa musica "popolare", attenzione a non confondere "folk" e
"popular".

Le trasformazioni in corso oggi stanno sfumando la distinzione tra
chi produce e chi fruisce. Era un confine già "poroso" e pieno di
varchi, ma oggi la rete sta smantellando tutte le garitte di guardia.
Da un lato il mainstream è meno importante di un tempo (fine della "hit
culture": i dischi di successo vendono incredibilmente meno di un
tempo, i film di successo incassano molto meno al botteghino),
dall’altro c’è un vorticoso , gorgogliante proliferare di nicchie di consumo/riscrittura/riappropriazione.

L’aspetto di cultura "di massa" sta perdendo importanza, mentre quello di cultura "popular" acquista un rilievo sempre maggiore.
Qui c’è il nuovo inghippo: secondo chi si occupa di questa nuova
cultura "partecipativa" (fan fiction, mash-up, machinima, brick films
etc.), la "popular culture" di oggi ha in sé molte caratteristiche
tipiche della vecchia cultura folk pre-industriale, ma in un contesto
nuovo, di ultramodernità.

Vogliamo cercare di capirle , queste cose, vogliamo discuterne
insieme, o preferiamo accusare chi se ne occupa di "straparlare" e di
non occuparsi davvero di cultura ma di pattume? Davvero si pensa di
poter continuare a dire che oggi "le masse" sono in balia del "consumo
passivo", riproponendo inalterate analisi di cinquant’anni fa? Davvero
c’è chi pensa di "occuparsi di cultura" snobbando tutto questo, che è
un vero e proprio terremoto cognitivo (e che sta rendendo i bambini più
intelligenti, come dimostra  Steven Johnson ricerche alla mano)?

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GLOSSARIO

FAN FICTION
(abbreviato in "fan fic") è la letteratura prodotta dai fans di libri,
film, cartoons e serie televisive, in cui si utilizzano l’universo e i
personaggi dell’opera a cui si far riferimento. Si può trattare di
omaggi ma anche di contributi critici, come tutto il filone di
letteratura "slash" che illumina il sottotesto omosessuale della serie
classica di Star Trek (il palese rapporto di amore e di attrazione fisica che tiene
uniti Kirk e Spock).

MASH-UP
è il riutilizzo di più canzoni e tracce musicali per creare qualcosa di
nuovo, spesso con intento parodico ma a volte con intento serissimo.

MACHINIMA sono
i video di animazione realizzati usando ambientazioni e personaggi dei
videogame. Oggi in rete ci sono veri e propri talk-show realizzati con
la tecnica del machinima, vedasi ad esempio questa intervista a McKenzie Wark sul suo nuovo libro.

I BRICK FILMS
sono animazioni amatoriali (ma alcune sono tecnicamente eccelse)
realizzate usando le costruzioni della Lego o di altre ditte
produttrici. Su archive.org se ne trova uno sbrozzo, ad abundantiam.

81 pensieri su “A PROPOSITO DI CULTURA POPOLARE

  1. E’ la Paolino Paperino Band! Gliel’ho vista suonare dal vivo nel ’90 o nel ’91. Ricordo il testo del loro pezzo più violento, faceva solo: “CIP CIP CIP fa l’uccellino”, o qualcosa del genere.

  2. Lo sapranno i ragazzini di Baricella (dove io ho lavorato come postino nell’inverno ’91- ’92) che in un capannone di via Pedora una sera fecero tappa i Nirvana, e che a vederli eravamo in duemila?

  3. duemila?
    duemila è tanto se era il tour per promozionare Bleach
    è pochissimo se fosse stato dopo la pubblicazione di Nevermind
    sarebbe giusto se corrispondesse alla capienza del loco
    se è stato nel ’94 è una tragedia…
    insomma, ce l’hai il bootleg da smazzare?

  4. Kristian, qui si parla del ’91, a Nevermind appena uscito ma non ancora esploso in Italia. Ho detto duemila proprio per dire che eravamo pochi. Nel ’94, poi, Cobain era già in tournée in terre ben più lontane dell’Italia.

  5. ) E’ interessante il discorso sulla porosità tra chi produce e chi fruisce. Non conosco le realtà che citi (fan fiction, mash-up, machinima, brick films etc.) cioè non le ho mai vissute e ho sicuramente un pregiudizio negativo sul tipo di creatività che può scaturire da chi le vive. Anzi, dato che immagino siano prima di tutto un modo per fare comunità, dai “partecipanti” mantenendo un rigoroso plurale. Ripeto è un pregiudizio, li abbiamo tutti, probabilmente è sbagliato.
    2) E’ vero che Springsteen sia con la propria musica piu “roots” sia con le cover di pezzi tradizionali (si chiamano Seeger sessions ma paradossalmente i pezzi di Seeger sono la minima parte) non fa propriamente folk. Forse nemmeno il primo Bob Dylan faceva davvero folk per la sua mania dei testi indecifrabili. Però la stranota The river o Bring ‘em home (che è di Seeger) oltre a essere canzoni bellissime parlano la lingua della gente, i mattoncini di cui sono fatte vengono dalla gente, per la gente. Anche qui c’è porosità tra chi fa (più che chi produce) e chi ascolta. Anche nel folk c’era la stessa porosità. Anche se la Sony produce secondo certe regole di marketing. Un filo parte dalla gente, resiste, torna alla gente. Ecco, qui si sente che l’artista è meno artista, è più interprete.
    3) ho scritto che qui se ne è “straparlato” per due motivi: a. il populistico e il marketing d’assalto su lipperatura sono sempre in agguato, b. si mettono tonnellate di carne al fuoco senza approfondire, mentre occorrere “atterrare” con esempi concreti (questo mi sembra il tuo difetto principale). Ci sono poche categorie a disposizione e probabilmente usurate, quindi atterrare sugli esempi è indispensabile. Senti Igort com’è bravo (a proposito, devo ripeterlo ancora che è un grande intellettuale…) «Durante i miei soggiorni giapponesi ho notato che gli editor, in redazione, leggevano i giornali. Per un momento ho pensato che erano fannulloni. Poi mi spiegarono che gli editor erano obbligati a leggere per sottolineare quali erano i temi di interesse per un lettore giapponese.
    Se ci si pensa i giapponesi fanno “mito” attorno a cose come la crisi della borsa, il boom del calcio, la passione per la cucina straniera, la vita dei salarymen.
    Uscendo dalla redazione di Kodansha non ho potuto constatare come questa pratica diffondesse il fumetto a persone di tutte le età e ceti sociali. Era un linguaggio universale e applicato in maniera veramente popolare.»
    Hai visto che roba, non è quello volete fare voi o Genna? Guarda che a scrivere quelle parole è uno che da Kodansha è stato stampato in milioni di copie.
    4) Ma il popolare non è soltanto il tuo/vostro progetto, anche il “reportage poetico” da Zara di Tiziano Scarpa a mio parere è meravigliosamente popolare.
    Ci sono tante cose su cui parlare, per esempio che il pubblico non è tonto per niente. Ormai penso che i tonti siano soltanto i produttori…

  6. Andrea, io e altri, qui e altrove, di esempi ne facciamo a getto continuo, c’è persino un’ipertrofia di esempi, anche perché il nuovo paradigma “poroso” è ovunque, basta guardarsi intorno. Solo nell’ultimo anno credo di avere citato decine e decine di artisti, siti, scrittori, operazioni poco classificabili, bootleg remix, video, saggi che si occupano del fenomeno (ho citato “The Long Tail” di Anderson, “Convergence Culture” di Jenkins, “Smart mobs” di Rheingold, “Everything Bad is Good for You” di Johnson, “The Wisdom of Crowds” di Surowiecki), ma più in generale negli scritti che trovi negli archivi tematici di wumingfoundation (e nella pagina link) trovi un’iradiddio di riferimenti, esempi, spunti di discussione.
    Solo in questo commento trasformato in post ho messo svariati link che chi vuole può seguire: c’è una pagina da cui si possono scaricare decine di brick films professionali e amatoriali. E’ un esempio di cultura nata dal basso, e di comunità operosa che riutilizza i segni e i prodotti della cultura di massa.
    Ho poi messo un’intervista a McKenzie Wark, che ha scritto un libro, “Gamer Theory” (anzi, “GAM3R 7H3ORY”) le cui successive stesure sono state discusse in rete coi lettori, dove si parla anche dei machinima, ed è stato intervistato in un ambiente machinima (tendenza a far coincidere contenuto ed espressione). Prima di dire che non vengono fatti esempi, perché non sei andato a dare un’occhiata?
    La stessa Loredana ha postato link a siti di fan fic, e ogni giorno rende conto di cose che succedono. Ogni giorno. Li segui quei link, vai a leggere quel che viene segnalato, prima di lasciare i tuoi commenti sul fatto che qui non si parla di niente e blah blah blah?
    Il problema è che descrivere la realtà non può nulla contro pregiudizi di impostazione “idealistica”: se uno parte dalle Idee iperuraniche di cosa siano/debbano essere l’arte e la cultura, è chiaro che tenderà a escludere dal proprio orizzonte (percettivo prima di tutto) tutto quanto non corrisponda a quelle Idee. Di conseguenza, gli esempi altrui non vengono percepiti come tali, e si vola col pilota automatico del “questo non conta, è di ben altro che bisognerebbe parlare”. Il passo successivo è sostenere che l’interlocutore non fa esempi.
    Il tuo esempio sulla redazione di manga in Giappone è una descrizione di quel che fa e ha sempre fatto chiunque non abbia un’idea elitaria della cultura: “fare mito” con quel che succede alle persone e alle comunità, e fare un mito che parli direttamente alle persone e alle comunità. Woody Guthrie leggeva il giornale e scriveva le canzoni sui fatti che ci trovava sopra.
    Tra l’altro, la discrepanza tra “fumetto popolare” e “fumetto d’autore” è una distorsione tutta europea: in Giappone Osamu Tezuka è sì quello delle graphic novels raffinate, ma è anche l’inventore di “Astro Boy”! Idem per Go Nagai, che io ringrazierò vita natural durante per aver inventato Mazinga, Goldrake e Jeeg. Idem Miyazaki, che è quello di “Spirited Away”, ma è anche quello di “Heidi”.
    Infine, quello di Springsteen è indubbiamente un progetto popolare, ma non – banalmente – perché ripropone musica folk. Suonare il folk di un tempo non significa essere folk oggi. Il folk di cent’anni fa suonato oggi non è il folk di oggi. Non viviamo più in quelle società, è diverso il rapporto tra artista e pubblico, sono diverse le modalità produttive e di consumo. L’appropriazione popolare della musica oggi non passa per la riproposizione filologica di “Goodnight Irene”, ma semmai per l’hip-hop, i sound system, o per tutt’altre cose ma comunque legate all’oggi. Springsteen è popolare (popular) perché è Springsteen, non perché suona Seeger. Lo stesso Seeger, negli anni quaranta e cinquanta, era popular, perché incideva dischi e li vendeva, suonava alla radio, si parlava di lui sui giornali, era pienamente dentro l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

  7. Sì, però il sound è uno skipass un po’ station wagon, che ci fa da decoder per il boiler e tantra yoga (wireless), per leggere meglio l’ultimo bestseller “Shangai origami Nam myoho renge kyo bricolage” in download dal tuo citofono.
    O no?

  8. Allora…
    Quello che personalmente mi interessa, è in cosa sta il “Pop” (cultura popolare) oggi. Voglio dire: credo che il nocciolo della questione sia in quello che tu chiami “un vorticoso , gorgogliante proliferare di nicchie di consumo/riscrittura/ riappropriazione.” Una serie di schegge, nessuna della quale diventa preponderante sull’altra in termini di immaginario. Qualcuno ha chiamato questo fenomeno “nuova pluralità” (o “nuovo pluralismo”?). Sia come sia, non c’è un “segno dei tempi” vero e proprio, riconoscibile cioè attraverso le vecchie dinamiche di tendenza dominante; casomai, il segno dei tempi è proprio l’esplosione dello stesso. Inutile dire che la Rete, con la sua coincidenza di diversi immaginari, ipotesi, comunità ecc, accelera e di fatto consolida il fenomeno.
    Bene. Ma qui entrerebbe un’altra questione… Su cosa sono costruite queste schegge? Di cosa si riappropriano? Tu hai citato una serie di esempi – il mash up, la fan fiction ecc – che in sé non sono fenomeni nuovi, anzi: datano una lunga tradizione di taglio diremmo “avanguardista”; inoltre, apparentemente riportano a quel gusto citazionista tipico di certa cultura “postmodern” (perdonatemi…), ma invece se ne discostano in maniera sensibile proprio perché non è citazione, non è un’operazione a freddo, ma una coincidenza vera e propria di immaginari, paritari tra loro, che avviene quasi spontaneamente. La Rete, sempre lei, ha partorito utenti di Soulseek che passano indefessamente da Kilye Minogue a Gyorgy Ligeti, lettori che nell’arco di una frazione di secondo vanno dal blog di Flavia Vento a quello di Henry Jenkins (cito questo esempio perché autobiografico), i ragazzi in discoteca ballano sui ritmi à la Stockhausen, un anime come Last Exile è una grandiosa epopea a più livelli, ecc ecc ecc.
    A cosa voglio arrivare?
    Voglio arrivare al fatto che, ugualmente, si tende a considerare “cultura popolare” una forma, direi una forma espressiva, e non tanto il meccanismo che sta dietro a questa.
    L’esempio del neofolk che fai, secondo me, è fuorviante, perché frutto più che altro di una crisi interna a quella forma chiamata rock, tanto per dire (ma qui servirebbero decine di post, e non qui). Mentre più interessante sarebbe: l’ultimo cd di elettroacustica isolazionista di, che ne so, Heinrich Habermas (nome inventato), è pop?
    Questo per dire: sono contento quando esimi intellettuali, gente curiosa, persone che intendono approfondire il loro tempo, si soffermano su fenomeni come, mettiamo, la fan fiction o i cartoni animati; ma è solo metà, che dico, un decimo della questione. Mi pare di cogliere in questo atteggiamento una rivendicazione, del genere “ragazzi, che vi pensate, queste sono cose importanti”, che è giustissimo. Ma non sono ugualmente significativi quei fenomeni dalle forme non pop, che invece tradiscono scenari che sono semmai la quintessenza della cultura popolare di oggi?
    Ok, credo di essermi spiegato veramente MALISSIMO, ma che volete fare: il guaio della Rete è anche, se vogliamo, una sintesi che può portare a un eccesso di concettosità.

  9. Il neofolk pugliese della Paolino Paperino Band mi fa sentire sotto come un sottovaso. Come quando Richard Gere carica la sua Pretty Woman e io gli volevo tanto dire “Quì è la polizia! Segua quella macchina!”.

  10. Marcello, a dire il vero io non ho fatto “l’esempio del neofolk”, anzi: ho controargomentato sull’esempio proposto. Secondo me, ripeto, il folk di ieri suonato oggi NON è il folk di oggi: è la riproposizione del folk di ieri. Lodevole, storicamente importante, poeticamente toccante, ma il folk di ieri *precedeva* la cultura di massa, quello di oggi nasce dal suo seno, anzi, ne porta le logiche all’estremo, per rovesciare il rapporto tra produttore e consumatore. Quella popolare pre-industriale era una cultura senza riproducibilità tecnica dell’opera, la musica era legata primariamente all’esecuzione dal vivo da parte di performer itineranti, non viaggiava da sola, non esisteva una versione standard di un brano (quindi nemmeno le “cover”), ma tante varianti quanti erano gli esecutori etc. Il folk di allora suonato oggi diventa automaticamente un’altra cosa, perché il contesto cambia il testo.
    Oggi dinamiche simili a quelle folk emergono nella cultura partecipativa dei fans, ma è più un’allegoria che altro. In un post sul suo blog sui fanvids (i video di fan fiction), Henry Jenkins paragonava le serate in cui i fans si ritrovano tutti insieme in una casa a montare e copiare video al “quilting”, quel momento di socializzazione femminile tipico dell’America fino all’Ottocento, quando tutte le donne di un villaggio si trovavano in una casa a vegliare e raccontarsi storie mentre facevano coperte di lana. Ma appunto, se uno oggi facesse un film sul quilting, non per questo quel film non sarebbe un esempio di folk contemporaneo: sarebbe una testimonianza sul folk di un tempo.
    Su cosa sia “popular” oggi e sul fatto che “popular” non significhi per forza “consumato da grandi masse”, ho provato a ragionare su questo stesso blog tempo fa, quando non mi ricordo chi sostenne che John Zorn non è pop. Riposto un passaggio di quella discussione:

    Oggi il “popular” non si identifica col mainstream: come dicevo prima, è un proliferare di nicchie. Alcune molto grandi, altre molto piccole. Non è un’immediata dimensione di massa a caratterizzare il popolare: sono le modalità produttive e di messa in circolazione, è l’approccio non pregiudiziale né snob ai materiali da utilizzare, è la dinamica con cui si crea una comunità intorno all’opera e alla sua fruizione, è la quantità di “rimbalzi” che l’opera ha nelle reti e nell’immaginario ecc.

    Ultima osservazione nata da un tuo spunto: davvero credi che oggi esista ancora una distinzione netta tra avanguardia e popolare? Il fenomeno di oggi, se vuoi, è proprio il fatto che strumenti e linguaggi che un tempo erano monopolio dell’avanguardia (collage, cut-up, détournement etc.) sono patrimonio potenziale di tantissime persone, grazie alla democratizzazione dell’accesso a tecnologie un tempo distanti dall’esperienza quotidiana. Oggi chiunque abbia un computer può montare video, prodursi trasmissioni radiofoniche etc.

  11. Il folk che diventa film popolare neotransazionale è un s’ucco di fruttà con senape. Lei mi impara che quello che le donne non dicono lo dicono le gambe. Ma questa è cultura “popolare” del dopo 11 settembre. Abbiamo arrivato alla conclusione che il cinema è iperbolico, se non ci fossero i Bambini di Satana a rendere occulta la qultura.

  12. Assolutamente no, quello che volevo dire è proprio che non credo ci sia più nessuna differenza tra “avanguardia” e “popolare”. La mia riflessione nasceva proprio da questo, ma evidentemente (l’avevo detto: mi sono espresso male) non era chiaro.
    Il guaio però, credo io, non è tanto che – usando le vecchie categorie – si comincia a intendere il “pop” coi criteri dell'”avanguardia”; è proprio che NON si comincia a intendere l'”avanguardia” coi criteri del “pop”. Cosa, secondo me, necessaria e urgente. Non so se è chiaro…
    Sul neofolk poi, sono di nuovo d’accordo con te. Forse a questo punto non ho capito io: argomentavo soltanto che era un esempio fuorviante, e che l’esplosione neofolk attuale non è tanto una ripresa del discorso folk “storico”, ma più un fenomeno interno all’industria discografica perché blah blah blah. Ma queste, appunto, sono altre questioni.

  13. Mancava la premessa, che era nei commenti a un post precedente: Andrea Barbieri ha scritto che qui da Loredana si “straparla del popolare” e lui invece è andato a vedere Springsteen che rifà i pezzi di Seeger e quello sì che è popolare, ed è un popolare che non ha a che fare col mass market. Insomma, popolare nel senso di folk.
    Io ho risposto che secondo me non è così, Springsteen è popolare nel senso di popular, *in quanto* figlio e interprete della cultura del mass market. Rifare pezzi folk è una gran bella cosa (io sono un grande fan del suo ultimo disco) ma non significa essere folk etc. etc.
    Io credo che il maggiore ostacolo sulla via dell’ “intendere l’avanguardia coi criteri del pop” sia il fatto che oggi chi si crede avanguardia spesso non abbia la minima idea del contesto in cui il suo lavoro (e la sua vita) si inserisce, e sia in realtà molto più indietro (per capacità di usare i linguaggi della creazione) del più sfigato dei fan di “Star Wars” che si fa i filmini in casa con la spada laser di plastica.

  14. Ecco, appunto, quando dici:
    “chi si crede avanguardia spesso non ha la minima idea del contesto in cui il suo lavoro (e la sua vita) si inserisce”, cogli un aspetto chiave.
    Cosa intendi per “chi si crede avanguardia”? Torniamo all’esempio musicale, prendiamo la “più avanguardia di tutte” (definizione sarcastica, va da sé), la musica elettroacustica di derivazione concreta ecc. Ora, chi attualmente si muove in questo campo, in gran parte sono ragazzini poco più che maggiorenni cresciuti a Star Wars e fumetti. Perché mai allora, mi chiedo io, si danno alla fantomantica “avanguardia”? Forse perché quel suono non è “avanguardia”? Forse perché, spontaneamente, sentono che quel suono sia il più indicato a descrivere quello che tu chiami il “contesto in cui si inseriscono lavoro e vita”?
    E’ una riflessione molto semplice. Io non credo che la realtà attuale si legga *solo* attraverso gli anime, la fan fiction ecc; si legge *anche* attraverso fenomeni del genere, che reputo cruciali, intendiamoci. Ma non vorrei che, questo focalizzarsi – in nome della “cultura popolare” – su fenomeni che prendono piede da una “vecchia” definizione di pop, significhi poi, paradossalmente, replicare alcuni meccanismi esclusivi che invece a suo tempo condannarono proprio il pop “mainstream”.

  15. @ kristian
    a vedere i Nirvana quella sera erano poco meno di 1000 persone, perché poi chiusero (ehm…) l’ingresso, dopo aver fatto entrare anche gli “sfondatori”, per la semplice ragione che non entrava più uno spillo. Tieni conto che Baricella è all’interno di un muro di nebbia in mezzo al niente (definizione di Keith LeBlanc), mica il palaforum di Assago o lo Stadio Massimo.
    Nevermind era appena uscito: infatti nel giro di tre settimane i Nirvana smisero di essere un gruppo da 500 spettatori (ti assicuro, il loro ingaggio era corrispondente a tanto) per decollare verso altri numeri. Due mesi dopo erano già diventati un gruppo da stadio. era successo, semplicemente, che MTV aveva deciso in agosto cosa doveva andare nell’autunno: capelli lunghi e biondi, sound alla Led Zeppelin rifatto alla meno peggio, camicioni a scacchi e Seattle, che all’epoca in America faceva tanto trendy (chi si ricorda di “Singles”, peraltro delizioso?). I Nirvana avevano un disco in uscita, i Mudhoney no, i Pearl Jam neanche: è andata così.

  16. Ma appunto: non si “danno all’avanguardia”, Marcello. Quella non è più avanguardia nel senso di élite che si crede “più avanti degli altri”, è una delle articolazioni della cultura popular. Oggi (ma in realtà dai tempi degli Einsturzende Neubauten, ma prima ancora da Pierre Henry che si concedeva cavalcate nel rock psichedelico), le derivazioni della musica concreta sono pienamente dentro il popular, anche perché sono dentro il popular i compositori, e sono dentro il popular gli ascoltatori. Come dicevi tu, oggi chi ascolta musica può far parte di più nicchie contemporaneamente, ascoltare quella che un tempo era “musica colta” e ascoltare pure Mondo Marcio o Lily Allen. Dopodiché, non credo che vi sia (almeno non tra i presenti) chi legge la realtà “solo attraverso gli anime o la fan fiction”, sarebbe una forma deteriore di riduzionismo. Ma certo quei contesti sono quelli in cui i tratti dell’odierna cultura partecipativa sono più netti, immediatamente visibili, quindi se si vuole parlare per esempi è chiaro che ‘sta roba è la prima a saltare agli occhi.
    Del resto, dobbiamo farci capire, essere… popolari. E poi, citando certe cose piuttosto che altre si fanno incazzare i parrucconi che lurkano su questo blog.
    @Girolamo. Indovina un po’ chi guidava gli “sfondatori” quella sera? 🙂

  17. l’ala dura e creativa del movimento, se la memoria non m’inganna :-))
    (ok, adesso non vi annoio più con gli OT, i “C’eravamo tanto a(r)mati” e “I migliori anni della nostra vita”. buon Paolino Paperino Band a tutti)

  18. I Mudhoney ce l’avevano un disco appena uscito: “Every Good Boy Deserves Fudge”. Un disco in cui, con scarso tempismo, si staccavano dal grunge (che stava per diventare mainstream) ed esploravano sonorità da garage rock anni Sessanta. Suono ruvido che pareva registrato in mono, come gli album della Voxx. Poco “radiofonico”, meno memorabile di “Nevermind”.

  19. ma certo, pensavo fosse chiaro che usavo il termine “avanguardia” giusto a mo’ di “famo a capisse”. D’altronde, non è da oggi che si parla di “avanguardia popolare”, che se vuoi è un termine altrettanto desueto, ma forse più centrato.
    Ovviamente non credo che nessuno qui intenda leggere la realtà *solo* attraverso gli anime. Quello che però volevo dire, era che mi pare manchi un approccio consono, che tenga conto del contesto e dei suoi meccanismi interni, a quei materiali che a suo tempo avremmo detto “sperimentali”, e che invece sono parte integrante – e in alcuni ambienti preponderante – della cultura popolare odierna, andando a creare un paradosso onestamente inaudito.
    Poi – opinione del tutto personale – non sono nemmeno sicuro che la cosiddetta prassi partecipativa sia più evidente in alcuni contesti piuttosto che in altri… Insomma: a volte avverto forte il rischio del “feticcio pop”, dove l’idea di pop che si ha è però già sorpassata e riduttiva.
    E infine tranquillo, che i parrucconi pure se gli citi Weasel Walter (che tu appassionato di free jazz dovresti conoscere), esimio esponente dell’avanguardia chicagoana e ossessionato dal death metal, non sanno dove sbattare la testa.

  20. Idea del pop sorpassata e riduttiva? Non credo ci sia questo rischio, detto tra noi.
    Faccio un esempio. Secondo me l’opera più “d’avanguardia”, sperimentale, estrema, eppure al contempo stesso accessibilissima, degli ultimi trent’anni è una puntata di “Star Trek – The Next Generation” intitolata “Darmok”, andata in onda per la prima volta nel 1991 (negli USA: in Italia nel 1994).
    Una puntata diversa da tutte le altre, piena di risonanze ubriacanti, che fu fondamentale per il Luther Blissett Project. Tant’è che ne abbiamo parlato anche nell’intervista che ci ha fatto Jenkins.
    Ne scrivemmo all’epoca, questo è un estratto da un testo del ’95:
    In una puntata di Star Trek – The Next Generation, intitolata “Darmok”(data astrale 45047.2) l’equipaggio dell’Enterprise s’imbatte nei criptici e misteriosi Tamariani, il cui modo di esprimersi è totalmente incomprensibile agli umani e agli altri popoli della Federazione dei pianeti. I Tamariani sembrano comunicare tra loro enumerando nomi e date, nessuna loro frase segue una consequenzialità logica o linguistica. Ai nostri eroi occorre un po’ di tempo per capire che i Tamariani citano episodi della loro storia e mitologia, episodi che costituiscono dei veri e propri “precedenti segnico-linguistici”a cui ricondurre la situazione in cui ci si trova.
    Ad esempio: “Shàkah quando caddero le mura” può significare “Fallimento”, “Ho sbagliato!”, oppure “Che sfortuna!”; “Tembàh, le sue braccia aperte” si può tradurre con “Generosità”, “Prendi questo dono”, o “Grazie di questo dono”; “Miràh, le sue vele spiegate” sta per “fuga”, “Andiamo via !”o “Io me ne vado”; “Il fiume Temark durante l’inverno” significa più o meno “immobilità”, “Fermo!” o “Stai zitto!”; “Sindah, la sua faccia nera e gli occhi rossi “significa “morte”, “moribondo”, “sto per morire” etc. Il linguaggio tamariano non è logico-referenziale ma immaginativo-simbolico, iconico, analogico, ed evolvendosi non ha dato luogo a quella che noi chiamiamo “identità”. Da quel poco che lo spettatore riesce a capire, non si tratta di una “omologazione” totalitaria all’interno di una società intesa in maniera organicistica, o (in parole più povere) di un livellamento delle differenze individuali in nome di una tradizione, di una memoria acritica e monumentale. Al contrario, i tamariani attingono collettivamente ad un patrimonio di storie e di immagini che si modifica costantemente, e i loro rapporti interpersonali sono una specie di gioco di ruolo nel quale il singolo si appropria e/o si sveste di tutti i ruoli e di tutte le “identità”; la condivisione delle esperienze, la comunanza e la compartecipazione emotiva, sono per loro tutt’uno con l’essere “singoli”, in quanto prescindono dal concetto di in-dividuo: l’Io dei tamariani è molteplice e multiverso, la loro soggettività è decentrata. Per questo non c’è una vera e propria distinzione tra soggetto, predicato e complemento oggetto: nelle frasi che ho riportato ci sono, genericamente, un “non riuscire”, un “donare”, un “andare via” e un “non-agire”, azioni di cui si ammettono serenamente la complessità, la ricchezza di significati e l’irriducibilità ad una analisi logica. La situazione che si crea non viene definita e intrappolata nel linguaggio [7].
    Il linguaggio tamariano non è segreto né esclusivo, non è un argot che la comunità crea per difendersi dal mondo esterno. Anzi, i tamariani vogliono condividere il loro immaginario e la loro memoria, vogliono ampliarli e contaminarli per capire e farsi capire. Difatti, poiché è impossibile capirsi senza conoscere gli stessi miti, occorre crearne assieme di nuovi, così Datohn, il capitano della nave tamariana, si fa teletrasportare assieme al capitano dell’Enterprise Jean-Luc Picard su El-Adrel IV, un pianeta disabitato e inospitale, dove essi devono collaborare per sopravvivere e difendersi dalle irradiazioni di una energia distruttiva.
    Questa situazione si ispira a quella definita “Darmok e Djalad a Tanagra”(due eroi della mitologia tamariana, intrappolati su un’isola abitata da una Bestia pericolosa). Resta scolpito nella memoria dello spettatore il grido d’esultanza di Datohn allorché Picard inizia a capire i suoi messaggi: “SUQAT, I SUOI OCCHI NON PIÙ COPERTI!”. Dei due si salva solo Picard, ma ormai il precedente è stabilito: d’ora in poi, tamariani e federati potranno manifestare l’intenzione di comunicare dicendo: “Picard e Datohn su El-Adrel”.
    —-
    Questo è (a volte) oggi il pop. Ma non è tanto l’avanguardia a essere popolare: è il pubblico di oggi a essere più avanti del pubblico di un tempo, e a essere in grado di comprendere e rielaborare cose come questa, che un tempo si sarebbero dette “difficili”. E questo è il punto di partenza del libro di Steven Johnson più volte citato.

  21. Non so, Springsteen non farà propriamente il folk, però dire che fa la popular music col suo ultimo disco mi sembra una forzatura, un avere delle idee e volerci far cascare le cose. Secondo me il disco dimostra esattamente il contrario: Springsteen non è figlio del mass market, o se lo è, diciamo che è andato a vivere da solo tirando fuori delle canzoni sepolte che funzionano diversamente dalla popular music.
    Certo mentre la ascoltavo mi è venuto da pensare oggi chi fa canzoni così senza rifarsi al folk (altrimenti direi Earle). Il rap? non credo proprio.
    Passo a chi ne sa più di me.

  22. @wm1 e girolamo
    ero abbastanza sicuro che fosse il tour di Nevermind. di quel giro d’Italia ho il live dall’ex mattatoio di Roma. su Videomusic ebbi modo di vedere pure le riprese del concerto. il sound era piuttosto scadente. Cobain non beccava i riff, in compenso aveva cominciato a inzicchiarsi e a frequentare una ex groupie a sua volta musicista. il ’91 fu davvero l’anno della sua heavy rotation. nel ’94 li vidi al Palatrussardi, la settimana dopo Cobain si avvelenò a Roma e invece di crepare si mangiò un gelato alla fragola. poi in aprile fu più preciso nella mira.
    Singles è una pippa di film, salvo Dillon – che lo salvo sempre – e il concerto degli Alice in Chains. come testimonianza filmata son meglio sia ‘1991 the year that punk broke’ che ‘Live! Tonight! Soldout!’.
    la scena musicale del nord ovest rinasce nei primi anni Ottanta, grazie al lavoro e alla passione di alcuni musicisti, deejays, produttori, tipo a caso, i due della SubPop (Pavitt e Poneman), Jack Endino, Steve Fisk, Mark Arm, Chris Cornell, Stone Gossard, Jeff Ament, Mark Lanegan, Tad Doyle, Andrew Wood eccetera ecetera, tipo i Melvins e i Beat Happening, i Green River e i Mother Love Bone. è vero, nel 1991 scoppia il caso, tre anni dopo la moda è altro. ma chi se ne frega?
    nel 1991 escono gli album Temple of the Dog di Temple of the Dog, Ten di Pearl Jam, Gish di Smashing Pumpkins e Badmotorfinger di Soundgarden. Dirty di Sonic Youth e Piece of cake di Mudhoney sono del ’92. per dire di lavori particolarmente riusciti.
    certo, MTV, ma non accorgersi del tanto resto è un vero peccato.
    i Nirvana non devono per forza piacere a tutti. a me basta averli conosciuti a vent’anni, con tutti i cliché del caso.

  23. i Sonic Youth li ho inclusi solo perché ci sono arrivato grazie ai Nirvana, ai loro dischi – quando ascoltai Evol, mi sembrò tanto più avanti dei vari cloni del Seattle-sound nel frattempo venuti alla ribalta.

  24. Andrea, si vede che parlo a vanvera. Inizio chiedendoti di non confondere i piani, e dicendo che da te mi aspetto un po’ più di rigore, poi tu te ne esci con un commento così. Cadono le braccia, davvero.
    Ma devo proprio specificartelo, come se tu non lo sapessi già, che “popular music” è il rock, è il jazz, è il country, è il blues, è il reggae, ed è anche il folk revival? “Popular music” non è un’etichetta di qualità, è “popular” ogni prodotto musicale nell’epoca dei media, della riproducibilità tecnica del suono, dell’esistenza di un’industria musicale (con tutte le sue articolazioni, major e indipendenti). Van Morrison come Syd Barrett, è Ella Fitgerald come Johnny Cash, è Elio e le Storie Tese come Luigi Tenco, è Pete Seeger come l’Incredible String Band, è John Coltrane come Mina?
    Nel momento in cui si incide un disco, lo si pubblicizza, lo si distribuisce e vende nei negozi, e i media ne parlano, e le radio lo trasmettono, e agenzie organizzano tournées, e altre agenzie curano la vendita dei biglietti etc., quella è popular music, non folk music.
    La musica folk è legata a una cultura dell’oralità e dell’irriproducibilità tecnica dell’opera d’arte, quindi l’ultimo disco di Springsteen ha sì un *contenuto* folk (c’è un lavoro prezioso sul folk di ieri), ma NON può essere la musica folk di oggi, perché non viviamo in una società la cui cultura funziona in quel modo, e anche perché il popolo non è una realtà trascendente, metastorica: il popolo di oggi è diverso da quello di due secoli fa.
    Per il semplice fatto di essere incisa e venduta oggi, la musica folk di un tempo diventa un’altra cosa, si trasforma, entra nel magmatico universo della “popular music”.
    Dopodiché, oggi tutta la dimensione della popular culture si sta trasformando, e in certi suoi tratti finirà per richiamare certi aspetti della cultura pre-industriale, ma Springsteen rientra proprio nella definizione “classica” di popular, non c’è pezza.
    Quanto al mass market, ah beh, certo, Springsteen è uno che ha sempre venduto poco! Devo essermelo sognato io che “We Shall Overcome – The Seeger Sessions” è entrato in classifica direttamente al primo posto in mezza Europa.
    Guarda che “mass market” significa semplicemente “mercato di massa”, vale a dire: c’è tantissima gente che compra i tuoi dischi. L’espressione non significa assolutamente che i tuoi dischi siano pensati SOLO per vendere, ma solo che tanta gente li compra.

  25. A Baricella i Nirvana suonarono DA DIO! Uno dei concerti più potenti che ho visto in vita mia, e l’ho visto gratis, per le ragioni suddette (entrata a scrocco di prepotenza col pretesto della politica).

  26. A proposito dello stupendo Darmok, vorrei ricordarne gli sceneggiatori: Philip Lazebnik e Joe Menosky. Perchè sono riusciti a fare qualcosa che raramente viene permesso agli sceneggiatori: scrivere Fantascienza vera.

  27. Mi sembra importante il non-detto, cioè che negli abissi del testo, a un livello che chiamerei “infrasonico”, che sta sotto le parole, quando distingue tra “popular” e “folk”, Wu Ming sta parlando dell’Italia, anzi di Bologna, non degli Usa:- )

  28. Molto al volo, per Andrea: magari sbaglio, ma una sia pur breve immersione nel mondo delle fanfiction non può che essere salutare per chiunque. Rimetto i link.
    Sito in inglese:
    http://www.fanfiction.net/
    Sito in italiano:
    http://www.efpfanfic.net/
    Ovviamente ce ne sono svariatissimi altri, specifici su anime e manga, o su serie televisive. Chiedimi in privato, se vuoi.

  29. Senti Wu io passo volentieri la palla a chi ne sa più di me in fatto di categorie musicali e sociologia. Sono solo uno ascolta concerti e legge fumetti, non ho cattedre.
    Prima però vorrei dire due cose.
    Una è che per me “pop music” è banalmente la musica facile e commerciale. Questo uso è attestato da almeno due persone: una sono io e l’altra è Springsteen che di una canzonetta orecchiabile (e bella) di Devils & dust dice: mi sono divertito a fare un brano pop.
    Poi non voglio discutere che sia possibile una sistemazione delle cose per cui addirittura il jazz e che so il rock dei Pearl Jam entrano nella macrocategoria pop music, sicuramente è possibile costruire una teoria simile. Solo ho un dubbio: giova davvero per capire le cose? Perché rimane il fatto che un tizio scala le classifiche con vecchi brani folk (in un caso addirittura del 1400, non sto scherzando). E a me questo pare eccezionale.
    Due. Dici che il fumetto d’autore come categoria non esiste, argomenti dicendo che Tezuka è autore di graphic novel e di manga da edicola. Ok, è vero che in molti casi lo stesso autore fa prodotti così diversi, ma possiamo capire di più non distinguendoli?
    Sergio Ponchione è un disegnatore Bonelli, ma fa anche fumetto d’autore. E’ lui stesso a fare questa distinzione in base a qualcosa di molto concreto (questo è quello che intendo per “atterrare”): per Bonelli fa fumetto seriale secondo certe regole ferree, quando fa fumetto d’autore, quando disegna L’obliquomo per Coconino, fa quello che sente di fare, incoraggiato da un bravo, anzi un grande editore come Igort. Vogliamo cancellarla questa differenza?
    Poi naturalmente riconosco che a volte ci sono zone in cui il fumetto d’autore e il fumetto seriale si sovrappongono, per esempio nel bellissimo Batman di Miller o negli hard boiled di Taniguchi.
    Quello che sarebbe utile per capire secondo me non è cancellare la categoria fumetto autoriale, ma scendendo nel particolare vedere che cosa si sta creando, lasciando parlare chi ama queste cose. Un esempio: sono rimasto per un’ora in piedi commpletamente affascinato sentendo parlare Gianluca Morozzi della “Crisi delle terre infinite” (http://it.wikipedia.org/wiki/Crisi_sulle_Terre_Infinite)
    Questo vale per tutto. Tu tempo fa se non sbaglio volevi scrivere della saga della Torre nera in modo approfondito.
    Loredana per una volta potrebbe lasciare da parte i Pokemon per smontare e rimontare il cartone dei Griffin.

  30. “Loredana per una volta potrebbe lasciare da parte i Pokemon per smontare e rimontare il cartone dei Griffin.”
    Questa me la segno. Così come, giorni fa, mi sono segnato una battuta di Giulio Mozzi a un tizio che gli chiedeva:
    “Scusi, Mozzi, mi sta prendendo per il culo?”
    Mozzi: “Assolutamente no. Il suo coccige non mi interessa”:- )

  31. Non sto prendendo per il culo nessuno, i Griffin sono molto “densi”, credo che sia il cartone più complicato che abbia mai visto. Come si è arrivati lì? questa è la domanda.
    Così sarebbe bello intervistare Lucarelli facendosi spiegare che problemi ha avuto nella sceneggiatura di Coliandro e come ha evitato la “censura”, cercando di capire se questo ha tolto forza alla storia e magari interesse agli ascoltatori.
    Questo atterrare e spulciare cose concrete con attenzione, con amore direi anche, per me è fare cultura, e si deve fare su tutto.

  32. solo 2 esempi
    Il primo è spaperopoli (www.internetbookshop.it/ser/serdsp.asp?shop=1&c=BWS3YFFKO77GN]Spaperopoli) di Gianbattista Schieppati (scopro si tratta di fan fic). Il protagonista assume una droga che gli procura delle visioni disneinane. Si vede come (s)paperino e tutte le persone con cui interagisce sono personaggi di (s)paperopoli.
    Il secondo è Morricone. Quando compone le sue colonne sonore (mash-up?) riarrangia e rielabora materiale pop proveniente da varie fonti.
    Ma perché rielaborare materiale pop? Perché è di moda? Perché fa fico?
    Avete davanti un DUELLO WESTERN. Ecco che a un certo punto sentite un ORGANO A CAMME che rielabora il tema di una nota fuga di Bach (anche Bach è pop!). La fuga di Bach è quella che noi tutti da bambini abbiamo associato alla PAURA NERA. Inserita in quel contesto stuzzica inevitabilmente certe corde.
    Oppure. Perché Morricone nei western, all’armonica a bocca d’obbligo affianca le chitarre distorte? Quei suoni elettrici sono recuperati dai b-movie polizieschi italiani degli anni ’70. Ve li ricordate quei film sul terrorismo?. E’ come se Morricone ci dica: guardate che questo non è solo un western e questi non sono solo vaccari che si sparano.
    Insomma: il materiale pop è roba che guardiamo, leggiamo, ascoltiamo, annusiamo, mangiamo sin da piccoli, da sempre. E’ roba profondamente radicata: il tubetto di concentrato di pomodoro che spremevo sulla fetta di pane, la colonna sonora di Lupin, la colonna sonora di “Per un pugno di dollari”, Mazinga zeta, la nutella, la fuga di Bach che faceva da colonna sonora agli horror o ai cartoni del papero vampiro.
    La roba radicata è un OTTIMO MATERIALE per chi racconta perché è EVOCATIVA.

  33. Andrea (Barbieri), ma ti rendi conto che è ridicolo, questo graffiare lo specchio? Si chiama “benaltrismo”, questo stratagemma retorico dei più banali. Se scrivo un pezzo sul Libano, arriva quello che si incazza perché non ho dato il giusto rilievo alla guerriglia maoista in Nepal. Se scrivo un commento sui manga o faccio un centinaio di esempi sul rapporto produttore-fruitore nella cultura contemporanea, arriva quello che dice che se non parlo anche dei Griffin (chissà poi perché proprio i Griffin e non Futurama o qualunque altro cartoon “denso”, ma credo dipenda da come ci si sveglia al mattino) il discorso non ha senso ed è come se non avessi parlato di nulla e non avessi fatto alcun esempio. C’è sempre questo inventarsi una pietra angolare (chiaramente, l’importante è che nessuno l’abbia ancora menzionata) senza la quale nessun discorso sta in piedi. Ovviamente, se io avessi parlato dei Griffin, tu ti saresti inventato che di ben altro si dovrebbe parlare, e avanti così ad nauseam 🙂

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