Pare brutto dire “noi”, giusto? Sgusciando via dalle discussioni letterarie di questi giorni che, come prevedibile, si sono arenate nel pro-contro (tempi di dicotomia, come già detto) invece di, come sarebbe bello e forse giusto, allargare lo sguardo, rifletto su quanto ha raccontato ieri a Fahrenheit Alberto Prunetti. Si riferiva ai due anni di lotta dei lavoratori dell’ex GKN. Si riferiva al fatto che il festival della letteratura working class non è stato, come spesso o forse sempre avviene, quell’occasione in cui arrivavano gli scrittori e le scrittrici a porgere il verbo agli operai, ma il luogo dove gli operai in prima persona hanno raccontato.
E penso all’incredibile condanna a quattro mesi di Mattia Tombolini per aver dato del fascista a un signore che fa il saluto fascista. E penso al noi, penso a dove sia oggi.
Le code polemiche su questo e quello si sciolgono nel caldo, e forse, prima che tutto si sospenda fino all’autunno, vale la pena di raccontare una storia fra le molte che non conosciamo. E’ quella del collettivo 5.37 e della situazione che si sta vivendo nei Siti Museali Nazionali della Valle Camonica.
“Il quadro – mi scrivono – è sconfortante, e le responsabilità molteplici e complesse: dalla Ditta aggiudicataria che non svolge nemmeno con efficienza i suoi compiti e che si permette di fare offerte al ribasso gravando poi sul compenso dei lavoratori, alla Direzione Regionale Musei Lombardia, che permette l’applicazione di contratti del genere, che nei capitolati di gara addirittura consiglia il Contratto Servizi Fiduciari, e costruisce un sistema precario di lavoro in cui un gruppo di persone sottopagate deve essere sempre a disposizione nonostante il monte ore esiguo e l’assenza di una qualsiasi programmazione annuale (e non si tratta di una situazione emergenziale, è da anni che lavoriamo in questi siti e ne garantiamo l’apertura), ai sindacati confederali, che hanno sottoscritto contratti collettivi nazionali vergognosi, che prevedono paghe sotto i 6 euro lordi l’ora”.
Sono passati dieci giorni e quindi posto qui l’articolo sulla fine delle storie uscito per La Stampa. Visto che se ne parla qua e là, mi par giusto mettere a disposizione l’originale.
Siamo avidi, e mai sazi, delle vite degli altri, e questo chiediamo oggi e con decisione alla narrativa. Che, per millenni, ha certamente raccontato il vero ma trasfigurandolo in finzione: cosa sarebbe, oggi, Moby Dick, se non il diario di un’ossessione narrato dalla voce non di Ismaele ma di Achab?
Poi ci sarebbe anche altro da sottolineare: che la nostra attitudine alla veglia continua e il nostro culto del realismo sono il sintomo di un perenne disincanto che ci accompagna da molto tempo. Ma, per rimanere alla letteratura, almeno qualche interrogativo andrebbe posto, davanti a quello specchio che ci pone davanti senza permetterci di attraversarlo.
Ieri ho terminato la nuova stagione di Black Mirror: lo so, è ininfluente, o forse no. E’ un’ottima stagione, a mio parere, perché si permette molte libertà. Non solo rappresentare il presente avanzato, come nella prima puntata, Joan è terribile (dove Netflix fa il verso a se stessa), ma appropriandosi di molta parte dell’immaginario, dal thriller all’horror alla fantascienza fino alla distopia.
So che le opinioni sono divise in proposito, ma la strada scelta, più letteraria del solito, mi ha convinta, perché indaga molto sulle relazioni fra i personaggi, si tratti di donne in carriera prese di mira dall’affermarsi ineluttabile della coincidenza fra persona e rappresentazione pubblica della medesima, o di timide commesse che provano a salvare il mondo, o di astronauti che scivolano nell’orrore, o di attrici che commettono un grave (molto grave) errore.
Però, quel che è interessante è che la serie continua a porci la stessa domanda: chi siamo davvero?
Qualche giorno fa, sempre su La Stampa, è uscito un mio articolo sulla (possibile) fine delle storie: ovvero, sul disamore da parte di premi letterari, editori e, sì, lettrici e lettori, nei confronti dei libri che non siano memoir, autofiction, biografie, saggi. Ci tornerò, ma oggi mi interessa parlare di Questo mondo non mi renderà cattivo, la nuova serie Netflix di Zerocalcare. Perché, in apparenza, incarna una contraddizione: sulle prime, tutta l’opera di Zerocalcare, dai fumetti online ai libri, sembra essere una lunga narrazione di se stesso, delle sue fobie, dei suoi amici, della sua famiglia. Ma è una lettura superficiale, a mio parere: perché per quel che sembra a me il personaggio Zerocalcare usa il pretesto della sua autorappresentazione per portare chi legge da tutt’altra parte, si tratti della periferia di Roma o di Shengal o di Kobane.
Insomma, se autofiction è, quella di Zerocalcare è totalmente e sempre politica esattamente come quella di Annie Ernaux, e così andrebbe letta. Poi, com’è giusto, a ognuno le sue reazioni ed emozioni. Per me, è la cosa più bella che, fin qui, Zerocalcare ha fatto: ma si sa, noi di periferia abbiamo circoletti ovunque, e d’abitudine ci diamo di gomito davanti a certi gelatai di piazza Beltramelli o dal pescivendolo di via Tiburtina, com’è noto.
E comunque guardatelo e, com’è giusto, fatevi la vostra opinione: non sarà tempo perso, e questa è già cosa rara.
Un anno e mezzo fa ho scritto per La Stampa un articolo sull’irrazionale. Col passare del tempo, noto che la discussione non sembra aprirsi ma irrigidirsi. Ci sta, è lo spirito del tempo, credo, ma proprio per questo lo ripropongo. Aggiornamenti man mano.
Leggo che sulla catastrofe di Pylos ci si assicura che l’Italia sta facendo il suo dovere.
Non mi sembra. Non per quanto riguarda le informazioni che ci arrivano. La notizia in alto ora riguarda “gli youtuber assassini”. Per capire cosa è avvenuto a quei cinquecento morti, di cui cento bambini, bisogna cercare qua e là, fermarsi sulla pagina Facebook di Nawal Soufi, per esempio, che da giorni racconta le ore disperate di chi era sulla barca. Questo occorre fare per sapere delle telefonate, diciannove, che dalla barca sono arrivate. Chiedevano acqua, cibo, soccorsi. O semplicemente affidavano le loro parole, le ultime: “Sento che questa sarà la mia ultima notte”.
Cinquecento persone, cento bambini.
Quanto a noi, ancora oggi non riusciamo a capire, non riusciamo a trovare gli strumenti per essere nella storia che cambia adesso, e in quel flusso siamo immersi, e alle nostre caviglie salgono i detriti delle scelte sbagliate, come quella di un’Europa solo finanziaria, ma era da tempo che bisognava capirlo, e non solo dirlo. Ma agirlo. Ognuno nelle proprie scelte. Cosa possono fare i narratori, se non provare a cercare le parole, e ripeterle, anche se un cuscino di versi sotto la testa di un morto, come diceva Fortini, serve a ben poco?
Certo, è facile. Ed è proprio quella facilità che mi resta addosso da ieri pomeriggio, quando sugli schermi sfilavano le immagini dei funerali di Stato per Silvio Berlusconi e da alcuni profili Facebook arrivavano le notizie di quel peschereccio affondato nelle acque greche, carico di oltre settecento persone. Mi sono detta che non era possibile che quella notizia, che solo oggi ha conquistato una posizione rilevante sui giornali ma che ieri era relegata molto molto in basso, venisse tralasciata. Mi sono detta che così è troppo, che neanche il più ardito fra i romanzieri avrebbe cercato un effetto del genere.
Ma proprio perché è troppo e perché è facile bisogna dirlo.
E dunque, da un lato la cronaca del chi c’era. Non solo. La cronaca di come erano vestite le partecipanti al funerale, e chi di loro avesse rispettato il dress code. E dunque: camicia di voile, velette di pizzo, cerchietti neri in pelle, décolleté Christian Louboutin, collane di perle, Kelly di Hermès nera, mini bag nera Candy Jodie Micro di Bottega Veneta.
Dall’altra. Ho visto cosa c’è e ci sarà, dall’altra parte. L’ho visto a Lampedusa.
Piango, come molti e molte, Cormac McCarthy, che ci ha portato nei suoi anni di scrittura ai vertici assoluti della letteratura. Dicendoci che la letteratura non consola, ma scandaglia negli abissi per mostrarci chi siamo e cosa abbiamo fatto.
Soprattutto nell’ultimo, meraviglioso romanzo, Il passeggero, McCarthy mostra come un mondo, il mondo dei padri, si sia sgretolato. Travolgendo chi non vuole essere come loro, e dunque non vuole concepire bombe e morte. Travolgendo soprattutto una donna, Alicia. Ma mostrandoci anche, grazie al personaggio del trans Debussy, come altre possano essere le vie. E’ un romanzo, almeno per me, che mostra tutte le incrinature del maschile. Fra le altre cose, certo: perché se crolla un sistema, è il sistema concepito dagli uomini.
Tredici anni fa, John Jurgensen lo intervistò per il Wall Street Journal e gli chiese proprio di quello che sarebbe divenuto Il passeggero: “Erano cinquant’anni che volevo scrivere su una donna. Non sarò mai competente abbastanza da farlo, ma a un certo punto bisogna provare”.
Immaginate. Immaginate che da un varco fra i mondi Silvio Berlusconi osservi l’Italia che commenta la sua morte, e che nella grandissima parte dei casi lo fa in due modi: celebrandolo, o insultandolo, ma limitandosi, in quell’insulto, a reiterare parole messe in fila, che – purtroppo – si esauriscono pochi minuti dopo averle pronunciate, o scritte. La stessa cosa avverrà per le celebrazioni, che saranno dimenticate prestissimo.
E’ il suo maggior successo, un successo che rallegrerebbe l’osservatore da altri mondi. Perché nei due casi ci si rivolge al passato non per farne preziosa memoria, ma per sfogarsi. E quando ci si sfoga, si dimentica subito.
Chiacchierando un tempo con Andrea Camilleri disse che il problema non era il Cavaliere, ma il cavallo. Ovvero noi, che gli abbiamo permesso di salirci in groppa e ci siamo abituati al peso. Non so se la frase fosse sua, ma è vera.
E’ questo il punto su cui chi prende parola pubblica, dunque tutti e tutte ai giorni nostra, deve concentrarsi. Il resto è un soffio. E, come diceva Javier Marìas, “il caso dell´Italia è ancor più plateale, perché tutto sta avvenendo in modo più gridato, più scoperto. Quello che temo di più è che tutte queste cose possano essere contagiose, che possano contagiare altri paesi. Si sa, l´imbecille ha successo nel mondo. Le idee più stupide trionfano”.
